LA TERAPIA FAMILIARE TRIGENERAZIONALE

Luigi Onnis / Walther Galluzzo
La terapia relazionale e i suoi contesti
Prefazione di Luigi Cancrini
La Nuova Italia Scientifica, 1994

La terapia familiare trigenerazionale*
*Capitolo scritto da Alfredo Canevaro.

On ne peut vaincre la nature qu’en se sommettant à ses lois.
F. Bacon, citato da C. Lévi-Strauss
14.1 Premessa
Tra le varie linee che hanno formato scuole in terapia familiare, se ne distacca una, in particolare poco diffusa, ma di grande rilievo terapeutico e che è l’oggetto del presente articolo: quella trigenerazionale. A mio avviso la sua relativamente scarsa diffusione è dovuta a cause concettuali, tecniche e legate alla formazione degli operatori psicosociali. Tra le prime di queste cause va, innanzitutto, sottolineato che il fatto di ampliare l’unità di diagnosi e intervento conferisce a questa scuola una caratteristica propria, che rende difficile la sua classificazione tradizionale.
Tra l’altro, il fatto che questa scuola annoveri tra i suoi pionieri terapeuti familiari ad orientamento psicodinamico come Bowen, Withaker, Boszormenyi-Nagy e Framo, per citare i più conosciuti internazionalmente, ha motivato un certo rifiuto tra i cosiddetti “puristi” sistemici che intendono sottovalutare la nozione di storia o di passato. E qui bisogna subito dire che un errore frequente è quello di credere che il fatto di lavorare con i sistemi familiari di origine significhi lavorare con le relazioni del passato storico, alla maniera degli oggetti introiettati nell’inconscio che sono privilegiati dalla psicanalisi tradizionale. In realtà non è così, giacché si interviene nella relazione attuale con figure significative della vita dei membri della famiglia nucleare: questo colloca dunque l’intervento nell’hic et nunc. Questa lettura relazionale differenzia, inoltre, radicalmente questo modello da quello dei terapeuti ad orientamento psicodinamico che lavorano con i familiari, in funzione del paziente individuale o dell’inconscio familiare.
Tra le cause di natura tecnica che giustificano la scarsa diffusione di questo modello è molto importante sottolineare che tra i pionieri prima menzionati c’era una caratteristica comune, uno stesso contesto cli-nico di apprendimento: i pazienti psicotici t i loro familiari.L’insoddisfazione di questi clinici per i risultati terapeutici ottenuti con l’approccio psicoterapeutico duale li condusse ad ampliare il contesto terapeutico. La grande dipendenza emozionale, psicologica e pratica di questi pazienti dai propri familiari significativi portò all’inclusione di questi familiari nei trattamenti, quindi, ampliando ulteriormente il contesto, al coinvolgimento costante dei sistemi familiari di origine. Se si aggiungono un maggiore impegno emozionale e la necessità di lavorare in équipe e in co-terapia, si comprende come, obiettivamente, questi trattamenti siano pili complessi. Tra le ragioni legate alla formazione di terapeuti non c’è solo il fatto della scarsità di docenti cinicamente esperti in questa linea, ma anche l’esistenza di un elemento soggettivo di notevole importanza. Le difficoltà relazionali nelle famiglie d’origine degli stessi terapeuti, che sono, spesso, alla base della loro scelta vocazionale, fanno sì che ci sia anche una reticenza e un timore, a volte razionalizzato, di immergersi troppo profondamente nelle complessità dei sistemi familiari disfunzionali.
Al doppio messaggio della famiglia d’origine del terapeuta: “istruisciti per poter curare le nostre difficoltà psicologiche, anche se con noi non potrai”, il doppio messaggio delle famiglie dei pazienti: “alleviateci dalle nostre sofferenze, ma senza cambiarci”. Alla sfida esistenziale del primo doppio messaggio si sovrappone la sfida tecnica del secondo.
14.2 Fondamenti terapeutici

II paradigma essenziale della terapia familiare, che l’ha differenziata da altre discipline, era che per poter curare il paziente sintomatico bisognava modificare il suo contesto familiare. Inoltre, quando abbiamo una visione globale del sistema familiare disfunzionale, vediamo che i segni patologici si percepiscono in tre aree diverse: mente, corpo e relazione con la società.
Pertanto un sistema disfunzionale “soffrirà”, attraverso i suoi membri, in diverse aree di espressione sintomatologica individuale. Avrà così lo stesso valore simbolico, dal punto di vista sistemico, un problema psicopatologico, psicosomatico o sociopatico.
Trattando un gruppo familiare nel suo complesso, dovrebbero migliorare i sintomi in tutte queste aree e non solo nel paziente designato. Questo richiede che sia compreso nel trattamento tutto il sistema familiare.
È qui che si riscontrano certe difficoltà tecniche, provenienti dalla cultura circostante. Qual è il contesto che bisogna cambiare, affinchè la famiglia nucleare possa migliorare la sua funzionalità? Si lavora per modificare non solo la dinamica intrafamiliare, ma anche la sua relazione con i macrosistemi sociali, che tentano di compensare le carenze della famiglia nucleare contemporanea.
Il cambiamento della struttura tradizionale della famiglia (convivenza insita o nelle vicinanze delle tre generazioni), insieme alla mitizzazione imperante dell’individualismo, ha fatto perdere le funzioni di “solidarietà” che questa famiglia tradizionale compiva, e che ancora non sono previste dalla società attuale (cfr. Boszormenyi-Nagy, 1978; Zwerling, 1987).
Tuttavia rimangono nella società attuale formazioni storico-culturali residuali che agiscono come pace-maker del sistema familiare nucleare, esercitando una notevole influenza nella risoluzione delle disfunzioni familiari.
Così allora, convocare i sistemi familiari di origine è necessario non solo per ricostruire una realtà condivisa, come i pezzi di un puzzle, che dia senso alla storia comune e che contribuisca ad una migliore prevenzione primaria, ma anche per rinvigorire vincoli di solidarietà con alto potere emozionale, che canalizzati terapeuticamente, possono essere di enorme aiuto.
Qui il terapeuta deve essere l’enzima catalitico che attiva elementi autoterapeutici sempre presenti in tutti i sistemi familiari, e, al tempo stesso, fulcro integratore degli assi diacronici e sincronici di questi sistemi.
Così come dice Boszormenyi-Nagy: “II tentativo congiunto di superare i problemi di ristagno relazionali (relazioni interrotte, negate, abbandonate, fissate in forma rigida ecc.) può offrire una strategia più efficace che quella di attivare le risorse psicologiche non sviluppate dell’individuo”.
In sostanza, il lavoro terapeutico con i sistemi familiari di origine contiene un elemento altamente paradossale: “ritornare per partire meglio”. La ricerca di una migliore differenziazione si ottiene nutrendosi fino a raggiungere la maturità, come un frutto quando si distacca dall’albero al momento giusto e non, per continuare con la metafora, come quando lo si taglia ancora verde per conservarlo meglio nel frigorifero: “fare un passo indietro per farne due avanti” significa prendere forza da quella energia usata male per tentare di neutralizzare le disfunzioni dei legami relazionali e utilizzarla per un’interazione creativa nella società.
L’elemento centrale di una simbiosi è una profonda disfunzione di legame, una mancanza di incontro emozionale. La frustrazione del passaggio da una generazione all’altra di elementi affettivi, psicologici e funzionali, che caratterizzano reciprocamente la conferma dell’identità dell’altro, è ciò che contribuisce al blocco transgenerazionale, fonte di numerosi conflitti. Questo blocco è ciò che toglie funzionalità ad un sistema, impedendogli di avanzare nel processo della vita. Nell’armonia intergenerazionale, nella quale ognuno compie il ruolo assegnato dal suo momento evolutivo, sta il segreto della funzionalità di un sistema familiare. La trasmissione generazionale dei valori affettivi e culturali garantisce la sopravvivenza delle persone oltre la morte fisica. Come tutte le persone in età avanzata in questa scala generazionale hanno diritto a questa sorta di “trascendenza”, così anche tutti coloro che seguono hanno diritto a sentirsi nutriti da quella forza che proviene dalle proprie radici.
14.3 Creazione del contesto terapeutico trigenerazionale

Nell’indagine clinica e nella terapia si usano costantemente modelli per pensare e agire meglio in funzione della soluzione dei problemi posti. Rappresentano delle ipotesi parziali che debbono essere verificate nei fatti e, allo stesso tempo, essere corrette in rapporto a questi. Il pericolo dei modelli è dimenticarsi che sono sempre semplificazioni di una realtà più complessa e come tale in permanente modificazione dialettica.
Ciò nonostante, sono validi se posseggono fertilità euristica, possono cioè avere una indiscutibile ricchezza come fonte di esperienze, ipotesi o nuove concettualizzazioni.
Un modello concretizza un paradigma, è una metafora di quello stesso paradigma per una lettura della realtà. La metodologia terapeutica è strategia e disegna il progetto del trattamento. La tattica è che cosa fare per realizzarlo e in che momento, e la tecnica è come farlo. Le prime due sono scienza e le ultime due arte.
Un modello per essere efficace in terapia familiare dovrebbe rendere conto di determinate condizioni ‘:
a) deve esporre una teoria delle relazioni familiari;
b) deve applicare un metodo invariante d’intervento che sia allo stesso tempo diagnostico e terapeutico;
c) deve applicare un insieme di tecniche terapeutiche;
d) deve possedere una filosofia terapeutica, ossia esplicitare una teoria di cambiamento applicata a obiettivi terapeutici, etici e possibili.
14.3.1. Teoria delle relazioni familiari

Quando un uomo ed una donna formano una coppia, in realtà uniscono i due sistemi familiari di appartenenza, i quali interagiscono attraverso questo vincolo, lo influenzano e lo modificano in un patto sancito dalla società.Questo vincolo di alleanza ha un valore antropologico culturale, ed è diverso dal vincolo di filiazione che unisce i coniugi con i propri genitori e con i figli che insieme a loro formeranno una famiglia. Questi due vincoli sono essenzialmente differenti, antitetici e allo stesso tempo complementari fra loro. Uno è biologico ed endogamico, l’altro è culturale ed exogamico. Tutti e due esistono in una relazione inversamente proporzionale, cioè più il vincolo di alleanza si consolida creando una serie di regole proprie, transazionali in un certo clima di complicità propria di quella coppia, più tendono a indebolirsi i legami che uniscono i due coniugi ai rispettivi sistemi familiari di origine e la complicità sviluppata con questi attraverso tanti anni di convivenza.Con la nascita dei figli si estende il vincolo di filiazione in un asse diacronico che consente il passaggio transgenerazionale di quel filo conduttore biologico e culturale che permette la sopravvivenza della specie. La tensione dinamica che esiste tra questi due assi, in una complementarità degli opposti, costituisce il punto nodale del sistema trigenerazionale (FIG. 14.1).

FIGURA 14.1
Intersezione degli assi di alleanza e di filiazione. Punto nodale del sistema trigenerazionale

14.4 L’interazione tra i sistemi familiari coesivi e dispersivi.
Caratteristiche dei sistemi familiari di origine
II modo di organizzarsi dei diversi membri di un gruppo familiare e lo stile di relazione che li caratterizza è sempre stato motivo di interesse di diversi ricercatori dei sistemi familiari. Molti di loro sono stati terapeuti familiari che, mentre sviluppavano le loro concezioni circa le disfunzioni familiari e il loro specifico trattamento, delineavano più o meno esplicitamente modelli sottostanti di normalità: concetti come divorzio emozionale e fusione emozionale di Bowen (1960), famiglie invischiate o disimpegnate di Minuchin (1977) e forze centripete e centrifughe di Stierlin (1974) sono ormai classici. Più recentemente sono stati creati modelli più sofisticati di valuta-zione familiare tra i quali il modello di competenza familiare Beavers (1981), il modello circonflesso di adattabilità familiare di Olson, Sprenkle, Russel (1979,1985). Questi modelli studiano e distinguono vari tipi di organizzazione familiare che variano tra funzionalità e disfunzionalità.
In un esaustivo lavoro di ricerca sul tema, Olson, Sprenkle, Russel (1985) espongono circa quaranta concetti di sei differenti campi delle scienze sociali, relativi alla coesione familiare. La loro definizione coesione Familiare ha due componenti:

[…] il legame che i membri hanno reciprocamente e il grado di autonomia individuale che una persona sperimenta nel sistema familiare. All’estremo dell’alta coesione familiare, l’invischiamento, c’è una iperidentificazione con la famiglia che si esprime con un legame coesivo e limita l’autonomia individuale. L’estremo limite inferiore, disimpegno, è caratterizzato da un basso legame e da una alta autonomia dalla famiglia. […] Questa analisi concettuale della letteratura derivante da differenti campi dimostra che l’elemento coesione è un’importante dimensione sia per i gruppi familiari che per quelli secondari (non familiari). 11 rapporto con differenti scienze e discipline sociali tornisce un tipo di valutazione incrociata (cross- valulation) di grande importanza e significato.
c Olson, Sprenkle e Russel enumerano diversi concetti teorici in relazione con la dimensione di coesione familiare e menzionano autori come Bowen, Lidi, Minuchin, Reiss, Stierlin, Beavers e Wynne.
Tutti questi autori definiscono lo stile della famiglia nucleare senza prendere in considerazione le famiglie d’origine. Beavers tuttavia lo fa in un articolo Scritto nel 1981 quando dice: “Da un punto di vista sistemico tutte le famiglie iniziano con il comportamento e le abitudini di almeno una famiglia di origine e abitualmente due. La famiglia di origine è il modello conscio e inconscio di ciò che ci si aspetta dalla vita familiare”.
Ho enfatizzato “almeno una famiglia d’origine e abitualmente due” per mettere in evidenza la differenza con il mio approccio, come ora vedremo. Il mio contributo originale su questo tema (Canevaro, 1978) è stato quello di studiare la relazione tra le due famiglie d’origine attraverso l’unione dei loro rappresentanti tramite il vincolo di alleanze, e quello di studiare il campo strutturale, reale o virtuale, sempre presente, formato dall’interazione tra i sistemi familiari di origine e il sistema familiare nucleare. In un articolo sulla scheda clinica familiare, affermavo2:

II quadro che risulta dalla combinazione tra due persone che attraverso il vincolo di alleanza interscambiano e trasmettono il bagaglio genetico e culturale dei loro gruppi familiari d’origine e ovviamente multiforme e sarà codeterminato dall’influenza diretta di questi stessi gruppi familiari. Nonostante ciò, la conoscenza che la psicanalisi ci ha dato delle relazioni oggettuali intrapsichiche, o famiglia interna, ci permette di affermare che, anche quando i gruppi familiari non stiano in contatto permanentemente, saranno ricreati fantasticamente nella relazione, sia attraverso il transfert tra i coniugi sia con le persone significative che convivono con loro.Per il loro modo di raggrupparsi, potremmo differenziare empiricamente due tipi di gruppi: \ifamiglia coesiva centripeta e lèi famiglia dispersivo-centrifit-ga. La combinazione di questi due gruppi familiari di origine, attraverso il vincolo di alleanza, crea un nuovo campo psicologico. La presenza o assenza, fisica o nel discorso, di persone significative di quei gruppi familiari, condiziona un campo familiare reale e virtuale che, come un fenomeno di figura-sfondo, deve essere permanentemente presente nel terapeuta.

Come si vede entrambe le famiglie sono considerate come aventi lo stesso livello di influenza sebbene apparentemente una di loro, come dice Beavers, imporrà il suo stile transazionale sull’altra.
Insistevo su questo aspetto in un articolo sul contesto trigenerazionale in terapia familiare (Canevaro, 1982):

l’unione tra due famiglie di origine sarà lo scenario di fondo nel quale una nuova famiglia si evolverà delineando il suo stile, sia normale che patologico. Queste due famiglie di origine esisteranno sempre nella configurazione e anche quando ci sia un solo rappresentante, si avrà questo campo virtuale che bisogna indagare.
14.5 La strutturazione delle tre configurazioni possibili.
Creazione del contesto terapeutico trigenerazionale

Quando vediamo una coppia o una famiglia nucleare con un membro sintomatico, costruiamo il contesto trigenerazionale in base a due strumenti: il self-report di entrambi i coniugi e la verifica diretta dell’inazione quando i sistemi familiari di origine sono presenti. Non considererò qui la validità di questi due parametri nella valutazione clinica, lasciando aperta la possibilità per l’utilizzazione dei numerosi strumenti di valutazione familiare che sono già degli standard nel nostro campo. Cercherò semplicemente di enumerare brevemente i differenti campi relazionali creati per l’interazione di entrambi i sistemi, definendo in primo luogo le loro caratteristiche:
a) i sistemi familiari coesivi sono più orientati verso l’interno, l’esterno è più minaccioso. I confini tra gli individui non sono netti. Si enfatizzano i valori di vicinanza e di espressione degli affetti, i figli si staccano relativamente tardi dal nucleo familiare;
b] i sistemi familiari dispersivi sono più indirizzati verso l’esterno. I valori non sono riferiti tanto alla famiglia quanto al mondo sociale. I limiti tra gli individui sono netti e c’è più distanza interpersonale; c’è maggior rifiuto della vicinanza fisica e resistenza all’espressione degli affetti. I figli si staccano relativamente presto dal nucleo familiare,
1. La prima configurazione (sc+sc) si ha quando entrambi i coniugi appartengono a sistemi coesivi (FIG. 14.2). Essi tendono a considerarsi simili ed in generale c’è di fatto molta similitudine per quanto riguarda i valori familiari, la classe socio-economica, la religione, l’educazione ecc.
La dipendenza dei due coniugi dalle rispettive famiglie d’origine è molto grande e la relazione tra loro tende ad essere intensa, fragile e inversamente proporzionale alla vicinanza con la famiglia di origine.
L’intensità della relazione può essere molto grande soprattutto per quanto riguarda l’espressione emozionale dei conflitti, ma il grado di solidarietà della coppia è basso. E il tipo di coppia abitualmente chiamata “immatura” e i rischi di separazione e di divorzio sono maggiori che nelle altre configurazioni. La simmetria della coppia è esplicita e ognuno affronta il coniuge con l’appoggio della propria famiglia di origine. L’invischiamento tra questa e la giovane coppia è costante e circolare.
2. La seconda configurazione (SC+SD) si ha quando uno dei sistemi familiari è coesivo e l’altro dispersivo (FIG. 14.3).
Essa è molto frequente, la relazione di coppia tende ad essere più stabile rispetto alla precedente e dipende molto dalla migliore o peggiore integrazione del Coniuge del sistema dispersivo nel sistema coesivo. Questo coniuge dispersivo si è staccato molto prèsto dal suo SFO ed ha stabilito maggiori connessioni con l’esterno. Le caratteristiche personali
Figura 14.2
Prima configurazione: entrambi i coniugi appartengono ai sistemi coesivi

Figura 14.3
Seconda configurazione: uno dei due coniugi appartiene ad un sistema coesivo e l’altro ad uno dispersivo

lo inducono ad una maggiore distanza nelle relazioni oggettuali e a una apparente maggiore autonomia nelle relazioni sociali e rami-Ilari. Dico apparente perché implicitamente egli aspira a relazioni emozionali più strette e si lega ad una famiglia con caratteristiche centripete perché è cresciuto senza di esse. Egli è attratto da questo tipo di famiglie perché sono più “unite”. Quando c’è una disfunzione evidente nella relazione coniugale e con l’altro SFO, tende ad isolarsi emozionalmente e a sviluppare una patologia psichica o a stabilire relazioni iper-compensatorie con l’interno del sistema, triangolando uno dei figli, o con l’esterno lavorando eccessivamente (work-addict) o coinvolgendosi in relazioni extraconiugali. In questo tipo di configurazioni la coppia tende ad una insoddisfazione cronica, con una simmetria occulta, e “vive separandosi” anche se raramente effettua la separazione.
E la struttura dove i figli giocano un ruolo stabilizzatore molto evidente e in questi casi, quando la sintomatologia disfunzionale si manifesta in uno dei figli, è generalmente riferita alla struttura dello SFOD (Sistema familiare di origine dispersivo), come se la sintomatologia esprimesse la necessità di bilanciare aree di predominio simmetrico di ambedue gli SFO. Cioè, la sintomatologia del figlio malato tende a riferirsi a figure significative dello SFOD, sul piano delle identificazioni, o a patterns interattivi dello stesso. Questo vincolo ha il significato di colmare le necessità affettive del padre dispersivo, non soddisfatte nella famiglia attuale.
3. La terza configurazione (SD+SD) si ha quando ambedue i coniugi appartengono a sistemi dispersivi (FIG. 14.4). Essi costituiscono una coppia in cui ciascuno tende a vedere l’altro come padre-marito-fratello o madre-moglie-sorella, cercando di compensare le carenze di relazione con il sistema familiare esteso. In questa formula il vincolo si sovraccarica emozionalmente e le frustrazioni sono molto intense, anche se generalmente i coniugi non si separano, data la grande necessità reciproca. Abitualmente stabiliscono con i figli un sistema familiare coesivo.
Terza configurazione: ambedue i coniugi appartengono a sistemi dispersivi
14.6 II metodo invariante
II metodo invariante, utilizzato da molti anni e scoperto attraverso la cllnica in maniera empirico-intuitiva, fu poi utilizzato sistematicamente e concettualizzato nel 1985 in un articolo sul trattamento di crisi di coppia (Canevaro, 1986).
Consiste nel vedere all’inizio della consultazione (ciò presenta delle differenze importanti con Framo, il quale utilizza un metodo simile ma con un concetto completamente diverso, tanto nella strategia quanto nelle premesse) ogni famiglia di origine separatamente senza la presenza dell’altro coniuge.
Dopo la prima seduta, per conoscere il problema presentato, si effettuano queste riunioni con le FO per completare le informazioni e per chiedere la solidarietà delle famiglie per risolvere il problema, approfittando del momento della crisi e della aspettativa che si crea nell’effettuare una consultazione.
Questo metodo diagnostico, che mobilita molto, è perciò anche terapeutico ed ha il vantaggio di utilizzare il periodo di grazia creato da queste aspettative. A volte è sufficiente per produrre delle modifiche fondamentali che risolvono il problema: l’obiettivo terapeutico è quello di definire la relazione tra i due SFO e il SFN e pertanto dentro il SFN.
Altre volte, dopo questo primo momento, segue la terapia con la sola coppia, in un’altra dimensione, di crescita, già più distaccati da ambedue gli SFO o continuando con il SFN quando si tratta di una consultazione per un figlio sintomatico.
All’effetto “serra” della prima tappa, segue la tappa di crescita e di differenziazione dei “germogli”. Questo metodo invariante ha il vantaggio di introdurre una formula fissa di intervento e vedere come il sistema si organizza intorno a quel punto fisso. Attraverso questa informazione possiamo conoscere le caratteristiche del sistema trigenera-zionale ed elaborare le strategie più adeguate per modificarlo.
Come dice De Giacomo (1990, p. 194), parlando del suo modello pragmatico-elementare:

In altri termini, introducendo una perturbazione standardizzata nel sistema l’obblighiamo a modificarsi; la maniera con la quale si modifica è il sensore della sua organizzazione e de! suo funzionamento; è una via per conoscerlo e pertanto modificarlo, una chiave che apre “scatole nere” e strutture complesse.

Le reazioni che questa modalità di trattamento provoca nei componenti di ogni famiglia e le retroazioni osservate sono già un elemento importante di prevedibilità dell’intervento terapeutico. Quando si effettuano le sedute, si dispiega sotto i nostri occhi, quando sappiamo esplorarlo, tutto un gioco interazionale di ogni SFO in generale occulto, che è implicito nella patologia della coppia nel SFN e che ci permette di conoscerlo da un punto di vista privilegiato, giacché il terapeuta si colloca in una posizione che gli permette di conoscere più variabili in gioco. Il fatto d’introdurre il segreto su ciò che si è detto in ogni seduta permette di comprendere molte cose che a volte richiedono un lungo trattamento prima che si esplicitino e che spesso non si rivelano mai. Uno dei partner di una coppia in crisi mi diceva: “In questa maniera non si può ingannare”. La formula è che “ciò che Giovanni non racconta a Maria (o viceversa) di quello che è stato detto in questa seduta, io non lo dirò. È una riunione protetta dal segreto professionale ed ha il senso di preservare l’intimità di questa famiglia”3.
Selvini Palazzoli e Prata nel 1981 hanno introdotto il concetto di prescrizione invariante, riferito alla prescrizione delle “sparizioni” della coppia. “Inevitabilmente, questa serie di prescrizioni invarianti produce reazioni differenti nelle differenti famiglie e in differenti membri di ogni famiglia” (Selvini Palazzoli, 1988). Lo sforzo di Selvini Palazzoli e la sua équipe per superare la situazione di “stallo” della coppia, considerata come la disfunzione più difficile da modificare, può vedersi rafforzato da questa tecnica che, secondo la mia esperienza, modifica alcune situazioni apparentemente senza soluzioni.
14-7 Tecniche terapeutiche

Le tecniche (dal greco téchne = arte) sono l’insieme di provvedimenti con i quali il terapeuta s’include nel campo psicologico della famiglia, contribuendo a creare il clima emozionale adeguato che favorisca un processo di cambiamento di cui possano beneficiare tutti. Le tecniche ovviamente stanno al servizio di una filosofia terapeutica e pertanto “la meta è trascendere la tecnica” come dice Minuchin (1977) per facilitate il processo di cambiamento, come vedremo più avanti.
L’importanza della persona del terapeuta sta nel fatto che nella co-creazione di realtà, come insegna il costruttivismo, l’uso del sé implica un impegno profondo del terapeuta. E in questo impegno profondo risalta il motore vocazionale che lo porta ad impegnarsi in questo lavoro.
Generalmente sono state considerate come una difficoltà nel lavoro le problematiche personali del terapeuta che formano parte del suo mondo interno e che devono essere conosciute e modificate perché possano essere utilizzate a vantaggio della terapia. Il motore vocazionale del terapeuta è pertanto una forza molto importante, che invece di essere negata o spostata, deve essere messa a favore di un processo di cambiamento.
Il paziente designato, “terapeuta fallito” della sua famiglia, s’incontra con il terapeuta, a sua volta “terapeuta designato e fallito” della propria. Da questo incontro speculare e isomorfico nasce la modificazione di un sistema che consente a questo paziente, ora sostenuto, di essere accompagnato nel suo intento di aiutare la propria famiglia.
Quando questo intento sarà avvenuto, il paziente designato dovrà affrontare il terapeuta, ora rivale, il quale ha ottenuto ciò che lui non ha potuto: poi si staccherà e potrà recuperare la sua identità, ora arricchita.
In questo modello di approccio delle disfunzionalità familiari le tecniche si succedono in fasi diverse e ovviamente sono condizionate dallo stile interattivo della famiglia e del terapeuta e ciò nonostante possiamo dividerle in due grandi momenti.
Il progetto del metodo è altamente strategico e paradossale, le tecniche di approccio della famiglia sono ristrutturanti ed esperenziali, privilegiando l’incontro emozionale. Il fatto di coinvolgere entrambe le FO separatamente è già un elemento discriminante delle simbiosi della coppia, perché ridefinisce ognuno dei suoi componenti come membri di ogni FO. Cerca di dissolvere le coalizioni occulte, prescrivendo esplicitamente l’alleanza con ogni FO, ed è allo stesso tempo un fattore altamente provocatorio, perché presuppone che ognuno dei membri non sia ancora maturo ed abbia bisogno di “tornare alle origini”. In generale questo produce un meccanismo di rimbalzo che permette di restaurare nella coppia una dimensione co-terapeutica (qui sarebbe necessario introdurre concetti di cui parlerò altrove per definire le due dimensioni centrali della coppia: l’amore romantico e l’amore co-terapeutico). Tutti questi cambiamenti si producono per l’effetto amplificatore del metodo di trattamento e non compromettono il margine di manovra del terapeuta. Il terapeuta quindi, è altamente direttivo nella organizzazione del setting terapeutico e nelle manovre strutturali ed esperenziali, e assolutamente neutrale circa i cambiamenti che si producono e che dipendono dai vettori psicologici ed emozionali in gioco, “perturbati” da quell’intervento contestuale.
È da sottolineare l’importanza di valorizzare risorse terapeutiche che contribuiscano, insieme alle tecniche di riflessione, a stimolare la creazione di un campo emozionale di alta intensità, che permettano il confronto e l’incontro, da persona a persona, tra i familiari. Mi riferisco alle tecniche di azione terapeutica specifiche a questi fini (cambiamento di posto per favorire l’incontro tra determinate diadi che si vogliano esplorare, spostare le sedie, prendersi le mani e guardarsi negli occhi ecc.). Tecniche che impediscono l’evasione, la razionalizzazione e la triangolazione del terapeuta o altri e che obbligano a rompere stereotipi interazionali, a volte veri rituali creati per impedire l’incontro chiarificatore, antidoto delle simbiosi.
Quando si ha successo, sovviene una vera catarsi emozionale e il clima (sussurri, lacrime, abbracci ecc.) è simile a quello dei funerali. I lutti congelati cominciano ad elaborarsi e “le lacrime diventano dolci” come diceva una paziente.
Quando si ottiene questa dimensione è più facile la ristrutturazione dei subsistemi e la differenziazione intergenerazionale, abitualmente distorte nelle famiglie disfunzionali. Quando questo non è possibile o nelle prime tappe di un processo terapeutico, è necessario utilizzare tecniche indirette di mobilitazione, come le tecniche paradossali, tra le quali emerge la connotazione positiva creata dal gruppo di Milano (Selvini Palazzoli, Boscolo e Cecchin, Prata), che continua ad essere una eccellente risorsa terapeutica quando è ben utilizzata.
14-8 Filosofìa terapeutica

Tutto questo uso di tecniche ha un senso, come abbiamo detto prima, quando è finalizzato a raggiungere gli obiettivi terapeutici, tracciati insieme alla famiglia.
Nonostante ciò, sia parlare di tecniche che di obiettivi terapeutici utilizza concetti un po’ troppo deboli, che non riflettono tutta la complessità che si simbolizza meglio con il termine filosofia terapeutica. Con questo termine voglio indicare una concezione che non solo racchiude la epistemologia teorica del terapeuta e l’insieme di tecniche sviluppate per raggiungere obiettivi terapeutici etici e possibili, ma è anche l’amalgama di questo sistema cognitivo del terapeuta, con la sua propria storia vitale e i suoi sistemi di credenze e valori. I suoi sentimenti sono l’ordito affettivo che funziona da sostegno e intreccia tutti quei concetti e serve da risonanza emozionale di fronte al lavoro.
L’orientamento del terapeuta, che come abbiamo già detto è stato al servizio di una disfunzionalità del proprio sistema di appartenenza, dopo aver superato la frustrazione originaria, si è convertito in motore vocazionale del proprio mestiere.
Come mi diceva una vecchia paziente dell’ospedale: “dal più sporco sterco può germogliare la più fresca lattuga”. Questa forza del terapeuta è quella che gli viene dai suoi ideali, e la sua arte sarà quella di metterla al servizio degli ideali dei pazienti, per costruire un crogiolo comune che li unisca. Dice l’aforisma: “Chi lavora con le mani è un operaio. Se al lavoro manuale si unisce l’intelligenza, è un artigiano. Se a tutto questo si unisce il cuore, è un artista”.
L’ultima parte di questo paragrafo intende raggruppare i fondamenti terapeutici di questo modello. A questo scopo vorrei enfatizzare che il punto nodale del sistema trigenerazionale, ossia la confluenza era gli assi vincolati di alleanza e filiazione, è ovviamente la coppia, sulla quale il più delle volte ricade il peso delle tensioni, ma anche lo sforzo terapeutico che permetterà di ristrutturare il sistema.
Dicevamo che il vincolo di alleanza è inversamente proporzionale al vincolo di filiazione. E cioè che la coppia, nello stabilire questo vincolo di alleanza e stringerlo ogni volta di più, va marcando una maggior distanza prima con ambedue le famiglie di origine e poi con i propri figli. Questo è quello che segna la differenziazione intergenerazionale, che, come tutti sappiamo, quando è perturbata, provoca quei sintomi disfunzionali per i quali siamo consultati.
La chiave del nostro lavoro è capire come questo asse di vincolo regoli il fluire del tempo e la crescita sia dei sistemi come delle persone che lo compongono.
Il rafforzamento di questo vincolo di alleanza è fondamentale per la differenziazione dei sistemi intergenerazionali nella linea del vincolo di filiazione, tanto con una generazione come con l’altra. Quando questo sistema è inverso, si producono le coalizioni intergenerazionali, espressione di un appiattimento o di una scissione di questo asse primario descritto, e l’emergenza di sintomi in una qualsiasi delle tre generazioni, secondo il problema predominante.
La mancanza di armonia tra le generazioni e la presenza di certi blocchi evolutivi impediscono il vissuto del fluire del tempo e la trasmissione di sistemi di valori attraverso le persone stesse in questo divenire.
Quando siamo capaci di favorire lo sblocco e la fluidificazione di questo asse, i sintomi scompaiono, poiché sono l’espressione della perturbazione del flusso della vita stessa e della conseguente difficoltà dell’inserimento creativo degli individui nella cultura circostante, lavoro essenziale della famiglia.
Per questi motivi ritengo che l’obiettivo terapeutico dell’armonia intergenerazionale del sistemi osservati sia anche etico, dato che una terapia deve essere anche un beneficio per tutti e non per alcuni a discapito di altri. Per questo è necessario l’incontro emozionale che dia calore e forza al processo di differenziazione, giacché le simbiosi occultano una profonda mancanza di incontro. Dice un vecchio proverbio cinese che “si può distaccare solo ciò che è stato precedentemente unito”. Questo è l’obiettivo terapeutico: permettere di ritornare per poter partire meglio.
Riferimenti bibliografici

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Note

1. Come stimolo per questa descrizione mi sono stati utili i concetti sulla psicoterapia scritti da Piero De Giacomo (1990, pp. 192-4).
2. Per ragioni di praticità ho trascritto alcuni brani di un mio articolo Alle radici della coppia, in “Ecologia della Mente”, dicembre 1988.
3. Per maggiori referenze su questa tecnica, cfr. Canevaro, 1985, 1988.

CRISI MATRIMONIALE E CONTESTO TRIGENERAZIONALE

La coppia in crisi
a cura di Maurizio Andolfi, Claudio Angelo, Carmine Saccu

CRISI MATRIMONIALE E CONTESTO TRIGENERAZIONALE.
UN MODELLO SISTEMICO DI TERAPIA BREVE 1

Alfredo Canevaro, 1988

In questo articolo viene sviluppata una tecnica di intervento terapeutico per coppie disfunzionali o in corso di divorzio che prevede sempre l’inclusione virtuale o reale delle famiglie di origine nella terapia. Il fondamento teorico consiste nell’intendere i problemi della coppia come emergenti da un contesto trigenerazionale costituito dalla confluenza delle famiglie di origine con il proprio stile relazionale.
L’obiettivo terapeutico è la definizione della relazione, sia all’interno del sistema familiare nucleare (SFN) che tra questo e i sistemi familiari di origine (SFO).
La tecnica consiste in almeno cinque/sette sedute programmate che includono alternativamente ciascuno dei due sistemi familiari di origine
senza la presenza dell’altro coniuge.
Lo stile d’intervento deve molto agli apporti delle scuole sistemiche, in particolare al modello strategico di Haley e alle innovazioni del gruppo di Milano (Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata), con opportune modificazioni per il lavoro con le famiglie di origine.

Introduzione

Sebbene la letteratura su questo tema non sia molto estesa il lavoro diretto con le famiglie di origine ha alcuni pionieri. Tra questi, il più conosciuto per tale orientamento in terapia e in formazione è stato Murray Bowen, che ha enfatizzato la possibilità di riscattare aspetti essenziali del Sé, nella relazione con i genitori e le famiglie di origine e l’importanza della trasmissione attraverso le generazioni dei conflitti non risolti. Di solito egli lavorava come “allenatore” preparando i suoi pazienti ad un incontro con i familiari significativi.
In un lavoro già classico su questo tema, James Framo (1976, 1982), uno degli psicoterapeuti che più ha seguito la linea di Bowen, spiega la sua tecnica di lavoro sistematico con le famiglie di origine convocate nelle sedute. Un altro autore che si è occupato costantemente nei suoi scritti del contesto trigenerazionale è stato Ivan Boszormenyi-Nagy (Boszormenyi-Nagy e Spark 1973). Nei concetti esposti nel suo libro sull’organizzazione dei meriti (il libro mastro dei meriti) e delle lealtà invisibili, ha insistito molto sugli aspetti etici della relazione e sull’importanza di tenere, in ordine al Debito e al Credito, relazioni con le famiglie di origine.
Nella nostra esperienza personale in Argentina, già alla fine degli anni ’60, abbiamo incluso il trattamento delle famiglie di origine in un contesto multifamiliare all’interno di una comunità terapeutica ad orientamento psicodinamico (Garcia Badaracco……, Proverbio,N., Canevaro,A. 1970).
Negli ultimi anni, a partire dal 1977, le innovazioni tecniche introdotte dal gruppo di Milano hanno influenzato il mio lavoro clinico, come si vedrà in questo articolo.
Questi autori hanno realizzato un’integrazione creativa tra il loro lavoro e gli apporti teorici principalmente di Haley e Watzlawick, portando così un’estrema ricchezza clinica nei loro interventi e diminuendo notevolmente il numero delle sedute.
Questi autori strategici e sistemici hanno influenzato la metodologia di lavoro che passeremo a descrivere, anche se il suo profilo è originale.
Tale approccio consiste nell’intendere sempre la problematica coniugale come il prodotto di una disfunzionalità relazionale nel contesto trigenerazionale formato dall’articolazione di entrambe le famiglie di origine.

Articolazione tra sistemi dispersivi e sistemi coesivi. Formazione del contesto trigenerazionale

II contesto trigenerazionale formato dall’articolazione di ambedue i SFO con il SFN è una costruzione mentale dell’operatore e una divisione arbitraria entro un sistema sociale più ampio dove i sistemi familiari si incrociano con i macrosistemi comunitari. Questo contesto sara’ preso come scenario di fondo delle transazioni piu’ significative del SFN e, secondo il nostro punto di vista, deve essere sempre tenuta presente la chiara definizione della relazione tra il SFN ed entrambi i SFO per produrre un reale cambiamento terapeutico ed un’efficace prevenzione primaria.
Per il loro modo di aggrupparsi, i sistemi familiari sono stati descritti in generale come coesivi o dispersivi, a seconda che ci siano forze centripete o centrifughe al loro interno.
In una revisone della scarsa letteratura mondiale su questo tema, Kelsey-Smith e Beavers segnalano che il concetto centripeto-centrifugo e’ stato usato da antropologi come Kroeber (1925), etologi come Wilson (1975) e psicoanalisti come Erickson (1963), per descrivere un modo di funzionamento senza tenere in considerazionela salute o la malattia, Stierlin (1973) utilizza concetti similari nel parlare del distacco degli adolescenti dal gruppo familiare, e Minuchin (1974) nel parlare di famiglie “enmeshed” o “desengaged”. In generale tutti questi autori definiscono lo stile relazionale della famiglia nucleare senza tenere conto della famiglia di origine.
Il mio contributo originale su questo tema (Canevaro 1978, 1982) e’ stato quello di studiare la relazione tra le due famiglie di origine attraverso l’unione dei loro rappresentanti tramite il vincolo di alleanza, e quello di studiare il campo strutturale, reale o virtuale, formato dall’interazione tra i SFO e il SFN.
In questo articolo descrivo le tre possibili configurazioni che formano i SFO quando si uniscono tra di loro, secondo le proprie caratteristiche relazionali.

La prima configurazione si ha quando entrambi i coniugi appartengono a sistemi coesivi. Essi tendono a considerarsi simili e in generale c’e’ di fatto molta similitudine per quanto riguarda valori familiari, classe socio-economica, religione, educazione ecc.
La dipendenza dei due coniugi dalle rispettive famiglie di origine e’ molto grande e la relazione tra loro tende ad essere intesa e fragile e inversamente proporzionale alla vicinanza con la famiglia di origine.
L’intensita’ della relazione puo’ essere molto grande soprattutto per cio’ che riguarda l’espressione emozionale dei conflitti, ma il grado di solidita’ della coppia e’ basso. E’ il tipo di coppia abitualmente chiamata “immatura” e i rischi di separazione e divorzio sono maggiori (omissis)

La seconda configurazione si ha quando uno dei SFO e’ dispersivo e l’altro e’ coesivo. Essa e’ moltofrequente, la relazione di coppia tende ad essere piu’ stabile rispetto alla precedente e dipende molto dalla migliore o peggiore integrazione del coniuge del sistema dispersivo nel sistema coesivo. Questo coniuge dispersivo si e’ staccato molto presto dal suo SFO ed ha stabilito maggiori connessioni con l’esterno. Le caratteristiche personali sono caratterizzate da una maggiore distanza nelle relazioni emozionali piu’ strette e si lega ad una famiglia con caratteristiche centripete perche’ e’ cresciuto senza di esse. Egli e’ attratto da questo tipo di famiglie perche’ sono piu’ unite. Quando c’è una disfunzione evidente nella relazione coniugale e con l’altro SFO, tende a isolarsi emozionalmente e a sviluppare una patologia psichiatrica o a stabilire relazioni iper-compensatorie con l’interno del sistema, triangolando uno dei figli, o con l’esterno, lavorando eccessivamente (wor-kaddict) o coinvolgendosi .in relazioni extraconiugali.
In questo tipo di configurazione la coppia tende a un’insoddisfazione cronica, con una simmetria occulta, e “vive separandosi” anche se raramente effettua la separazione.
E’ la struttura dove i figli giocano un ruolo stabilizzatore molto evidente e in questi casi, quando la sintomatologia disfunzionale si manifesta in uno dei figli, è generalmente riferita alla struttura del SFOD (Sistema Familiare di Origine Dispersivo) come se la sintomatologia esprimesse la necessità di bilanciare aree di predominio simmetrico di ambedue i SFO. Cioè, la sintomatologia del figlio malato tende a riferirsi a figure significative del SFOD, sul piano delle identificazioni, o a patterns interattivi dello stesso. Questo vincolo ha il significato di colmare le necessità affettive del padre dispersivo, non soddisfatte nella famiglia attuale.

La terza configurazione si ha quando ambedue i coniugi appartengono a sistemi dispersivi. Essi costituiscono una coppia in cui ciascuno tende a vedere l’altro come padre-marito-fratello o madre-moglie-sorella, cercando di compensare le carenze di relazione con il sistema familiare esteso. In questa forma il vincolo si sovraccarica emozionalmente e le frustrazioni sono molto intense, anche se generalmente non si separano, data la grande necessità reciproca. Abitualmente costituiscono con i figli un sistema familiare coesivo.
Fatta questa presentazione teorica, vediamo gli aspetti tecnici.

Metodologia di lavoro

Questa tecnica è indicata specialmente per le coppie disfunzionali o in fase di divorzio, sebbene nella mia esperienza possa essere anche utilizzata efficacemente nelle famiglie in cui il paziente designato sia un bambino o un adolescente (come spiegheremo in un altro lavoro).
Si tratta in generale di coppie giovani o in età media, i cui genitori non devono essere necessariamente in vita, quindi possono essere stati sostituiti da fratelli e/o zii come rappresentanti delle loro famiglie di origine.

Prima seduta

Quando arriva la coppia si indaga il problema presentato e la costituzione delle famiglie di origine; a metà seduta si spiega la metodologia di lavoro e l’opportunità di chiamarle entrambe. Generalmente si lascia un intervallo di una settimana affinche’ riflettano sulla proposta e sondino la possibilità di portare le proprie famiglie di origine in seduta.
La semplice convocazione produce frequentemente una reazione di perplessità. A volte chiedono altre informazioni sul perché di questa richiesta e a seconda dello stile di relazione che predomina in ciascuna famiglia di origine, varierà la reazione.
Quando nelle famiglie predomina un funzionamento di tipo coesivo, i membri pensano generalmente che questa richiesta potrebbe procurare sofferenza e preoccupazione ai propri familiari, in quanto verrebbero a conoscenza di questi problemi. La risposta è che peggio sarebbe se non si desse loro la possibilità di discuterli, soprattutto se sono coinvolti in conflitti simili che si ripetono di generazione in generazione.
A volte il “castigo” diretto ai familiari di origine si compie attraverso il sistema familiare nucleare. Frequentemente una separazione coniugale ha il significato di “mostrare” alle famiglie di origine “come si definisce una situazione” (quando nella generazione precedente i genitori convivevano da separati coinvolgendo i figli nella problematica). In questo caso la punizione indiretta alla generazione precedente si produce per una sorta di “suicidio matrimoniale” di cui essa viene considerata responsabile.
Quando nel sistema predomina un funzionamento di tipo dispersivo c’è il timore di non essere accudito a causa dell’indifferenza nelle relazioni familiari e i membri pensano di “essere già adulti e di non avere nulla più a che fare con la famiglia di origine”.
Dobbiamo segnalare che generalmente non c’è un’opposizione chiara e spesso si riescono a fare le sedute programmate.

La spiegazione della metodologia di lavoro in seduta è, di per se stessa, un tremendo input in tutto il contesto familiare e provoca un polverone di messaggi, così che si succedono chiamate telefoniche e incontri tra ognuno dei coniugi e le loro famiglie di origine. Si arriva in tal modo ad una defocalizzazione del problema attraverso la quale si riesce a formare un’apertura che permette di uscire dalla sterile opposizione simmetrica tra i coniugi. S’incrementa la solidarietà coniugale (senza intervento diretto da parte del terapista in questo senso) dato che da questo momento si mette in luce la relazione di ogni coniuge con la propria famiglia di origine e si ristabilisce un meccanismo che favorisce il vincolo di alleanza tra i partner a spese del vincolo filiale. Partiamo dalla premessa che i problemi non risolti nel SFO perturbino il SFN, nella misura in cui si manifestano in quest’ultimo.
Nell’enunciare esplicitamente l’ideologia di lavoro: “Convoco ognuna delle famiglie di origine perché il mio modo di comprendere i problemi emersi in questa consultazione è in funzione della famiglia estesa ‘, il terapista si colloca tacitamente a favore dell’omeostasi. In questo modo si ottiene il diluirsi delle resistenze e delle suscettibilità e il terapista funziona più come un operatore che ha bisogno di tutti gli elementi esistenti per affrontare il problema.
Ovviamente si produce
un doppio effetto terapeutico, che è fondamentale in questa strategia: da una parte si promuove attivamente l’avvicinamento e lo scambio d’informazione con il SFO e dall’altra si provoca molto il SFN o i coniugi, che vengono scossi riguardo alla loro pretesa autonomia.
Questo doppio movimento di avvicinamento e “rimbalzo” li detriangola rapidamente e li conduce ad un distacco più adeguato dalle loro famiglie di origine che permette loro di affrontare ulteriormente, in modo più facile, le problematiche vitali.

Seconda seduta

In questa seduta si valutano tutte le retroazioni prodotte e si programmano le interviste con le famiglie di origine. C’è già molta informazione su cosa è successo tra i coniugi e su come hanno reagito di fronte alla convocazione delle famiglie di origine e questo ci permette di notare aspetti importanti del gioco relazionale della coppia.
Generalmente si nota che c’è un allentamento della tensione nei coniugi che non viene mai segnalato e le domande o le affermazioni riguardano le relazioni con il SFO e la programmazione della terza e quarta seduta (quale famiglia si chiama prima, quali potrebbero essere le possibili modificazioni ecc.).

Chi chiamare e perché. Il segreto dell’intervista

Si chiamano separatamente e in modo alternato le famiglie di origine biologiche (padre, madre, fratelli, senza parenti acquisiti) di ciascun coniuge, senza la presenza dell’altro 2 .
Questa semplice convocazione è per vari motivi un poderoso intervento.

1) Si differenzia radicalmente un coniuge dall’altro, definendolo come appartenente al gruppo della propria famiglia di origine. Ciò solleva immediatamente discussioni senza fine, rimproveri e controrimproveri riguardanti la simbiosi e provoca anche un avvicinamento al SFO “permesso” dal terapista; tutto ciò elimina la necessità di “relazioni furtive” fatte alle spalle del coniuge. Al connotarsi positivamente della alleanza con la famiglia di origine, si dissolve la coalizione 3 e questa perde il suo carattere patologico.

2) Convocando genitori e fratelli senza parenti acquisiti si da una forte connotazione di “essere in famiglia”, accentuando l’endogamia, il che facilita, “di rimbalzo”, l’ulteriore distacco dalle rispettive famiglie di origine. Permette inoltre l’espressione più libera delle opinioni, con minor necessità di “diplomazia familiare”.
Contrariamente a quanto ci si può aspettare, non esistono quasi obiezioni da parte dell’altro coniuge, che trae sollievo da questa discriminazione e collabora, all’interno della coppia, nella discussione sulla problematica relativa alla propria famiglia di origine.
Questa è la maniera migliore per capovolgere l’effetto dannoso che ha la ripetizione nella coppia della relazione inadeguata con la famiglia di origine.

3) Si suppone la presenza del terapista come variabile discriminante dal momento che si colloca ad un metalivello implicante “il controllo della relazione terapeutica” imprescindibile per un buon processo terapeutico.
A volte gli interrogativi su questa metodologia da parte dei pazienti danno la possibilità di “negoziare” il controllo della relazione terapeutica e di osservare il funzionamento del sistema coniugale.

Si garantisce il segreto di quanto detto nell’intervista. La formula è: …”Tutto quello che A (o B) non dirà di questa intervista, io non lo dirò. Sta sotto il segreto professionale e ha il senso di far restare ciò che si dice in famiglia e di parlare sulla situazione in tutta libertà”…
Questo ci permette di: a) rinforzare la differenziazione tra i due sistemi familiari di origine; b) osservare le ulteriori retroazioni e il movimento dell’informazione tra i due coniugi; c) introdurre un cuneo nel sistema familiare disfunzionale, il cui effetto è paradossale.

Procedimento delle sedute con la famìglia di origine

Fatta la presentazione con i familiari e osservata attentamente la loro disposizione spaziale, si passa a domandare ad ognuno come gli è stato trasmesso l’invito. Questa domanda che ha una risposta che sembra ovvia, è necessaria non solo per studiare la comunicazione tra i membri (a chi “si manda a dire” tramite un terzo, chi non viene invitato ecc.), ma anche per indagare il motivo della richiesta, che spiegazione hanno dato per invitare i familiari. A volte nelle prime sedute alcuni dei coniugi non esprimono chiaramente che la loro richiesta di terapia è per la salute mentale dell’altro o per una separazione che non riescono a chiedere apertamente ecc. In questi casi la risposta ci permette di chiarire tali motivi nascosti. Inoltre questa domanda fa in modo che indirettamente si esprimano credenze familiari circa la causa dei problemi (per esempio, una madre vedova molto dipendente da suo figlio, che aveva problemi coniugali, interrogata disse: “Vengo per il divorzio”, quando una parola di tal genere non era mai stata pronunciata né da suo figlio, né dal terapista).
Una volta terminato questo procedimento, si spiega la metodologia di lavoro e si garantisce il segreto di quello che viene detto nella seduta (vedi sopra). Si chiarisce anche che si fa abitualmente una sola seduta, eccezionalmente due, mai più di due.
All’inizio della discussione il tema proposto esplicitamente dal terapista è la
relazione coniugale.
Tutte le domande del terapista sono formulate su questo punto centrale e il procedimento utilizza il punto di vista triadico, come è descritto da Selvini Palazzoli e Coli. (1980), anche se non si esclude un rapporto diretto con ciascuno dei membri. Si tratta di stabilire una comunicazione empatica con la famiglia, per creare un clima di lavoro, e il terapista spinge attivamente in questa direzione. Ciascuno dei partecipanti manifesta i propri “schemi esplicativi”
4 della situazione. Il domandarsi o il confrontarsi su queste ipotesi tra i membri è sufficiente per provocare un grande scambio d’informazione. Se l’atteggiamento del gruppo è aperto e la comunicazione fluida, tutto si svolge come in una classica seduta di terapia familiare, senza però allontanarci dal compito proposto.
Quando la famiglia e’ molto resistente si suole dare una connotazione positiva di questo atteggiamento; dobbiamo chiarire che anche nelle famiglie rigidamente disfunzionali la comunicazione è abbastanza fluida, probabilmente per l’assenza dell’altro coniuge e la possibilità di spostare su di lui la problematica portata dal membro presente.
In questo caso le domande del terapista tendono a promuovere la comunicazione diretta da persona a persona, detriangolando “in assenza” l’altro coniuge e favorendo il chiarimento delle relazioni all’interno della famiglia di origine con il coniuge presente.
Inevitabilmente appare sempre (e questo è uno degli obiettivi non esplicitati del terapista) la relazione del membro presente con la sua famiglia di origine, indipendentemente dalla relazione coniugale.
Quando la problematica è molto intensa, tutta la prima seduta ruota sul chiarimento di questa situazione e si invita la famiglia ad una seconda seduta per parlare dell’argomento che ha motivato la consultazione. Come si vede, la relazione con la famiglia d’origine, che è fondamentale, può essere toccata molto facilmente, senza proporla esplicitamente e in questo senso l’atteggiamento del terapista è neutrale, sperando di vedere qual’è l’effetto psicologico.

Spostamento verso il coniuge che non è presente

Le famiglie arrivano con molto piacere alla seduta accettando il segreto dal momento che hanno l’occasione di parlare male del parente acquisito senza che questo significhi parlar male del proprio familiare che è presente. Questo permette di vedere molto chiaramente come viene spostato sul parente acquisito tutto ciò che non può essere detto del proprio familiare e inoltre ci permette di capire il rapporto di questo membro con il suo coniuge.
Come sappiamo, nelle famiglie disfunzionali la comunicazione è distorta e tende ad essere ellittica. I coniugi rimangono intrappolati in una funzione di “vai e raccogli tutto” tra la propria famiglia di origine e la coppia. Per esempio il coniuge A tratta B nel modo in cui è trattato dalla sua famiglia di origine e gli attribuisce le stesse attitudini di quest’ultima. Quando A è con la sua famiglia di origine, tende a trattarla nel modo in cui è trattato dal proprio coniuge. Nel contesto della sua famiglia di origine A è accusato per la sua tendenza al cambiamento (cioè a distaccarsi) e nel contesto della sua famiglia nucleare per la tendenza all’omeostasi con la propria famiglia di origine (spesso è descritto con le stesse qualità di quest’ultima: rigidità, mancanza di cambiamento ecc.)

Intervista di chiusura

Lasciando un certo intervallo da seduta a seduta che può variare di una, due settimane, si arriva generalmente a tale momento dopo che sono trascorse quattro o sei settimane dal primo incontro.
Durante tutto questo periodo si sono prodotti numerosi cambiamenti in tutto il contesto familiare, come conseguenza dei molteplici incontri tra i differenti sottosistemi.
A volte spontaneamente si definisce la relazione tanto della coppia che ha richiesto la consulenza come del SFO. Per esempio, in un caso di minaccia di divorzio, tra la seconda e la terza seduta, il marito abbandona il tetto coniugale, interrompendo così le sedute. In un altro caso un coniuge separato da tre mesi, durante le sedute rinuncia ad essere socio di una impresa familiare della sua famiglia di origine e ritorna a casa. Accetta di riunirsi anche economicamente con la propria moglie e mette l’appartamento a nome di entrambi, come lei richiedeva da tanto tempo. Sei mesi dopo continuano molto bene, migliorando il rapporto coniugale e con il SFO.
Dunque si può dire che la metodologia degli incontri e le tematiche su cui si è lavorato sono stati un grosso input in tutto il sistema trigenerazionale, sufficiente per provocare cambiamenti “spontanei”. Questi cambiamenti hanno luogo, quindi, in accordo con le forze in conflitto dato che l’intervento del terapista sulle decisioni fondamentali, per il principio di neutralità, non è stato mai diretto. La direttività dell’intervento consiste nella programmazione degli incontri, come principio organizzativo, e nel favorire attivamente lo svolgimento del compito, cioè definire la relazione dei coniugi tra loro e con le rispettive famiglie di origine.

A partire dalle interviste con le famiglie di origine si possono produrre diverse alternative che dipenderanno dalle retroazioni ottenute. In alcuni casi si termina entro la quinta seduta, riassumendo la problematica di ciascuno dei coniugi tra loro e con le proprie famiglie di origine. Più spesso si connota positivamente la mancanza d’intesa coniugale dicendo: “Mi ha colpito molto vedere il modo in cui vi siete impegnati per la realizzazione della missione familiare. Avete sacrificato generosamente l’intimità e la felicità coniugale per essere dei buoni figli e genitori, come i vostri genitori e i genitori dei vostri genitori vi hanno insegnato ad essere. E’ molto importante che continuiate così, perché in caso contrario…”. A questo punto si verbalizzano i conflitti specifici di ogni coniuge con la sua famiglia di origine che a giudizio del terapista sono nodali in quel sistema. Per esempio: “…perché in caso contrario mamma e papa di A dovranno rivedere dopo tanti anni la loro coppia, con il pericolo che entrambi diventino molto depressi al constatare come sia passato del tempo, e che non siano più considerati così necessari dai loro figli…”. Altro esempio: “…perché in caso contrario le sorelle di B dovranno accettare che lui non è più il loro figlio coccolato e permettere il suo matrimonio”.
Altro esempio: “…perché in caso contrario il padre di A dovrà fare lo sforzo di togliere A dalle gonne della madre e tutto ciò sarebbe dannoso per la sua salute, dovendo dedicare più tempo alla moglie…”.
In questo modo si descrivono le situazioni omeostatiche di ciascuna famiglia di origine, includendovi tutti i familiari, senza dimenticare di nominare nessuno, in modo da dare una visione globale di tutto il SFO e mettendosi a favore dell’omeostasi.
Il segreto di ciò che è stato detto nelle sedute non disturba l’intervento finale del terapista, perché egli da una sintesi personale di ciò che ha visto in questi incontri, in modo da non compromettere nessuno dei membri che sono stati presenti. Anzi? a volte nelle sedute di chiusura, sorgono definizioni della relazione mai dette prima come per esempio nel caso di una moglie che dice: “…lo sanno tutti nella famiglia che mia suocera non mi può vedere”, quando nelle sedute questo non si era mai detto né visto!
Nel momento attuale della ricerca stiamo tentando di terminare scrupolosamente con il numero di sedute accordate, lasciando aperta però la seduta finale all’alternativa terapeutica, secondo ciò che si ritiene più adatto al momento. Ciò, sia che si decida di concludere l’intervento terapeutico, sia che si decida di continuare con alcune sedute, ma con la sola coppia.
In un caso clinico stiamo organizzando un intervento finale a distanza, con entrambe le famiglie di origine in una riunione congiunta ad hoc. La coppia leggerà una lettera diretta a tutto il sistema trigenerazionale, in cui è espressa l’opinione del terapista sulla consulenza di coppia che è stata fatta.
Non c’è, quindi,
una programmazione rigida della seduta di chiusura, se non per cio’ che riguarda in ogni caso la valutazione che il terapista ha fatto in accordo con le retroazioni tra il SFN e ogni famiglia di origine.
La seduta di chiusura conclude il periodo di “ricognizione d9lle informazioni” e soltanto in questa il terapista darà la sua opinione sulla situazione che ha dato origine alla richiesta. Opinione che comprende l’analisi di quello che succede in tutto il contesto trigenerazionale, intendendo il problema come l’emergenza di uno squilibrio relazionale di tutto il sistema.

Alcune modificazioni nel processo

Nei casi di coppie che chiedono una consulenza per problemi coniugali e che hanno figli adolescenti, si fa un incontro separato con questi ultimi, come se fosse con un’altra famiglia di origine. Ciò ha una sua spiegazione sistemica: i figli avendo vissuto una situazione di conflitto in tutti questi anni o essendo, per la loro crescita, causa scatenante della problematica dei genitori, giocano un ruolo molto importante e devono essere inclusi come un sottosistema di potere. Poi, specialmente nei casi in cui il contatto con i SFO non esiste o è relativo, il sottosistema dei figli ha una posizione equivalente a quella del SFO all’interno del SFN, dal momento che la loro genitorializzazione li ha messi in una posizione “one up” nei confronti dei loro genitori.
L’intervento terapeutico con i figli varia a seconda dei casi. In generale vengono convocati e una volta che il terapista ha fatto loro delle domande, seguendo la modalità prima descritta, vengono lasciati con una connotazione positiva delle loro triangolazioni e questo riesce a farli uscire dalla loro posizione “one up”.
In un caso, due adolescenti coinvolti nei problemi interminabili di una coppia che viveva tra continue separazioni e riunioni, mettendoli permanentemente in mezzo, furono convocati e furono poi lasciati con una constatazione positiva della condotta dei loro genitori. Ci si congratulò con loro della bravura di entrambe i genitori che proteggevano i pro-pri figli, portando tutta la loro pazzia sulle spalle e lasciandoli così liberi di percorrere la loro strada verso il futuro. Questo intervento calmò l’intenso odio che i figli avevano per i genitori lasciando spazio alla tristezza e ad un cambiamento di comportamento verso di loro. I genitori, a loro volta, con meno sensi di colpa per il loro atteggiamento immaturo e ricevendo più affetto dai figli, furono in grado di affrontare la loro problematica di coppia con il terapista senza mettere i figli in mezzo.
La semplice convocazione dei figli come sottosistema separato da quello genitoriale agisce come elemento di definizione di entrambe i sottosistemi.
Ci sono dei casi nei quali i genitori dei pazienti sono separati e non accettano una riunione congiunta. In questo caso si convoca ogni co-niuge con il proprio padre e/o fratelli separatamente e ovviamente si connota positivamente la condotta di questi genitori, che sebbene non abbiano nessun dialogo tra loro riescono a mantenere tutta la famiglia unita (anche se questo significa la triangolazione dei figli con la conseguente perturbazione del SFN). In altri casi si procede nello stesso modo con i fratelli. Nel caso di una consulenza per minaccia di divorzio, uno dei coniugi era triangolato in una situazione molto complessa all’interno della propria famiglia di origine. Era l’intermediario tra i suoi genitori e un fratello, che non parlavano tra di loro. Lo si convocò in una seduta con i genitori e in un’altra con il fratello, sempre con l’obiettivo di esaminare il conflitto di coppia, motivo della richiesta di consulenza. Il fatto di programmare gli incontri separatamente e di qualificare come “missione impossibile” (in ogni incontro) il ruolo che gli era stato assegnato da tutti i suoi familiari, cioè di funzionare come loro terapista, è stato sufficiente per detriangolarlo. Il SFO, attraverso il conflitto tra i genitori e il fratello, rendeva difficile il distacco di questo figlio; ogni volta che quest’ultimo faceva un progresso nella sua professione o si avvicinava di più a sua moglie e ai suoi figli, vi era una recrudescenza omeostatica del conflitto tra i genitori e il fratello.

Invianti e intervento di altri terapisti

La presenza di altri terapisti all’interno del processo terapeutico di una famiglia costituisce un grosso problema tecnico ed è una variabile intercorrente che nei casi trattati è stata più un ostacolo che una facilitazione.
Il fatto che molte volte le consulenze siano inviate dal terapista individuale di uno dei coniugi, complica ancora di più la situazione.
Questo è un tema che figura nella letteratura sia di autori ad orientamento dinamico che ad orientamento sistemico. Non possiamo in questa sede trattare estesamente tale problematica, possiamo solo ricordare che questa presenza deve essere tenuta in considerazione per determinare quando è necessario intervenire direttamente con loro dato che rappresentano un importante elemento omeostatico del sistema familiare.
I terapisti, a causa del transfert e per il fatto di essere messi in posizione “one up”, hanno molte volte il significato equivalente di un SFO e come tali debbono essere trattati. La convocazione per un incontro con il o i terapisti (quando più di uno sono coinvolti) si fa generalmente di fronte ad un impasse terapeutico. Nel nostro ambiente, che è molto influenzato dall’orientaraento psicodinamico, è già un grosso passo avanti riuscire a fare delle riunioni d’equipe. Nonostante tutto è illusorio pensare che la situazione si modifichi per una semplice riunione, molte volte realizzata per “cortesia professionale”.
Semplicemente il trattamento è più difficile ed occorre soltanto sperare che l’evoluzione positiva della situazione coniugale e/o familiare possa da se stessa recuperare il tema delle psicoterapie parallele. La valutazione empirica dei risultati ci mostra una peggiore evoluzione nei casi dove sono coinvolti altri terapisti, però anche in questi ci sono dei cambiamenti.
La situazione con tali terapisti pone molte varianti e in ogni caso deve essere trovata una soluzione creativa, secondo le particolari caratteristiche. Ovviamente i sistemi hanno una tendenza ad inglobare i terapisti e gli invianti (come hanno studiato molto bene Selvini Palaz-zoli e Coli. 1980). Questi diventano i punti nodali omeostatici del sistema che devono essere trattati in modo speciale, come spiegano gli autori.
Quello che è chiaro è che la posizione del terapista individuale, “membro della famiglia di origine” del paziente a causa del transfert, va recuperando la sua dimensione reale nella misura in cui si ristabilisce un dialogo diretto, da persona a persona del paziente con i propri familiari significativi. Questa risoluzione del transfert, non per effetto delle interpretazioni transferali, ma per il cambiamento sistemico, è una dimensione essenziale del processo terapeutico. Però pochi terapisti tollerano la ferita narcisistica rappresentata dalla propria perdita di “potere”, dato che non hanno per la loro posizione all’interno del sistema una visione che permetta loro una metacomunicazione chiarificante.
Se tanto loro come i pazienti tollerano
un cambiamento nella relazione (diventando il terapista non già una figura transferenziale, ma “compagno di strada”, catalizzatore facilitante del processo d’individuazione e di autonomia), la relazione potrà continuare, arricchita. Una volta che si è prodotto il distacco dal suo gruppo familiare di origine, il paziente può con il suo terapista continuare a definire la sua identità per riuscire in un migliore inserimento nella società, nella sua relazione con altri macrosistemi, professionali, di lavoro ecc. In caso contrario, il trattamento si interromperà o finirà male.

Conclusioni

Abbiamo delineato una tecnica di intervento terapeutico che prende sempre in considerazione la relazione tra il SFN e il SFO.
Siamo partiti dal presupposto che l’emergenza di problemi coniugali e’ il prodotto di uno squilibrio relazionale all’interno di un contesto trigenerazionale costituito dall’articolazione di entrambe le famiglie di origine.
Sebbene utilizziamo questo modello di intervento anche nelle consulenze familiari con pazienti designati, bambini o adolescenti, lo abbiamo descritto qui solo in relazione a richieste per crisi coniugali o in procedimenti di divorzio.
Attualmente nella nostra ricerca utilizziamo sempre come minimo cinque sedute che includano ambedue le famiglie di origine per avere una visione complessiva che sia diagnostica e terapeutica. I risultati positivi di questa tecnica ci portano a continuare ad utilizzare tale modello d’intervento, per ottenere una maggiore efficacia terapeutica. Il successo di questo modo di lavorare si basa probabilmente sul fatto che la famiglia di origine è molto legata al SFN anche se non vivono vicini o qualcuno è scomparso. C’è sempre qualche rappresentante del SFO che riunisce informazioni importanti e che nei momento in cui viene incluso amplia il campo psicologico.
Questo modo sistemico di lavorare con le famiglie di origine non esclude l’analisi storica delle relazioni passate, però si centra soprattutto sul sistema reale, cioè sulle persone viventi con cui si può condividere l’esperienza della risoluzione del problema che ha portato alla richiesta, utilizzando ogni elemento psicologico ed emotivo di tutti i membri, spesso paralizzati dal fatto di non essere tenuti sufficientemente in considerazione. Includere il SFO per risolvere i problemi del SFN potrebbe essere oggi un salto concettuale e tecnico simile al passaggio dall’individuo al SFN di anni fa, che segnò il cambiamento paradigmatico della terapia familiare e fu il motivo della sua riuscita.
Seguendo la linea dei terapisti strategici e sistemici che hanno ridotto sensibilmente il numero d’interventi terapeutici, cercando di entrare direttamente nel punto nodale del sistema, questo lavoro cerca di continuare tali ricerche con l’idea di trovare una tecnica semplice e efficace non solo per la risoluzione dei problemi familiari ma anche per fare prevenzione primaria.


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Note

1 Pubblicato per la prima volta in “Divorcio y nucvas relaciones familiarcs”, Terapia familiar n.15, Ed. ACE Buenos Aires, 1986. Trad. di Patrizia Castellani.

2 Anche Framo utilizza questa tecnica, però la strategia clinica e la sua base teorica sono totalmente differenti. “Dal momento che il nucleo centrale è la relazione passata e presente di un adulto con i propri genitori e fratelli, non convoco l’altro coniuge alia seduta. La sua presenza sarebbe un invito per i genitori e i fratelli a parlare delle difficoltà della coppia e delle difficoltà parentali, il che sarebbe un metodo di triangolazione che diverge dal proposito principale” (Exploration in Maritai and Family Therapy, Springcr, New York 1972, pag.179) (il corsivo è mio).

3 Haley ha definito la coalizione come una relazione perversa tra un membro di una classe ed un altro appartenente ad una classe inferiore in termini gerarchici Uno dei membri della classe supcriore si allea con il membro della classe inferiore contro un suo pari e viceversa. L’alleanza suppone un’unione tra i membri senza l’opposizione a nessun altro.

4 Prendiamo la definizione di Valeria Ugazio: ‘Con questa espressione si fa riferimento alle percezioni interpcrsoanli, spiegazioni, interprctazioni, attribuzioni di significato e d’intenzionalità al proprio ed all’altrui comportamneto date dai soggetti coinvolti nell’interazione” in “Ipotizzacene e processo terapeutico”, Terapia familiare n.16, dicembre 1984

APPROCCIO TRIGENERAZIONALE al LUTTO FAMILIARE

ARTICOLO PUBBLICATO nella rivista

SAGGI Child development and disabilities,Vol.XXXI-n.1/2005.

Associazione La Nostra Famiglia.via Don Luigi Monza ,20.23842Bosisio Parini-(LC)ITALIA

APPROCCIO TRIGENERAZIONALE al LUTTO FAMILIARE

Dr.Alfredo Canevaro

Indirizzo e-mail alcanev@libero.it

“Lasciamo le tristezze, tanto non tolgono niente né alla realtà né al dolore”

(Benedetto Croce- Lettera alla moglie di Piero Gobetti)

INTRODUZIONE

Questo articolo intende dimostrare come l’utilizzazione delle risorse delle famiglie di origine (FO) può essere fondamentale per sbloccare processi terapeutici familiari fallimentari o in impasse terapeutica, anche durante una psicoterapia familiare svolta solo col gruppo familiare nucleare.

Malgrado sia la famiglia il luogo naturale dove si elabora una perdita, sono stati più gli autori psicodinamici che quelli sistemico-relazionali ad affrontare questo argomento.

Si descrivono qui alcuni apporti teorici, sia di psicoanalisti che di terapeuti familiari sistemici e si riassume un consulto, con l’intero sistema trigenerazionale, in un caso di perdita traumatica di un figlio unico.

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Evidentemente la morte ,per ogni essere umano,é uno degli aspetti della vita più difficili di affrontare.

Malgrado sia un tema ricorrente di poeti e scrittori, nel mondo odierno viene trattato più come un concetto astratto o,di frequente,nella comunicazione di massa (TV,cinema,giornali,ecc), in un senso volgare e riduttivo.

Rimane però un evento difficilmente riconducibile a sé stesso.

Diceva Freud (1915 ) “In verità é impossibile per noi raffigurarci la nostra stessa morte e ogni volta che cerchiamo di farlo continuiamo ad essere ancora presenti come spettatori”…. “Possiamo affermare che non c’é nessuno che creda alla propria morte, o detto in altre parole, che nel suo inconscio ognuno di noi é convinto della propria immortalità….” “…..Non sarebbe preferibile restituire alla morte, nella realtà e nel nostro pensiero, il posto che le compete dando maggior rilievo a quel nostro atteggiamento inconscio di fronte alla morte che ci siamo finora sforzati di reprimere accuratamente?… Il vecchio detto SI VIS PACEM PARA BELLUM sarebbe tempo di modificarlo così: SI VIS VITAM PARA MORTEM -( Se vuoi sopportare la vita, preparati per la morte)”

La vita odierna é caratterizzata dalla tecnologia come valore predominante e da un senso frenetico del tempo psicologico (tempo fast food o tempo internet). Questo vissuto del tempo nel presente lo converte in un presente puntiforme ( a differenza, per esempio, degli egizi che lo consideravano in un senso allargato, come un tempo abitato dagli dei, dai morti e dai viventi).Questa caratteristica influisce sul nostro modo di affrontare il fenomeno della morte, favorendo la negazione come meccanismo di difesa predominante.

La progressiva nuclearizzazione della famiglia, nel secolo scorso, ha ristretto lo scenario naturale della famiglia allargata con più membri che costituivano un continente emozionale e psicologico più adeguato alla elaborazione di una perdita. Ci sono inoltre elementi che condizionano l’atteggiamento odierno di fronte alla morte come segnala E. Gelcer (1983 )

1) Il miglioramento della salute e maggiori cure mediche che allungano la vita e caratterizzano lo scenario abituale delle strutture mediche, non contemplano il bisogno di vicinanza affettiva necessaria per addolcire il trapasso. Molte persone muoiono, oggi, intubate e circondate da apparecchi o personale infermieristico, estranei a loro, senza che sia permesso un tempo per morire in uno spazio condiviso con le persone care.

2) Questo stesso fattore di prolungamento tecnologico della vita deforma, in un certo senso, l’esperienza della morte,favorendo un lutto anticipatorio nel prolungato periodo della malattia. Tale processo permette un aggiustamento diverso riguardo la morte repentina e favorisce un distacco emozionale graduale.

3) La nostra società individualista ha ridotto l’importanza del ruolo del lutto e del funerale come rituale sociale che favorisce l’adeguamento psicosociale dell’individuo e della famiglia. I funerali permettono la libera espressione del dolore e prescrivono il tempo del lutto, secondo la cultura e la religione predominante, favorendo inoltre il ristabilimento di una rete sociale e comunitaria.

Significato etimologico del lutto in alcuni idiomi (fig.1) Fig 1-Etimologia della parola LUTTO

Lo scarso spazio disponibile ci impedisce un’analisi più approfondita dei diversi significati che lo stesso fenomeno ha in alcune lingue occidentali.

Malgrado in tutte le lingue si accenni alla tristezza ed alla pesantezza del dolore, ci sono alcuni elementi interessanti da individuare. Per esempio, l’aspetto paranoide di deprivazione e di angoscia che esistono sempre intorno ad una perdita e che in inglese si esprime con la parola BEREAVEMENT, che ha la stessa radice di RUBARE.

In spagnolo, francese e italiano antico si dice DUELLO, che proviene dal latino DOLLUM, dolore, ma anche da BELLUM, guerra, dunque il conflitto interno e l’ambivalenza, come lotta tra il morire un po’ (identificazione) e il cercare di vivere, abbandonando il morto.

APPROCCIO PSICODINAMICO

Freud in “Lutto e Melancolia (1917)” si occupa della natura della melancolia paragonandola all’effetto normale del lutto e riprendendo questa somiglianza, segnalata per la prima volta da ABRAHAM nel 1912, dice: “il lutto é di regola la reazione alla perdita di una persona amata o a quella di un’astrazione che ha sostituito la persona amata, come ad esempio il proprio paese,la libertà un ideale e così via dicendo.

…Sebbene il lutto comporti gravi deviazioni dell’atteggiamento normale verso la vita, non ci viene mai in mente di considerarlo come uno stato patologico che richiede un trattamento medico” (pag.129)

Benché Freud segnali le similitudini fra lutto e melancolia, dice:” nel melancolico si manifesta qualcosa che nel lutto manca: una straordinaria diminuzione dell’autoconsiderazione,un’ impoverimento dell’IO su vasta scala. Nel lutto é il mondo che é diventato povero e vuoto, nella melancolia é l’IO stesso” (pag.131)

Nel lutto, cioè, la prova della realtà mostra che l’oggetto non c’é più. C’é una perdita cosciente. Invece nella melancolia c’é una perdita inconscia dell’amore oggettuale e c’é una scarsa autostima, non presente nel lutto. “Così scopriamo la chiave del quadro clinico di questa malattia: ci accorgiamo che i rimproveri apparentemente diretti verso il soggetto stesso, in realtà sono rivolti ad un oggetto amato ma poi deviati sull’IO del paziente” (pag.133). …..” la libido libera non viene spostata su un altro oggetto, ma serve a stabilire una identificazione dell’IO con l’oggetto abbandonato. Cade così l’ombra dell’oggetto sull’IO.

In questo modo la perdita oggettuale si é trasformata in una perdita dell’IO e il conflitto tra l’IO e la persona amata, in una scissione tra l’attività critica dell’IO e l”IO alterato dell’identificazione”(pag.134).

Un altro psicoanalista molto importante nello studio del lutto é stato John Bowlby (1983)che, con la sua teoria dell’attaccamento,arricchì la psicanalisi di notevoli contributi derivati dalla etologia e dalla teoria dell’informazione.

“Per la persona orbata di un affetto – egli dice – solo il ritorno della persona perduta potrebbe essere fonte di reale conforto. Qualsiasi nostro tentativo di consolazione viene visto quasi come una offesa” (pag.18).

Durante le sue ricerche fa una scoperta per lui molto significativa. Nel 1960 in “Grief and morning in Infancy and Early childhood” (pag.26), segnala per la prima volta “le sorprendenti analogie tra reazioni alla perdita della madre dei bambini in tenera età e reazioni degli adulti colpiti da un lutto”.

Bowlby definisce il lutto come: “una gamma molto ampia di processi psicologici consci ed inconsci istaurati dalla perdita di una persona amata, a prescindere dal risultato finale di tali processi” (pag.29).

Nel 1980 descrive le quattro fasi del lutto, partendo dal dolore inevitabile a causa della natura persistente e insaziabile della ricerca della figura perduta. Fa sua l’opinione di Freud in “Inibizione, sintomo e angoscia” (1925) secondo cui quando si pensa che la persona amata sia temporaneamente assente, la reazione é di angoscia. Quando appare permanentemente assente compare la tristezza, il dolore e il lutto.

Dieci anni prima di Freud, Shand (1920 ) suggeriva che la paura presupponga la speranza. Solo quando stiamo lottando per migliorare una situazione siamo angosciati dall’idea di non riuscirci. “Così dite addio alla speranza, e con essa direte addio alla paura” scriveva Milton.

Poiché la speranza può essere di gradazione diversa, esiste un continum di sentimenti, dall’angoscia alla disperazione e, durante il lutto, questi sentimenti hanno un andamento oscillante.

Ancora Bowlby descrive quattro fasi del lutto, cominciando con la prima fase di STORDIMENTO che può durare da alcune ore a una settimana, quando si riceve la notizia della perdita. Interrotta da scoppi di ira o dolore, molte persone sono inebetite “non riuscivo a crederci….”, incapaci di accettare la notizia e a volte con attacchi di panico. Poco a poco incomincia a rendersi conto e passa alla seconda fase di RICERCA E STRUGGIMENTO per la persona persa che può durare alcuni mesi, a volte anni. Ci sono dolori fisici, traffiture, angoscia, singhiozzi, insonnia e rimuginamenti. Ci sono due stati d’animo predominanti e alternanti: il convincimento della morte e l’impossibilità di crederci. Appare anche la collera, di solito rivolta a chi è considerato responsabile dell’evento, del quale può, a volte, essere responsabilizzata la stessa persona morta.

C’é un pensiero fisso, un moto incessante, si scruta l’ambiente, si chiama la persona scomparsa e ci si dirige verso quelle zone dove sarebbe possibile trovarla. L’essenza di questa fase è, come già detto, l’ansiosa ricerca della persona persa e solo quando si accetta che la perdita é permanente scompaiono la collera ed i rimproveri e subentra la TRISTEZZA profonda senza via di scampo, passando alla terza fase di DISORGANIZZAZIONE E DISPERAZIONE e solo se si tollera il tormento emotivo si può, poco a poco, elaborare il lutto.

“Dà voce alla sofferenza, il dolore che non parla imprigiona il cuore e lo fa schiantare” diceva Shakespeare in Macbeth (atto IV, scena III).

Questa accettazione graduale della perdita permette di passare all’ultima fase, la quarta, di RIDEFINIZIONE di si stesso e della situazione, che può durare uno, due o più anni.

Ci sono modelli di comportamento, sentimento e pensiero condivisi con la persona morta che si perdono e se ne conservano alcuni che vanno dalle cose più banali e concrete fino a quelle più astratte e durature come valori e mete condivise. . Ci sono sogni vividi e sensazioni di presenza, e così la persona scomparsa viene “ricollocata” emozionalmente nel mondo interno del superstite, dando luogo ad un minor isolamento affettivo e sociale.

APPROCCIO SISTEMICO RELAZIONALE

Con la nascita della terapia familiare come disciplina complementare dell’approccio individuale, si é arricchito il campo di ricerca e intervento, incorporando osservazioni e concetti interazionali e sistemici.

Un autore molto importante é M. Bowen (1979) che,nelle ricerche sulla sua “Family Systems theory”, include lo studio del comportamento della famiglia di fronte a un lutto e rimarca l’esistenza di un’onda di shock emozionale che si diffonde intergenerazionalmente occasionando disturbi psicopatologici nei suoi integranti, che spesso ne ignorano la etiologia.

Egli enfatizza la rilevanza del lutto nella famiglia, quando vi è la perdita di un bambino “speciale” o di un patriarca o matriarca del clan, che hanno un ruolo emozionale più significativo nella famiglia.

Un altro autore sistemico é Norman Paul (Paul, Glosser 1965), che ha molto insistito su come lutti irrisolti nel passato familiare possono avere un grande impatto nelle fasi transizionali del ciclo vitale, specialmente quando si devono affrontare cambiamenti e perdite.

  • In una ricerca bibliografica sul lutto familiare fatta da D. Kissane e S. Bloch nel 1994 , gli autori insistono sulla scarsità degli studi familiari-sistemici a fronte dell’abbondanza di ricerche empiriche fatte sul lutto individuale. Essi ne addossano la responsabilità al paradigma predominante dello studio dell’individuo nelle scienze di salute mentale e ad una certa difficoltà di fronte alla complessità del fenomeno. Citano gli studi di Lieberman (1978), Rosenthal (1980), Williams e Pollack (1979), Black e Urbanowicz(1985-87). Quest’ultimo, coinvolgendo 100 famiglie, aveva prescritto sei sedute familiari, con lo scopo di promuovere l’elaborazione del lutto, laddove la persona scomparsa era rappresentata da uno dei due genitori.

Nel follow-up a un anno, queste famiglie trattate mostravano una diminuzione dei problemi comportamentali nei figli e una diminuzione della depressione nel coniuge sopravvissuto, rispetto al gruppo controllo. Queste differenze si verificavano nel follow-up a due anni, trovando disponibili solo il 46% delle famiglie trattate e il 53% del gruppo di controllo.

Nonostante ciò ci sono diverse pubblicazioni su osservazioni cliniche fatte da terapeuti familiari su argomenti diversi come patterns di risposta familiare, disfunzionali e non, Raphael (1984), Bowlby-West (1983), influenze transgenerazionali nello stile familiare Paul e Glosser (1964), gli studi sulla correlazione tra lo stile di attaccamento genitoriale e la qualità di attaccamento nei bambini in Ainsworth e Eichberg (1991), lo studio del copione familiare e dei meccanismi di negazione che si trasmettono occasionalmente nelle generazioni future Byng-Hall,(1988) , e l’influenza di una perdita nel ciclo vitale familiare Walsh e Mc Goldrich (1991).

Il lutto quando la perdita é di un bambino ha dato luogo a studi sulle differenze di risposta genitoriale, su come incide nella relazione coniugale lo stile di reazione genitoriale funzionale (discussioni chiare ed aperte, empatia, flessibilità dei ruoli, riconoscere la perdita, apertura verso il sociale e il parentado) o disfunzionale (mancanza di discussione, chiusura individuale e familiare, negazione della perdita, ruoli rigidi, rifiuto dell’aiuto).

Il breakdown della famiglia studiato da Nixon e Pearn (1977) in cui la separazione coniugale nei primi cinque anni arrivava al 24%, contro nessuna nel gruppo di controllo .

Nancy Moos (1995) compara gli studi di Worden (1991) sui sintomi e compiti per la risoluzione negli individui con il lavoro di Goldberg (1973) sulle reazioni e compiti familiari.(fig.2)

Un altro autore che si é occupato del tema é R. Pereira (1999) che sintetizza nel suo articolo le tappe del lutto familiare e i compiti da svolgere(fig.3)

. —-Fig.3

1) Accettazione della perdita, permettendo o favorendo l’espressione della tristezza in ogni membro della famiglia.

2)Raggruppamento e chiusura della famiglia per permettere la sua riorganizzazione: ridistribuendo la comunicazione interna e i ruoli familiari.

3)Riorganizzare la relazione col mondo esterno.

4)Riaffermazione del sentimento di appartenenza al nuovo sistema familiare che emerge dal precedente e accettazione dell’ingresso in una nuova tappa del ciclo di vita familiare

Fig. 3

Raphael (1984), descrive sette patterns di risposta familiare basate in miti o tradizioni che influenzano il lutto.(fig.4)

DIVERSE RISPOSTE FAMILIARI AL LUTTO secondo

MITI e/o TRADIZIONI

RAPHAEL (1984) citato in KISSANE & BLOCH (1994)

 

  1. Famiglie in cui la morte è tabù. Il silenzio è il modus operandi. Succede spesso in famiglie d’origine in cui ci sono lutti irrisolti.

  2. Famiglie con abituali capri espiatori in cui si cerca sempre di colpevolizzare per mantenere un rigido controllo.

  3. Famiglie in cui si evita l’intimità per paura di perdere il controllo emozionale.

  4. Famiglie in cui tutto deve continuare come prima. C’è scarsa flessibilità dei ruoli e il posto vuoto deve essere riempito subito per non “indebolire” il sistema familiare.

  5. Famiglie in cui la perdita può significare caos o rischio di disintegrazione.

  6. Famiglie in cui tutto deve essere perfetto. Lottano contro i sentimenti primitivi e predomina la razionalizzazione.

  7. Finalmente…! Famiglie che funzionano con aperta e sincera condivisione di sentimenti.

Tollerano sentimenti positivi e negativi, vivono
l’intimità nelle relazioni interpersonali e condividono il
distress.L’elaborazione del lutto procede bene attraverso
l’attenzione e la consolazione reciproca.

Fig.4

Bowlby West (1983), citata da Kissane e Bloch, ha identificato sei risposte disfunzionali che la famiglia può sviluppare nello sforzo di trovare un nuovo equilibrio(fig.5)

RISPOSTE DISFUNZIONALI FAMILARI AL LUTTO

BOWLBY-WEST(1983) cit in KISSANE & BLOCH(1994)

1)Adozione di un simile stile di affrontare la perdita,idealizzando la persona scomparsa

o identificandosi con la stessa.Un membro dominante può liderare gli altri verso

questo scopo.

2)Chiusura della frontiera familiare provocando invischiamento con iperprotettività che

ostacola l’elaborazione individuale del lutto.

3)Promozione del segreto familiare,protegendo “l’onore familiare”.Frequente nei casi

di suicidio.

4)Promuovere ruoli inadeguati,come la parentification di un bambino dopo la morte di

un genitore.

5)Riattivazione transgenerazionale di lutti irrisolti,o incompleti di membri della

famiglia di origine.

6)Dipendenza di rituali religiosi o tradizioni culturali in famiglie miste.

Fig.5

Finalmente Moos (1995)propone un’interessante modello integrato di lutto familiare, in cui si combinano la concettualizzazione individuale con quella familiare , facendo vedere la loro interazione e i compiti condivisi.

Moos segnala come punto di partenza l’evento di morte e le sue diverse caratteristiche (tipo di morte,repentina o con lutto anticipatorio,; età del soggetto, essendo la morte di un bambino molto più dolorosa di quella di un anziano,; la causa, malattia oppure omicidio-suicidio; la modalità, essendo le peggiori quelle per incidente e per omicidio-suicidio).

La reazione all’evento di morte si costruisce a seconda delle percezioni cognitive del filtro individuale, che dipende a sua volta dal

A) funzionamento della famiglia nucleare (patterns d’interazioni, stile di comunicazione, aperta, espressiva o chiusa disfunzionale, la flessibilità dei ruoli e finalmente le frontiere familiari più o meno permeabili del sistema emozionale).

B) Storia familiare ( esperienze precedenti di lutto, regole generali dell’espressione emozionale, credenze religiose e differenze di genere). C) Condizionamenti culturali che determinano che cosa é accettabile in termini di lutto (la cultura generale, il background etnico e la comunità locale con le sue usanze)

Le famiglie vanno AVANTI e INDIETRO in questa strada con feed-back reciproci interattivi cambiando interazioni familiari, modificandole continuamente e cambiando così le reazioni al lutto e strategie per affrontarlo.

Questo permette il cambiamento attraverso il tempo.

(fig.6)

Tutto questo confluisce nelle percezioni del singolo membro della famiglia le quali, insieme a quelle degli altri parenti, delineano i patterns d’interazione familiare. Questa determina la sommatoria degli stili individiduali che vengono, a loro volta, influenzati dallo stile delle FO, l’asincronia del lutto, dove non tutti sperimentano simultaneamente il lutto e finalmente il bisogno di ridistribuzioni dei ruoli: chi è che provvede, chi é il comunicatore, chi fa da ambasciatore, ecc.

Questi patterns d’interazione familiare costituiscono le reazioni emozionali , fisiche e comportamentali al lutto, reazioni cioè,condivise (“buttarla dietro alle spalle” o “riempire il vuoto”), che insieme alle strategie familiari per affrontare l’evento (strumentali per continuare a vivere e riorganizzazione e reinvestimento in altre relazioni) costituiscono i modi per elaborare il lutto e ricuperarsi.

Autori recenti come Figley e Bonnano(1999) ed altri che si occupano degli aspetti traumatici del lutto, rivalutano l’importanza del passo del tempo e dell’appoggio emozionale per superare lentamente il lutto senza un aiuto specifico. La stragrande maggioranza delle persone percorrerà questa strada riprendendosi in maggiore o minore proporzione, mentre una piccola parte di loro svilupperà una reazione traumatica allo stress della perdita, richiedendo assistenza professionale.

Segnalano che la differenza tra il lutto normale e il lutto traumatico è costituito dall’evitamento e dal terrore solo presente nel PSTD. Qualsiasi perdita é stressante nella misura in cui obera la persona e neutralizza i suoi meccanismi per ridurre lo stress. La negazione é percepita come uno sforzo iniziale per affrontare la perdita così come lo humor o le distrazioni passatempo. Non si deve forzare il cliente ad affrontare la perdita ma rispettare i suoi tempi e la guida per la terapia dovrebbe essere la naturale inclinazione del cliente a mettere in moto i suoi meccanismi di “coping”. Si deve affrontare prima la reazione traumatica allo stress, per permettere il normale svolgimento del processo di lutto.

Nonostante ciò, nessuno di questi autori che mettono il focus dell’attenzione sulla persona che presenta manifestazioni visibili di un lutto patologico, si occupa di un fenomeno che gli autori sistemici relazionali hanno sempre tenuto in considerazione. In effetti, nelle relazioni che s’intersecano del gruppo familiare, soprattutto nei sistemi familiari coesivi, dove c’é una zona fusionale inconscia d’indiscriminazione soggetto-oggetto, il lutto può ricadere su uno dei membri che si “offre” sacrificalmente a “portare il lutto” per preservare l’equilibrio familiare. A volte, per sopravvivere, l’intero sistema familiare si differenziano strumentalmente le reazioni con differenze di genere (giacché tutti gli autori segnalano la donna come la persona che tradizionalmente si fa carico del lutto protratto nel tempo) e priorizzando le circostanze socio-economiche della famiglia.

Alcuni anni fa mi sorprese, leggendo un rapporto della FAO, sulla distribuzione degli alimenti nelle famiglie povere di A.Latina, che il 57% delle calorie prodotte dalla ingestione alimentare le consumava il padre di famiglia. La comprensione di questa apparente asimmetria traeva origine dal fatto che era l’unico che lavorava, e che senza forze non poteva guadagnare il necessario per la sopravvivenza dell’intera famiglia!

Questo paragone si può applicare all’amministrazione delle reazioni familiari al lutto in una società dove la divisione del lavoro e i pregiudizi sociali fanno si che si continui ancora con l’aforisma degli antichi romani: Pater, patrimonio (lavoro fuori del contesto familiare per ricavare i soldi necessari per il mantenimento della famiglia.)Mater, matrimonio, casa e figli (per portare avanti il peso dell’accudimento e crescita dei figli).Si può pensare che la divisione dei ruoli per la sopravvivenza della famiglia influisca anche nelle diverse reazioni di genere di fronte a un lutto. Malgrado la veloce trasformazione della coppia nella società attuale, ci vorranno probabilmente alcune generazioni per arrivare ad un modello veramente paritario tra uomo e donna nella moderna concezione della divisione del lavoro e le sue conseguenze psicosociali.

Un altro elemento importante è la trasmissione transgenerazionale dei lutti irrisolti e i sintomi appaiono in un’altra generazione sotto forma di ansia diffusa, reazioni di panico o disturbi della sfera mentale, non riconducibili a nessuna ragione apparente.

Israel Zwerling,terapeuta familiari nordamericano raccontava di una sua ricerca nell’università di Filadelfia sulle vittime dei lager nazisti e dei suoi familiari nati negli USA dopo la guerra.

Coloro che erano sopravvissuti agli orrori subiti, stranamente non presentavano grossi disturbi psichiatrici, mentre i loro figli presentavano disturbi dell’identità e ansia diffusa, riconducibili probabilmente ad una trasmissione intergenerazionale della sofferenza.

Perchè il lutto possa essere elaborato, tutte le emozioni e cognizioni dell’evento devono passare attraverso il proprio Self ed essere riconosciute come appartenente al proprio mondo interno per poter mettere in moto il processo di elaborazione nelle sue diverse tappe. Quando questi affetti mobilitati in relazione alla perdita non sono riconosciuti come tali, possono essere, secondo Berkowitz,(1977) fonti di comportamenti disfunzionali come 1) tendenze possessive nella relazione o 2) manovre contro-separazione come ricatti, minacce di malattie, suicidio o comportamenti incestuosi come difesa di fronte alla perdita.

Tuttavia sarebbe importante distaccare le condizioni necessarie per un obbligato intervento terapeutico là dove il passo del tempo e le normali risorse di una famiglia non bastano per produrre in tutti i suoi membri una normale elaborazione del lutto in un processo temporale dai 2 ai 3 anni.

Stiamo parlando del lutto patologico, trattato da molti autori, tra cui Freud (1917 ) quando dice:”La melancolia é ancorata ad una condizione che nel lutto normale non compare, o quando compare lo transformerà in lutto patologico: la perdita dell’oggetto d’amore diventa un’ottima occasione per far valere e mettere in rilievo l’ambivalenza insita nella relazione amorosa!!”

Bowlby (1983)ha molto scritto sul lutto patologico che per lui, seguendo Lindemann, sono esagerazioni e distorsioni del lutto normale.Cita Shakespeare in Tito Andronico, quando dice “il dolore coperto é come un forno chiuso: brucia e riduce in cenere il cuore che imprigiona”.

Secondo Bowlby, una manifestazione del lutto patologico, l’assenza di lutto conscio, che si trova in persone orgogliose, autosufficienti che hanno sviluppato un falso self (Winnicot) sarebbe il prolungamento della fase di STORDIMENTO.

Questa assenza di lutto conscio può essere più o meno prolungata, con possibili crolli inattesi. La vita continua più o meno come prima, con disturbi fisici e insonnia, mal di testa.

Un’altra manifestazione é il lutto cronico, che sarebbe una versione estesa e distorta della fase di struggimento e ricerca o della fase di disorganizzazione e disperazione.

E’ caratterizzato da:

– reazioni emotive intense e prolungate

– rimproveri e rancore

– impossibilità di nuovi progetti

– depressione, angoscia e agorafobia, a volte combinate.

Il criterio per differenziare forme sane e patologiche del lutto sono

1) la durata

2) l’influenza parziale o totale del funzionamento mentale.

CARATTERISTICHE CHE FANNO PREVEDERE UN LUTTO CRONICO(Bowlby)

– Estensione della fase di STORDIMENTO

– Reazione molto intensa nell’anniversario della morte

– Collera o risentimento oltre le prime settimane

– Incubi connessi con la morte

– Litigi con parenti o estranei

Tentativi di suicidio (sono idee frequenti nelle prime settimane. Cita una ricerca di Bunch (1972), che in Inghilterra del sud su 75 suicidi investigati la perdita del coniuge o del genitore nei due anni precedenti era cinque volte superiore al gruppo controllo).

Depressione maggiore. Cita una ricerca di due sociologi inglesi, Brown e Harris (2977), che su 114 donne depresse clinicamente e 338 donne di un gruppo controllo trovarono PERDITA e DELUSIONE alla base della depressione, individuando nel 48% del gruppo delle depresse, contro il 14% del gruppo controllo, la perdita di una persona cara, marito, fidanzato o figlio per morte, malattia o abbandono nei nove mesi precedenti alla depressione.

(Fig.7)

Secondo Parker e Weiss ( 1983 ) la diagnosi del lutto patologico(fig.8)

– Depressione e tristezza che durano più di 24 mesi

– Fase di stordimento protratta a più di 2-3 settimane

-Negazione e sentimenti di colpa intensi per più di sei mesi

– Senso sproporzionato di colpa che può essere delirante.

– Cambiamenti bruschi del comportamento

– Idealizzazione della persona morta dopo una brutta relazione

– Abuso di sostanze, insonnia e fobie diverse

– Idee persistenti di suicidio (voler stare con la persona morta)

– Sindrome di stress postraumatico

FATTORI DI RISCHIO PER IL LUTTO PATOLOGICO

1) Tipo di morte:- causata dal sopravvissuto (per esempio: incidente automobilistico)

– morte improvvisa o inattesa, dolorosa o terrifica

– quando c’é mutilazione del cadavere o é causata da omicidio-suicidio

– età del morto: molto peggiore é quando sono bambini o adolescenti

2) Caratteristica della relazione: Il modello di matrimonio di solito va da una relazione passionale ad una relazione cane-gatto ma contraddistinte entrambe da una simbiosi (né con te né senza di te posso vivere).

3) Età, sesso e circostanze socio economiche del superstite.

4) Caratteristiche del superstite: Persone che hanno tendenza a stabilire rapporti ansiosi o ambivalenti con le persone amate e bassa autostima. Quando c’é troppa aggressività legata alla morte o quando rimangono da soli con figli handicappati.

5) Quando non hanno famiglia o scarsa relazione con la FO, o allontanamento dalle reti familiari o sociali, mancanza di lavoro o figli piccoli con reddito basso.

Fig .9

Finalmente la differenziazione che si fa nel DSM IV tra il lutto e la depressione.(fig.10)

LUTTO DEPRESSIONE

Identificazione normale con il morto Iperidentificazione con il morto e ambivalenza

e scarsa ambivalenza. incrementata.

Pianti, insonnia, irritabilità,

perdita di peso e concentrazione Idem

Di rado ideazione suicidaria Con frequenza

Sentimenti di colpa verso la cura della persona morta Sentimenti di colpa globali. La

persona superstite si sente

inutile e cattiva.

.

Provoca empatia e simpatia nell’interlocutore Trasmette sensazioni d’irritabilità e e fastidio.

I sintomi scompaiono dopo i sei mesi I sintomi possono essere presenti p per anni

Vulnerabilità alla malattia fisica Idem

Risponde al contatto sociale e

alla riassicurazione affettiva Non si espone e rifiuta il contatto interpersonale

Antidepressivi inutili Antidepressivi efficaci

APPROCCIO TRIGENERAZIONALE

Malgrado l’importanza di alcuni pionieri della terapia familiare che si sono occupati della comprensione e intervento multigenerazionale nei problemi della famiglia nucleare o dell’individuo (Bowen, Boszormenyi-Nagy, Framo, Whitaker,Selvini Palazzoli,ecc,), poco si é scritto specificamente sul lutto.

La complessità delle interazioni dei componenti di entrambe le famiglie d’origine e l’attuale enfasi delle teorie cognitive e postmoderne, che si allontana ogni volta di più dal trattamento congiunto della famiglia, fa si che si trascuri l’importanza di questo approccio.

Lo scenario naturale del lutto non é solo la famiglia nucleare (abitualmente descritta nella stragrande maggioranza degli studi realizzati) bensì l’intero sistema minimamente trigenerazionale che da origine agli individui e costituisce la rete allargata che insieme agli amici si trasforma nel supporto più importante del sistema familiare nucleare e del singolo soggetto.

Lo studio dei fallimenti terapeutici dimostra, che in molte circostanze si trascura l’importanza dei fattori che si tramandano transgenerazionalmente, soprattutto perché non vengono abitualmente considerati.

Un altro fattore importante è, in generale,e tranne poche eccezioni , la mancanza di applicazione nell’insegnamento e nella clinica di un formato di terapia che permetta l’utilizzazione delle risorse multigenerazionali a favore di un processo terapeutico. In questa comunicazione vogliamo descrivere un intervento con entrambe le FO, in un caso molto grave d’impasse terapeutica di una coppia genitoriale di fronte alla morte traumatica dell’unico loro figlio.

In occasione di un corso tenuto nella città di Santa Fé – Argentina – nel maggio di 1996, mi fu richiesta una consulenza da un bravo terapeuta familiare che sentiva impantanata una terapia di coppia che seguiva da un anno e mezzo.

Chiesi telefonicamente al collega informazioni sul caso e segnalai l’importanza della convocazione di entrambe le FO, che si dichiararono disponibili e che fino a quel momento non erano stati interpellate. La storia dei fatti é la seguente: durante la realizzazione di un rally automobilistico, a causa di un errore nella segnaletica della strada, una macchina precipita in un burrone durante la notte. A causa della zona molto ripida e inaccessibile, i soccorsi arrivarono la mattina seguente trovando morti entrambi i giovani piloti.

Uno di loro era il protagonista della nostra storia, Riccardo, di venti anni, figlio unico di Rosa, di 42 anni e di Roque, 43 anni. Dopo un certo periodo di disperazione e di attacco alle autorità per la negligenza dimostrata, Rosa cadde in una profonda depressione per la quale fu sottomessa a trattamenti psicofarmacologici e venne ricoverata in due occasioni per tentativi di suicidio. Il terapeuta accompagna la coppia durante tutto il processo terapeutico con grande empatia e disponibilità,essendogli loro molto riconoscenti. Malgrado ciò, la stessa mattina della consulenza, Rosa aspettava suo figlio sul bordo del burrone e dubitava se buttarsi o no per accompagnarlo.

La costituzione del genogramma é la seguente:

Angela Rodolfo Riccardo Delia

67 a. 72a. morto 2 a.prima 68 a

Angelita

40 a Juana Claudia

40 a. 44 a.

fid.10 a.

Roque 43 a. spos.21a Rosa 42a.

imprenditore farmacista

Riccardo 20 a.

Nel formato dell’intervento si contempla un primo incontro con la coppia, per informarsi dell’atteggiamento di entrambi i membri e per sondare la loro disponibilità alla consulenza. In seguito, vengono visti i coniugi con la propria famiglia d’origine senza la presenza dell’altro coniuge, in un approccio già descritto in diverse pubblicazioni (Canevaro.(1988,1999.).

Rosa- Venerdì sono stata male e sono andata in montagna e…non sono stata capace.

Dr.A.C.-Non sono stata capace?….

Rosa- Io volevo… Io voglio andare con Riccardo, sempre. Ma sono una codarda di merda e non ne sono capace e venerdì ero tanto oppressa che me ne sono andata di nuovo in montagna a stare li ad aspettare. E’ piovuto e sono caduti dei tuoni…. Questo é come se Riccardo stesse per chiamarmi o qualcosa del genere, ma non l’ha fatto…

Dr.A.C.- Lei diceva di essere una codarda non andandosene con lui? Non internandosi nella montagna?

Rosa- Certo.

Dr.A.C.-(a Roque) Lei sarebbe d’accordo?

Roque- Che lei si uccidesse?

Dr.A:C.- Si

Roque- No, anche se a volte penso realmente che con quello che sta passando sarebbe meglio per lei. Una volta ha preso una dose di pasticche, non so se il Dr.Campos gliel’ha raccontato, ed é stata in quell’occasione che lo abbiamo conosciuto, ed io l’ho presa e portata dal medico. Questo é successo circa un anno e mezzo fa e veramente molte volte mi sono pentito. Lei é quella che soffre di più, e a volte mi fa molto male il pensiero di averla portata dal medico e non averla lasciata morire, ma io realmente non voglio che muoia, che se ne vada.

Dr.A.C.- Ossia, lei non ha fiducia nelle sue capacità di farla vivere?

Roque- Anche adesso sono abbastanza sfiduciato.

Dr.A.C.-Lei non riesce ad arrivare dentro di lei?

Roque- E’ che la comunicazione… é molto difficile. Non abbiamo una buona comunicazione come una volta. Prima ci capivamo perfettamente, non ci nascondevamo niente, rispettavamo la nostra libertà, ci volevamo molto bene, a volte non era necessario parlare per intenderci. Oggi la comunicazione é cattiva, ossia, é come se parlassimo due lingue diverse.

Dr.A.C.- Perché lei non vuole morire.

Roque- No. Dobbiamo sopportare quanto accade e tirare avanti. No, non credo che nella vita ci sia per noi una situazione peggiore, ciò nonostante seguito a pensare che basta tirare avanti. Quello che voglio é che anche lei la pensi così. Ma, veramente, molte volte perdo la speranza.

Dr.A.C.- Com’é possibile che Roque non riesca a portarla con sè?

Rosa- E’ che abbiamo due obbiettivi diversi,capisce?

Dr.A.C.- Ma il figlio era vostro, no?

Rosa- Si, certo.

Dr.A.C.- Perché se lo vuol tenere solo lei?

Rosa- No, io, io…no, io non me lo voglio tenere, voglio andare con lui.

Dr.A.C.- Ma Roque non vuole, no?

Rosa- Io credo veramente, sinceramente che non c’é niente in questo mondo che riesca a suscitarmi la minima illusione in qualcosa. Sono convintissima che quello che dovevo fare l’ho già fatto, non ho più niente da fare, già no, veramente no…… Non é neppure un sentimento depressivo, é un convincimento reale.

Dr.A.C.- M adesso c’é un dubbio, no? La mancanza di coraggio che lei accusava. E’ come se volesse rimanere con Roque e si sente come divisa in due, no?

Rosa- Lo vedo solo come mancanza di coraggio di andar via.

Dr.A.C.- O mancanza di coraggio per rimanere.

Rosa- E’ che rimanere, credo che non debba rimanere.

Dr.A.C.- Allora questo é il nocciolo della situazione, dove Roque é ridotto all’impotenza.

Rosa- Si

Dr.A.C.- Voi avete mai pensato di separarvi prima della morte di Riccardo?

Rosa- No

Roque- No

Dr.A.C.- E adesso?

Rosa- Si

Roque- Si, adesso lo pensiamo molte volte.

Dr.A.C.- E che pensate? Per esempio, ne avete parlato tra di voi?

Rosa- Pensiamo solo che io devo rimanere lì, e lì rimarrò. Nient’altro.

Dr.A.C.- Ma per Roque sarebbe come abbandonarla alla morte, no?

Roque- Si, quando mi sento totalmente sfiduciato e a volte vedo che le sto facendo male, che non faccio niente di positivo per lei. Per quanto mi riguarda io sto cadendo sempre più in una depressione o una disperazione , ma quando mi sento così é quando…mi dico:bene, io abbandono, me ne vado e… Poi non lo faccio perché sono convinto che, anche se mi sembra che non faccio niente, qualcosa faccio: se me ne vado lei non tarderebbe molto ad uccidersi e quando non sono in casa sto male…..

Dr.A.C.- Pensando a ciò che può succedere…

Roque- Certo, é che l’ho vista morta, tante volte sono arrivato a casa credendo d’incontrarla morta che… Quando lei sta bene, se io esco senza aver discusso e abbiamo una relazione un poco affettuosa….. Allora vado tranquillo a bere un bicchiere con i miei cognati, ma se mi trovo in una situazione di tensione, la verità é che…se sto a casa sono fatale e se sto fuori sto peggio.

RIUNIONE CON LA FAMIGLIA D’ORIGINE DI ROQUE SENZA ROSA PRESENTE

Sorella- Io ho due figlie e portavo sempre come esempio la casa di mio fratello…Non ho problemi con loro ma quando bisognava fare una cosa, in casa di mio fratello non c’erano problemi, lì tutti sapevano fare tutto..e le mie figlie erano gelose di mio nipote perché era esemplare

Dr.A.C.- Come era il ragazzo?

Sorella- Molto speciale.

Dr.Costa.- Ora porto una fotografia. (Ritorna con la fotografia. Il Dr. C. la guarda e la colloca su un tavolino vicino).

Sorella- Era speciale, speciale…Era sempre ben disposto con tutti…eh! Veniva quasi tutte le settimane a casa mia e mi raccontava dello sport, degli studi… Era molto speciale, affettuoso, premuroso ed era il mio unico nipote.

Dr.A.C.- (aRoque) Da quanti anni siete sposati?

Roque- A marzo faranno 21 anni. Abbiamo cominciato ad uscire in un piano un poco informale e abbiamo continuato a vederci fino a sposarci molto giovani. Rosa era rimasta incinta e noi volevamo sposarci, l’unica cosa che volevamo era stare insieme.

Dr.A.C.- Voi avete accettato bene Rosa?

Sorella- Si.

Dr.A.C.- In tutti questi anni non ci sono mai stati problemi?

Madre- Una figlia in più..

Dr.A.C.- Quest’anno, perché non l’avete vista?

Madre- Perché lei non vuole vederci o perlomeno é quello che io penso. Un giorno stavamo insieme e le ho detto: Rosa, devi reagire.Riccardo non vorrebbe vederti così!. Allora lei mi ha spinto e ha detto: togliti dalla mia vita, non voglio vederti!!.Io mi sono fatta da parte. Quando sono arrivati mio figlio, la madre e una sorella, mi sono avvicinata a mio figlio,l’ho abbracciato e lui mi ha detto: “Mamma, questo é un martirio!. mamma, non ti vuol vedere!.”

Dr.A.C. Poco fa Roque ha detto che lui ha pensato di separarsi da Rosa. Lei che ne pensa?

Madre- Mi fa molto male se lo fa. Ma anche la vita che sta facendo mi fa molto male. Se lui lo fa io glielo accetto perché così può vivere a modo suo e come vuole, perché non é questione di stare lì, di continuo, di continuo e di continuo……

Dr.A.C.- Come pensa sarà la vita di Roque se si separa?

Madre- Questo non lo so…Lo vedo molto solo.

Dr.A.C.- Rodolfo ,che ne pensa della separazione di Roque?

Padre- Non lo so, non lo so. A volte penso che è castigare una persona, se si può chiamare castigo il lasciarla perché sta male…Noi siamo andati a farle visita in una clinica perché era malata. Avevo in chiaro che non fosse lei e sono andato per confermarlo, che lei non era lei, non era la Rosa di sempre: era un po’ pazza o c’era qualcosa di strano in lei. Mio figlio non mi ha detto che si separa per questo, ma l’ho sentito dire, e a volte penso che…castigare una persona così, perché si può considerare un castigo, lasciarla, perché un po’ pazza…Credo che bisogna darle un’opportunità, vedere se con il tempo migliora, e continuare la vita di sempre. Penso che non lo supererà, che starà peggio ogni giorno di più e secondo il mio punto di vista ..la separazione si farà ma diversamente.

Dr.A.C.- Lei non é partecipe della separazione perché pensa che ci sarà una separazione naturale?

Padre- Si.si. penso che la separazione avverrà da sola, uno andrà in cielo e l’altro rimarrà qui. Perché non c’é corpo che resista a tanta sofferenza, quella che sta sopportando questa signora.

Dr.A.C.- Se Rosa morisse, questa situazione sarebbe meno dolorosa della separazione?

Padre- Qui non parlo, mi sentirei meno padre per lui.

Dr.A.C.- Come reagirebbe la gente se si separassero?

Pdre- Non so, sarebbe traumatico…non so, mio figlio ama la moglie, questo l’ha dimostrato molte volte, perché se non le volesse bene non sopporterebbe tutto ciò. Ma…se arriva la morte, non so che cosa succederebbe. Non lo so perché questo dipende dai sentimenti di ogni persona.

Dr.A.C.- Ma la gente accetterebbe meglio la morte che la separazione?

Padre- Io credo di si.

Dr.A.C.- Accuserebbero Roque?

Sorella- Credo di no, perché tutti in famiglia stiamo dalla parte di Roque, tanto la famiglia di Rosa come noi siamo a favore suo, per il comportamento che ha nei confronti di Rosa e per la sua sofferenza..

Dr.A.C.- Credo che voi dovete aiutarlo, no? Lui si sta dibattendo fra il voler separarsi e continuare a vivere o seguitare ad accompagnare Rosa nella rassegnazione. Allora lui é combattuto internamente tra due cose, no? E sarebbe importante se potessimo uscire da questa riunione con qualche orientamento per aiutarlo. Lei, (alla madre) é a favore della separazione?

Madre- Si.

Dr.A.C.- Che pensa che possa succedere poi a Rosa?

Madre- Bene, sarà la sua distruzione, mi fa molto male, però é mio figlio.

Padre- …se loro optano per la separazione bisogna accettarlo, senza nessun dubbio.

Dr.A.C.- Lei si sente vicino a suo figlio?

Padre- Si.

Dr.A.C.- Sente che lui le vuol bene?

Padre- Si,…si,si…quando l’ho visto per la prima volta, perché io lavoravo all’estero come viaggiatore di commercio, quando ripartivo lui voleva venire con me. Il periodo che sono rimasto a casa, circa sei mesi, eravamo stati bene insieme e lui voleva venire con me.

Dr.A.C.- E adesso, Rodolfo, sente ancora le forze per portarselo con lei?

Padre- Si.

Dr.A.C.- Glielo dica.

Padre- Si,si(senza guardare il figlio) se lo devo portare con me, lo porto

Dr.A.C.- Lo dica a lui.

Padre-(rivolgendosi al figlio) Si. Vuoi che ti porti con me?

Dr.A.C.- Rodolfo, gli prenda la mano, lo guardi negli occhi. Sente la forza di portarlo alla vita?

Padre- Si

Dr.A.C.- Facciamo una piccola pausa perché vado a vedere la famiglia di Rosa, ma vi ringrazio per essere stati onesti nell’aprire il vostro cuore, perché é importante. C’é un amore incondizionato per Roque. E sicuramente voi appoggerete qualsiasi decisione lui prenda, ciononostante credo che in lui ci sia un certa titubanza, quando è in seno alla sua famiglia, no? C’é un predominio della mamma, come se si fosse ripetuta la relazione privilegiata di Roque con sua madre, con la relazione privilegiata di Rosa e il suo Riccardo. Il papà é solidale e lo appoggia molto, ma lui ha vissuto più tempo con la madre. Credo che lui abbia bisogno di parlare di più con il padre, da uomo a uomo. Ha bisogno che lei, Rodolfo, con le sue ultime forze lo aiuti.

Padre- Si..ma il problema é che a volte io ho voglia di parlargli ma non so come cominciare. Da qualsiasi cosa io cominci, a volte le sue risposte sono negative.

Dr.A.C.- Mi ascolti, lei é un uomo forte, ha affrontato una vita dura di lavoro.

Padre- Sono stato, sono stato un uomo forte.

Dr.A.C.- E con il resto delle sue forze lo può aiutare molto.

Padre- Si, lotterò fino ad esaurirle.

Roque- Si, io la capisco, ma in questo momento la comunicazione con i miei genitori, con tutti, non mi é facile, perché…a me i consigli non servono, perché io vivo con Rosa tutti i giorni e tutte le ore e non ne posso più di consigli.!(con rabbia)

Dr.A.C.- C’é qualcosa in lei che rispetta quella specie di unione di Rosa con Riccardo,no? Perché lei stesso si sente un po’ marginale a quell’unione. Con sua mamma é stato molto unito mentre suo padre stava percorrendo il mondo. Io credo che lei deve cominciare a rispettarlo e ad ascoltarlo un po’ di più. Piano piano e questo l’aiuterà ad uscire dalla sua impotenza con Rosa. Credo che Rodolfo con il resto delle sue forze lo farà. Capito Rodolfo?

Padre- Si, si, si, perfettamente.

RIUNIONE CON LA FAMIGLIA DI ORIGINE DI ROSA SENZA ROQUE PRESENTE

Madre- La verità é che Rosa deve vivere diversamente, lasciare Riccardo da parte, che non vuol dire dimenticarlo, perché io al ragazzo voglio molto bene, perché l’ho cresciuto. Quando si sono sposati vivevamo vicini e lui stava sempre con me. Ho sei nipoti, ma lui era quello che stava sempre da me, passava cento volte per casa e si fermava a mangiare senza che Rosa lo sapesse. Ma io adesso vorrei vederla rimessa, vorrei che non parlasse di quelle cose e l’altro giorno le ho detto:” Rosa, questo non é amore verso Riccardo, questo é come se tu nutrissi rancore dentro di te, lasciati curare”. Mi ha buttato fuori di casa e mi ha tolto le chiavi che io avevo.

Dr.A.C.- E il rancore quale sarebbe?

Madre- Credo rancore verso tutti, vedere che gli altri hanno dei figli e lei no. Se potessi le darei la mia vita: non ho marito, non ho niente, solo le mie figlie…vorrei che la sua vita fosse diversa, che si lasciasse amare,…é aggressiva, come se sentisse odio verso tutti coloro che la circondano, disprezza suo marito, come se non gli volesse bene. L’altro giorno le ho detto:”Se vuoi, separati da Roque.” Lui é un buono,troppo buono, perché il carattere di lei é più forte, lo ha dominato sempre..

.E gli ho detto a Roque:”finiscila di comportarti così, Rosa vuole star sola, tu vai al tuo lavoro e dimostra che sei l’uomo di sempre!”Lei ha un carattere forte, difficile: quando veniva a dire:” mamma farò questo”, l’aveva già fatto. E’ sempre stata molto volonterosa.

Rosa- Non ho mai fatto niente che ti piacesse, assolutamente niente, tutto quello che ho fatto…

Madre- Non dire stupidaggini.

Rosa- E’ vero mamma… quando avevo cinque anni mi dicevi: già studierai!… e poi:studierai l’anno prossimo,e così via…

Madre- Ma io non lo facevo per cattiveria….no figlia mia.

Rosa- Anch’io non te lo sto dicendo per cattiveria. Mamma, ti sto dicendo che non ho mai fatto quello che tu volevi.

Madre- Era diventata femminista, ecologista e tutte quelle cose. Se ne andava le domeniche e io le dicevo sempre scherzando:”un giorno ti cadrà la casa addosso e nemmeno te ne renderai conto…Non sei mai a casa…”

Dr.A.C.- Rosa, dentro di lei é combattuta tra vivere o morire ed é necessario che voi cerchiate di aiutarci, affinché noi possiamo aiutarla.

Claudia- Sono sempre stata molto unita a Rosa, da quando é nata per me é sempre stata la sorella più bisognosa di protezione. Malgrado la sua apparenza di persona fortissima, per me era come di cristallo. Le sono sempre stata vicino, fino a tre mesi fa finché non l’ho sopportata più, quando ha cominciato a buttar fuori tutto quell’odio che ha dentro e allora ho detto…:”non ne posso più”.E’ arrivato un momento nel quale ho visto che quell’odio é così grande da superare tutti. Allora non vado a trovarla. Quell’odio che sente contro il marito, contro mia madre e mia sorella e, suppongo, contro di me, anche se non l’ho mai notato.

Dr.A.C.- E contro se stessa.

Claudia- E contro se stessa, ma anche contro gli altri. Tra l’altro é molto intelligente e sa come colpire per far male, non perde tempo, sa come far piangere mia sorella in un minuto e come ferire mia madre con un solo colpo, con una sola parola.

Dr.A.C.- Lei si sta congedando, Rosa vuole che voi la odiate per non soffrire per la sua morte.

Juana- Ma noi non la possiamo odiare, le vogliamo troppo bene, ma anch’io in certi momenti la odio. Sono già due anni che le stiamo vicine e se lei aveva bisogno di qualcosa ho cercato di darglielo e di appoggiarla, adesso arriva un momento nel quale non so se é affetto…ho voglia di prenderla e schiaffeggiarla. E’ affettuosa quando vuole e mezz’ora dopo é despota e aggressiva e tu noti che sta “masticando” contro di te e questo non mi sembra giusto.

Dr.A.C.- Come se Rosa non volesse sentirsi legata per amore a nessun essere vivente, vuole poter morire senza problemi. Capisce Rosa?

Rosa- Si, certo. Capisco, ma non so se condivido.

Dr.A.C.- Lei sta facendo tutto il possibile perché la odino, così nessuno la salva. Perché se la salvano, succederebbe quello che non é successo con Riccardo, che non l’hanno potuto salvare, allora lei fa di tutto per evitarlo. Se questa ipotesi fosse vera, si congedi da loro diversamente, capisce? Se lei ha deciso di morire si congedi da loro in un’altra forma, altrimenti loro resteranno con un dolore molto più grande. Se lei vuole morire perché quella é la sua decisione, che sia per decisione sua propria, non perché non la possono vedere più. Se loro le vogliono bene, lei non può controllare quell’amore. Questo sentimento appartiene a loro, comprende?

Rosa- Che succede? Che io voglio controllare tutto?

Dr.A.C.- Io credo che lei vuole morire senza che nessuno l’aiuti. E non può controllare ciò che loro sentono. Allora li lasci con quello che loro sentono per lei e si congedi da loro bene. Con chi vuole cominciare?

Rosa- Non voglio farlo; se volessi farlo dovrebbe essere più intimo. Mi sembra troppo dire addio, addio,addio…no

Claudia- Questo è in contraddizione con tutte le volte che vuole uccidersi e ci avvisa tutte, in una maniera o l’altra. Lei non fa un tentativo di suicidio e resta zitta. Ci avvisa.

Dr.A.C.- Forse perché non ha potuto congedarsi bene da voi. Quello che io voglio é che Rosa lo faccia ricordando le cose buone di ognuno di voi. Allora se vuole morire si porterà le cose buone di voi, non rimarrà quell’odio e quel rancore. Con chi vuole cominciare?

Rosa- E’ lo stesso, ma se devo pensare in positivo devo fare un piccolo sforzo per pensare a come Riccardo le trattava.

Dr.A.C.- Ma Riccardo non é lei. La sua storia con loro é diversa; io la invito a che lei possa congedarsi bene ,non con odio e rancore. Con chi, con Claudia? Che cose buone ha fatto per Claudia? Le prenda la mano e le dica le cose buone che si porta di Claudia.

Rosa- ..ero incinta e stavo a casa sua. C’erano così poche cose…

Claudia- Avevamo pochi soldi, lei meno di me, lei non aveva niente, ridevamo perché mangiavamo sempre fagioli e Roque diceva: Cavolo! In questa casa ci sono sempre fagioli!..però non era triste, eravamo allegri, era una continua baldoria, tutti i giorni erano festa.

Dr.A.C.- Ossia, lei vorrebbe rimanere con quell’immagine di Rosa.

Claudia- Si, con quella e molte altre.

Dr.A.C.- Le dia un abbraccio ricordando quei tempi. Rosa, anche lei l’abbracci…(R. si lascia abbracciare passivamente) Rosa, l’abbracci di più…

Rosa- E’ che a me questo sembra molto stupido.

Dr.A.C.- Non vuole pensare di volerle bene,no? Ma Claudia le vuole bene, l’abbracci di più. Rosa, non la vuole abbracciare?

Claudia- Rosa non ama nessuno. (Il terapeuta, davanti alla riluttanza di Rosa, insiste finché si produce un abbraccio pieno, molto tenero)

Dr.C:bravo,adesso Juana, Si sieda lì, per favore.

Rosa- Per favore no, no, no non voglio più

Juana- E’ per aiutarti. Che succede…

Dr.A.C.- rosa, perché non vuole congedarsi?

Lola- Mi sembra ridicolo.

Dr.A.C.- Lo faccia adesso che ha la possibilità.

Juana- Cavolo! Da me ti congedi. Se lo hai fatto con Claudia lo fai anche con me…

Lola- Mi sembra ridicolo, veramente.

Juana- Rosa ed io abbiamo avuto le peggiore relazione delle tre sorelle perché non ci siamo mai capite. Io ho avuto idee diverse da quelle sue. Ogni volta che parlavamo finivamo per discutere; io avevo mille volte una miglior relazione con Riccardo. Lui veniva a casa a mangiare sfogliatelle, crocchette, i dolci, era sempre felice a casa mia; ho un figlio di un anno e mezzo di differenza ed erano carne , sembravano fratelli. Invece con Rosa ci frequentavamo meno, perché non ci capivamo, discutevamo…

Dr.A.C.- Che bei ricordi ha di lei?

Juana- Rosa aveva idee fisse, molto sicura di se stessa. Ha ottenuto sempre quello che voleva, con molta fatica, perché ha cominciato a studiare quando era sposata e l’ho ammirata sempre per questo. Le dicevamo:”Per che cosa studi a questa età?” Glielo dicevamo pensando che non ce la facesse, invece lei ha lottato malgrado tutte le eravamo controed è riuscita.

Dr.A.C.- Ossia, lei l’ammira.

Juana- In questo l’ho sempre ammirata ed ho ammirato il suo carattere forte. A Rosa non le è mai importato niente di nessuno, diceva le cose come erano, e se ti facevano male, ti facevano male. Molte di queste cose mi hanno fatto male, ma malgrado tutto ho avuto una grande ammirazione per lei

Dr.A.C.- Adesso si congedi da lei.

Juana- Non sono d’accordo con l’idea di congedarmi da Rosa. Se sono qui è perché lei non se ne vada.Rosa mi dice un’infinità di volte che se la voglio aiutare, l’aiuti a morire . Per starle vicina quando ne ha bisogno sto trascurando un po’ la mia famiglia, ma non sono d’accordo che se ne vada anche se lei lo vuole, a questo mi nego, non sarei capace di dirle addio. Anche se se ne andasse seguiterebbe ad ascoltare la mia rabbia. Se ci manca Rosa è una perdita molto grande: la perdita di Riccardo è stata enorme, quella di mio padre grandissima, ma ancora un’altra, mi nego, non sono capace di dirle addio .

Dr.A.C.- Certo, no vuole facilitarle le cose.

Juana- Siamo una famiglia molto unita e già ci mancano due. Già è un vuoto molto grande quando apriamo quel tavolo tanto grande e siamo tutti li, siamo 17 o 19, non so. Dobbiamo sempre scorrere da una parte all’altra perché il tavolo è grande ma noi siamo molti ed è bello tutti li ammucchiati, ma un altro posto in meno no; non so se è perché abbiamo sofferto molto, che sopportare di nuovo…Non so.

Dr.A.C.- Glielo dica con un abbraccio, vorrei che vi salutaste bene. L’abbracci forte.(entrambe si stringono in un abbraccio molto intenso)

Molto bene.Adesso dovrà occuparsi della mamma che oggi ha sofferto molto e si è anche sentita male qui.Le dia un gesto di protezione, si congedi proteggendola. Lei sta male.

Madre- Non congedarti, non lo fare. Non lo resisterò…

Dr.A.C.- Vada Rosa, si congedi.

Madre- Non voglio, non vorrei che lo facesse. Non ti alzare per congedarti, non ti muovere…! (la madre si alza e va verso Rosa). Che non sia in quella forma, hai un marito che ti adora, non ci fare questo!Glielo dico sempre. Non può immaginare come vivo, solo per amarla…(si abbracciano e quando Rosa ritorna al suo posto,ilDr.C la sente bisbigliare,guardando la foto di Riccardo:No,Riccardo,per favore…!)

Dr.A.C.- Rosa, perché guarda Riccardo?

Rosa- Perché Riccardo ed io ci capivamo molto bene, sai, ci capivamo molto bene.

Dr.A.C.- Che succede con Riccardo? Che direbbe di questo suo congedarsi?

Rosa- Non capisco perché, perché lui non interrompe questa situazione.

Dr.A.C.- Perché lui non interrompe questa situazione?

Rosa- Certo, dacché era diventato maggiorenne, 13-14 anni, ho cominciato a considerarlo mio protettore, eravamo molto amici. Lo portavo a far spese con me perché lui mi sceglieva le cose…mi conosceva molto bene…

Dr.A.C.- E con Roque?

Lola- Certo, ma Roque è poco minuzioso. A Riccardo posso dirgli: viene con me in città che voglio comprare un cappellino. Lui viene con me e mi convince a comprarne due, uno bianco e uno marrone. Io che non me ne comprerei nessuno!

Dr.A.C.- Voi sapete che anche Roque è combattuto se lasciare Rosa o no?

Madre- Lo so, lo so.

Dr.A.C.- Voi pensate che sarebbe meglio?

Rosa- Per me, che mi lasciasse, è chiaro.

Madre- E lei da sola che fa?

Claudia- Io penso che Rosa si trova in una situazione nella quale non si preoccupa affatto di lei, né del mangiare, né di niente e se le manca Roque si può perdere totalmente. Magari anche questa è una soluzione, che si svegli lei sola, perché credo che aiutandola tutti come abbiamo fatto fino ad ora, non abbiamo ottenuto niente. E allora forse, lasciandola sola si sveglia.

Madre- O non si sveglia.

Claudia- E se lei non si sveglia è perché lei lo vuole, ma…

Dr.A.C.- Voi non critichereste Roque se si separa?

Claudia- Per andarsene? No, mai. Tra l’altro tutte gli vogliamo molto bene perché è molto affettuoso; dacché si è sposato si comporta con noi come se fosse nostro fratello e gli vogliamo molto bene e credo che sta soffrendo più di Lola, molto di più.

Dr.A.C.-(a Rosa) Ma se Riccardo la lasciasse vivere, lei vivrebbe?

Rosa- Tu puoi far si che lui viva?

Dr.A.C.- No. Ma credo che lei si possa.

Rosa-Io, come?

Dr.A.C.- Chiedendoglielo.

Rosa- Magari mi sentisse!

Dr.A.C.- Perché lei attribuisce a Riccardo un amore tirannico verso di lei? Come se non la volesse lasciar vivere…la vita che dovrebbe vivere insieme a loro. Con il mondo, con i suoi amici, sorelle, marito…, o decidersi se se ne vuole andare con lui. Ma in una maniera che non rappresenti una ulteriore sofferenza per tutti gli altri. Perché allora la tirannica è lei..

Rosa- Si, di questo ne sono convinta.

Dr.A.C.- Allora questo è quello che deve decidere dentro di lei, no?

Rosa- Sono tra l’altro convinta che con Roque , per esempio, darei fastidio, capisce? Lui adesso starebbe molto meglio se non mi volesse tanto bene.

Dr.A.C.- Se lei potesse tenere l’amore meno tirannico di Riccardo, probabilmente potrebbe vivere con quell’affetto e anche con lui. Lei è,molto assolutista: o tutto o niente. Allora deve decidersi, perché così tirannizza tutti: o vive con loro come glielo stanno chiedendo o non vive.

Ho l’impressione Enrique (al Dr.Costa), che è una famiglia molto forte. Di affetti molto intensi, sia amore che odio. E credo che questo fa star male Rosa, perché anche lei sente così. Se lei non si sentisse tanto unita da questi affetti, tutto le sarebbe più facile. Allora il lavoro di tutti noi è aiutarla a che si congedi bene da tutti, perché così non avrà problemi ad andar via, o si decida a vivere con tutti e con Riccardo, no? Ma questo bisogna farlo perché così non può continuare.

Dr.Costa- Portando Riccardo al tempo attuale?

Dr.A.C.- Cioè, che lei possa seguitare a vivere con tutti e far vivere anche lui, perché così non lo fa vivere, no? Lei così lo sta tirannizzando e lo tiene solo per lei.

Quelli che credono nell’aldilà dicono che non bisogna trattenere i morti, bisogna lasciarli andare a riposare in pace…

Rosa- Ci sono varie teorie su questo.

Dr.A.C.- Questa è una che ho sentito. Mi da allora l’impressione che l’amore tra Rosa e Riccardo si è trasformato in tirannico e forse non è questa la realtà che lui ha generato giacché è stato, ed è amato da tutte queste persone. Credo che se lei riuscisse a condividerlo con il marito, con le sorelle…Sarebbe più facile sopportare tutti insieme.

(il Dr.C fa chiamare alla FO di Roque)

TUTTI INSIEME…

Dr.A.C.-Bene, grazie al vostro generoso contributo abbiamo avuto degli incontri molto intensi e mi è sembrato meglio finire insieme. Sintetizzando alcune cose che state vivendo tutti. Tutti, ognuno a modo suo. La cosa più giusta per Riccardo, sarebbe che lui possa vivere dentro tutti voi, no solo Rosa e Roque ,ma tutti, perché ognuno di voi lo ha amato. Il tema difficile è che Rosa, al averlo avuto tenuto in grembo, crede, come molte madri, che i figli sono patrimonio personale perché sono stati carne della propria carne e questo non fa giustizia alla presenza dei padri. Ancora oggi un bambino si fa mettendo insieme un ovulo e un spermatozoide, almeno ancora in questo secolo. Il prossimo millenio si vedrà…

Il tema, il drammatismo di questa situazione è che Rosa sia l’unica persona a decidere tra morire per andarsene con Riccardo o vivere per compartirlo con voi. In questa situazione Roque è stato un po’ impotente. Non sa se lasciarla o continuare al suo fianco. Questo è il dramma della situazione, di ognuno di voi e il dramma di loro due. Rosa è aggrappata a Riccardo in maniera non compatibile con questa vita tridimensionale, con questa vita ordinaria che tutti dobbiamo vivere.

Ci troviamo in un momento molto delicato in cui sembrerebbe che la situazione si deve definire. Ho cercato di aiutare Rosa affinché possa congedarsi meglio dalle sue persone care, affinché la smetta di dibattersi tra la vita e la morte o che finalmente si decida a lasciare Riccardo riposare in pace e con tutti voi. Non so quale sarà il risultato finale, ma ho l’impressione che è una situazione molto drammatica bisognosa di una immediata risoluzione: o tutti insieme prendono la mano di Rosa e vanno verso la vita che possono vivere, ognuno con le proprie allegrie e tristezze o probabilmente Rosa morirà. Non so quale sarà il risultato, ma credo che è meglio condividere questa situazione fra tutti affinché lei non rimanga sola anche perché, sicuramente, lei rappresenta un po’a ognuno di voi che si è resistito a lasciar andare una persona tanto cara. Credo che, attraverso Rosa, tutti dovete prendere questa decisione: se lasciare che Riccardo riposi in pace o continuare a dibattervi tra la vita e la morte.

Credo che abbiamo visto la presenza di molte persone affettuose. C’è una forza molto grande in tutti voi e credo che questo è molto positivo. Quando percepisco che c’è tutta questa forza, è perché la famiglia realmente è viva e accetta le difficoltà della vita.

So che Rosa e Roque hanno bisogno di molto affetto, ma è un affetto con condizioni, un affetto che deve vivere in questa vita, non in quella che non sappiamo come sta Riccardo. In questa dove bisogna aiutarsi solidariamente. Io, Enrique, non saprei dire altro.

Prima che ve ne andiate, Rosa prenda la foto di Riccardo e si abbracci a tutti, lasci che tutti abbiano accesso a lui e a lei in quell’abbraccio grande. Lo faccia.

Rosa- Non si può abbracciare tante persone.

Dr.A.C.- Si, si può. Roque ,la prenda lei la foto..

Roque: E’ quello che desideravo fare…

Dr.A.C.- Fatelo insieme e gli altri si uniscano…

Roque si alza,prende la foto e tenendola sopra il suo petto si stringe in un abbraccio molto intenso con Rosa.L’atmosfera si fa molto commovente e i parenti cominciano a piangere insieme ai coniugi.Il Dr.C,con un cenno gli invita ad aggiungersi a loro e lentamente tutto il gruppo si unisce in un corpo unico.Per alcuni minuti si abbracciano Rosa e i suoceri eRosa con un pianto straziante va segnando l’intensità dell’incontro.Piano,piano ,cominciano i membri più periferici a staccarsi del gruppo centrale ,conversando a sottovoce.L’atmosfera emozionale è simile a quella dei funerali con alta emotività e rispetto.A uno a uno si vanno congedando dai terapeuti,rinfraziando ed escono dalla stanza.Roque ringrazia i terapeuti abbracciando entrambi ed esce per ultimo.

FOLLOW-UP PRECOCE E TARDIVO

Nell’ottobre dello stesso anno,il Dr.Costa ci invia un tape con l’incontro avuto con Rosa e Roque,

4 mesi dopo il consulto.Rosa appare molto cambiata,ha ripreso peso,è più curata e a tratti con un sorriso gradevole ,leggermente melancolico ed imbarazzato.Raccontano che stanno bene ,che Rosa ha ripreso il lavoro e che malgrado ancora non accetta essere la mamma di un ragazzo morto,racconta dei sogni vividi e sente ancora la presenza vicina di Riccardo.Hanno fatto un viaggio a Buenos Aires,per unirsi a un gruppo di auto-mutuo aiuto di genitori che hanno perso un figlio traumaticamente.

Malgrado il gruppo aveva un orientamento religioso eccessivo per i loro gusti,gli ha fatto molto bene incontrare persone che,secondo Rosa “hanno più forza di noi per sopportare le loro sofferenze”

Nel corrente anno parlai telefonicamente col Dr.Costa che non li vedeva più in terapia dall’anno 1996 e mi disse che ogni tanto si sentivano telefonicamente e anche qualche volta lo avevano invitato alla loro casa in campagna dimostrando nei suoi confronti molto affetto e riconoscimento.

Qualche volta avevano accennato a una possibile separazione che non ebbe mai luogo.Continuano a lavorare entrambi,hanno discreti rapporti con le FO e ultimamente hanno ospitato a casa una studente universitaria che vive lontano da casa sua,con la cui hanno stabilito un rapporto affettuoso,quasi genitoriale.Riccardo continua ad essere presente nelle loro vite con grande dolcezza e rimpianto.

RIASSUNTO

Questo articolo intende far vedere come l’utilizzazione delle risorse delle famiglie di origine (FO) può essere fondamentale per sbloccare processi terapeutici familiari fallimentari o in impasse terapeutica, anche durante una psicoterapia familiare svolta solo col gruppo familiare nucleare.

Malgrado essere la famiglia il luogo naturale dove si elabora una perdita, sono stati più gli autori psicodinamici che coloro sistemico-relazionali ad affrontare questo argomento. Si descrivono alcune apportazioni teoriche sia di psicoanalisti che di terapeuti familiari sistemici.

Durante una consulenza per un caso molto grave di lutto patologico in uno dei genitori di un figlio unico mortoin circostanze drammatiche,l’autore convoca le FO e in un formato già collaudato di approccio trigenerazionaleriesce a stimolare le risorse familiari che favoriscono un riscatto terapeutico,

Da un follow-up immediato a 3 mesi e tardivo a 7 anni si riesce a vedere il rientro di una grave patologia e la nascita di una elaborazione quasi normale del lutto nella coppia genitoriale,

PAROLE CHIAVE: KEY WORDS

APPROCCIO TRIGENERAZIONALE——TRI-GENERATIONAL APPROACH

LUTTO PATOLOGICO—-PATHOLOGICAL GRIEF

RISORSE TERAPEUTICHE DELLE FAMIGLIE DI ORIGINE.//THERAPEUTIC RESOURCES OF

FAMILIES OF ORIGIN.

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