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ALLARGAMENTO AI FAMILIARI SIGNIFICATIVI NELLA PRAXIS CLINICA E NELLA FORMAZIONE DEGLI PSICOTERAPEUTI

Sviluppi e tendenze in terapia relazionale: nuove identità per terapeuti non solo familiari

Convegno SIPPR – 6-7 Maggio 2005, Forte dei Marmi

L’obiettivo di questa relazione è ribadire l’importanza del lavoro terapeutico con le famiglie di origine,
risorsa inestimabile per migliorare la qualità del processo psicoterapeutico individuale, per aiutare a definire la
relazione nelle terapie di coppia o per sbloccare l’impasse terapeutica nel trattamento della famiglia nucleare.
Questa estensione dell’approccio sistemico-relazionale esce dalla rigidità della terapia familiare congiunta,
tipica degli anni in cui si è sviluppata la terapia familiare, e viene considerata importante per aiutare gli
individui, la coppia o la famiglia. Inoltre questo approccio è di sostegno agli allievi sia per chiarire la loro scelta
vocazionale, sia per agevolare la loro integrazione tra il self personale e il self professionale nel corso della
formazione degli allievi alla terapia familiare.
A) Nella psicoterapia individuale
La nascita della terapia familiare, fin dai primi anni cinquanta, avviene a seguito della delusione sui risultati
(dell’approccio duale della psicoterapia) nella cura di psicotici o di bambini da parte di molti psicoanalisti
(Bowen Jackson, Whithaker, Framo, Ackerman, Boszormenyi-Nagy, Selvini Palazzoli).Il cambiamento del
paradigma dall’intrapsichico all’ottica centrata sulla famiglia ha rappresentato una rivoluzione copernicana
nell’arricchimento della comprensione e del trattamento dei disturbi psicopatologici e il conseguente approccio
psicoterapeutico.
La terapia familiare congiunta rappresenta il primo passo nello sviluppo dell’approccio sistemico-relazionale,
vi confluiscono le precedenti esperienze di molti autori del pensiero psicodinamico che allargavano ai familiari la
psicoterapia individuale allo scopo di arricchire la comprensione (Midelfort, Grothjahn, Laing, BoszormenyiNagy,
Garcia Badaracco,etc.) e/o articolare tecniche che coinvolgono i familiari per migliorare i risultati.
Dopo il periodo purista della “terapia familiare congiunta” si passa alla “riscoperta dell’individuo” nel corso
degli anni 80, così da aprire la “scatola nera”, e forzare l’ortodossia espressa da autori come Watzlawick, Haley
e altri. Questi differenziandosi dall’approccio psicodinamico non consideravano necessario riferirsi a vissuti
individuali o emozioni del singolo per condurre un approccio psicoterapeutico con successo.
Nel campo della terapia familiare italiana, con la pubblicazione nel 1985 e 1989 di due numeri della rivista
Terapia Familiare, dedicati alla famiglia e all’individuo, avviene la svolta nel trattamento sistemico di pazienti
individuali, fino a giungere alla definizione vera e propria della “terapia individuale sistemica” con il libro di
Boscolo e Bertrando (1996).
Ultimamente il dibattito sulla rivista Terapia Familiare è stato ripreso da Viaro (2004), e da altri autori che
hanno portato nuovi contributi.
Viaro e Peruzzi (2004) definiscono psicoterapia individuale sistemica quell’approccio che discende da un
modello sul funzionamento familiare, come guida per il trattamento . “Anche se lo stimolo per il cambiamento
proviene dalla seduta individuale, la sua elaborazione coinvolge comunque l’intero sistema delle relazioni
significative del paziente”.(pag.94).L’obiettivo delle strategie terapeutiche consiste nell’aiutare il paziente a
modificare tale posizione in modo che ne consegua una diminuzione del disagio ad essa connesso e un
miglioramento dei suoi sintomi /problema.Ritengono che il terapeuta debba porsi come supervisore e come
allenatore del paziente: monitorando l’effetto degli episodi significativi all’interno del sistema e aiutando il
paziente a gestire e sviluppare le sue competenze relazionali.
Sorrentino (2004)mette delle condizioni a priori per accettare una domanda di terapia individuale:
– quando il paziente è capace di raccontarsi almeno in parte,e da ragione di aspetti della sua vita.

– quando è un adulto con autonomia esistenziale.
– quando è un adolescente in differenziazione con genitori consenzienti.
– quando il paziente si dichiara vittima di comportamenti delittuosi(molestie sessuali,maltrattamenti)
Considera come finalità di un allargamento a persone significative:
– avere un testimone del passato,del funzionamento del presente.
– rendere possibile al paziente di dirsi a un interlocutore.
– raccogliere informazioni ignote ed oscure per il paziente di cui si suppone l’esistenza.
– riconciliare il paziente con i suoi oggetti relazionali.
Boscolo e Bertrando (1996, pag. 45) consigliano la psicoterapia sistemica individuale nei seguenti casi:
1) adolescenti o giovani adulti che dopo aver seguito una psicoterapia familiare o di coppia in cui si sono più o
meno risolti i conflitti intrafamiliari, responsabili del disagio individuale o collettivo, sembrano poter beneficiare
di un intervento sulla persona per affrontare le difficoltà nella vita esterna alla famiglia e i dilemmi relativi alla
progettazione del loro futuro;
2) adolescenti o adulti che rifiutano dall’inizio un intervento sulla famiglia;
3) un coniuge che chiede una psicoterapia di coppia rifiutata fin dalla prima seduta dall’altro coniuge.
Io potrei aggiungere:
1) adulti autonomi, di solito tra 30 e 40 anni, senza gravi patologie psichiche e in grado di badare a se stessi ma
che si lamentano di reiterati fallimenti sentimentali, visti più come incapacità personale nel portare avanti un
impegno affettivo importante. In questi casi è utile notare come i nodi relazionali familiari in cui si è intrappolati
impediscano un’adeguata differenziazione, tanto da restare con poca energia vitale per impegnarsi totalmente e
genuinamente in una relazione affettiva di lunga durata;
2) giovani adulti in fase di svincolo senza sintomatologia vistosa ma con un atteggiamento fobico verso il
coinvolgimento della famiglia poiché pensano di farcela da soli;
3) giovani adulti con un regolare funzionamento autonomo, che lavorano e vivono da soli con sintomi come
bulimia, attacchi di panico, anoressia, depressioni o sintomatologia ossessiva, che non vogliono coinvolgere le
loro famiglia di origine per paura di rimanervi invischiati;
4) situazioni in cui l’esistenza di segreti ritenuti impossibili da chiarire (abuso sessuale o fisico in cui siano
coinvolti familiari, infedeltà matrimoniale, scelte sessuali alternative, …) sono di ostacolo al coinvolgimento della
famiglia e richiedono quando è possibile una lunga preparazione del paziente per sostenere il dialogo con i
componenti del sistema affettivo relazionale per lui/lei significativo e giungere a una migliore elaborazione.
In queste situazioni la possibilità di fare un incontro con i genitori e i fratelli (congiunto o separatamente)
permette la collaborazione dei familiari per: 1) arricchire la comprensione attraverso una più accurata
informazione sulla situazione presente e sulla storia del soggetto; 2) chiarire malintesi; 3) permettere
riconciliazioni; 4) monitorare l’evoluzione clinica della psicoterapia 5)correggere distorsioni e/o confermare
fantasie. 6)capire l’umanità dei genitori e smitizzarli(passare dalla intimidazione all’intimità intergenerazionali e
soprattutto 7)favorire un incontro emozionale che dia il nutrimento affettivo e la definizione della relazione che
spinga verso la differenziazione e la realizzazione dei suoi obiettivi esistenziali .
Il coinvolgimento diretto in seduta di familiari significativi della famiglia di origine e/o partners è
un’estimabile risorsa che può migliorare la qualità del processo psicoterapeutico e/o sbloccare situazioni
d’impasse o i fallimenti psicoterapeutici reiterati.
Utilizzare sistematicamente questa tecnica ogni qualvolta sia possibile significa mettere in atto una filosofia
psicoterapeutica che prenda in considerazione le dinamiche di appartenenza-differenziazione come centrali nella
produzione di situazioni sintomatiche che coinvolgono il singolo. Una situazione come il taglio emotivo, il cutoff
descritto da Bowen (1978)nei suoi primi scritti, viene considerata una differenziazione non riuscita e pertanto
passibile di ulteriori miglioramenti psicoterapeutici.
L’analisi dei fallimenti psicoterapeutici (Canevaro,1995 ), insieme alle terapie in molte situazioni in cui
pazienti con un regolare funzionamento individuale si rivolgevano a me in cerca di aiuto e sollievo per problemi
irrisolti o per insoddisfazioni esistenziali, dopo aver seguito uno o più trattamenti individuali per anni senza
coinvolgere la famiglia, mi ha dato la certezza dell’utilità di questo intervento. Dover riconoscere, magari 20
anni dopo, l’importanza del coinvolgimento diretto in seduta di familiari che possano agevolare lo scioglimento
di quelle problematiche e riuscirci, mi autorizza ad affermare che è un mito pervasivo e nocivo della psicoterapia
individuale quello per cui un soggetto anagraficamente adulto e senza una problematica psicotica debba
escludere un apporto risolutivo della sua famiglia di origine.
E ugualmente importante cercare di sfatare un altro mito, molto diffuso nell’approccio individuale
psicodinamico, cognitivo o sistemico-individuale, di sostenere l’opinione dei pazienti riguardo all’idea di
allontanarsi da una famiglia disfunzionale per poter differenziarsi.
La nostra filosofia psicoterapeutica è nettamente paradossale e considera importante, dopo un breve periodo
di stabilimento di una relazione di fiducia nel terapeuta e dopo aver individuato i nodi irrisolti nel seno della
famiglia di origine, “ritornare per rifare le valigie e ripartire di nuovo”. Ritornare significa approfittare di un
incontro emozionale che permetta il nutrimento affettivo e la conferma del Sé dei pazienti per poi
spontaneamente ripartire, più forti, nella prosecuzione di un progetto esistenziale riconoscendosi la funzione
fondamentale della famiglia e collocandosi nella società come protagonisti attivi. Nello svolgimento di questo
compito evolutivo molte volte si è paralizzati dalla mancanza dell’incontro affettivo necessario, o soprattutto
per la sua ricerca infruttuosa2.
B) Nella psicoterapia di coppia
Seguendo il filone dei lavori di Framo, Withaker e i contributi italiani di Andolfi, Canevaro e De Bernart, la
psicoterapia di coppia si vede arricchita dell’intervento diretto delle famiglie di origine: sia con entrambi i partner
in seduta (Withaker, Andolfi e De Bernart); sia convocando ogni famiglia di origine separatamente, senza l’altro
coniuge presente, informando il coniuge assente (Framo) o mantenendo segreto il contenuto dell’incontro
(Canevaro). Data la necessaria brevità di questa relazione rimandiamo il lettore agli articoli pubblicati dove si
descrivono la tecnica e la filosofia psicoterapeutica di questo approccio (Andolfi, 1998, Canevaro, 1999, Framo,
1992 ).

C) Nella terapia della famiglia nucleare
Anche nella psicoterapia di una famiglia nucleare a causa della sintomatologia di uno dei figli e/o dei partners
non è infrequente trovarsi di fronte a uno stallo, soprattutto quando ci sono coalizioni intergenerazionali con
membri della prima generazione non coinvolti nella psicoterapia. L’arte della psicoterapia è coinvolgere queste
persone per favorire il processo terapeutico e non contro, come succede con il “braccio di ferro a distanza”. La
paura di molti familiari anziani di non poter chiarire certi malintesi prima di morire fa sì che interferiscano nella
vita familiare dei loro figli e nipoti attraverso diversi acting-out o insidiando la vita dei loro parenti. Chiamarli in
seduta e permettergli di dire la loro aiuta a sbloccare molte situazioni.
Di nuovo, l’effetto paradossale di avvicinarsi emozionalmente permette di ripartire spontaneamente verso la vita,
favorendo una differenziazione intergenerazionale prima inesistente.
Il fatto di essere capiti tranquillizza le persone anziane e le solleva dall’ansia della morte. Con questa ottica molti
sintomi dei figli nella terza generazione possono essere capiti come un modo di attirare l’attenzione dei loro
genitori affinché possano essere “meno figli e più genitori”.
NELLA FORMAZIONE
Tradizionalmente si utilizza il concetto del lavoro con la famiglia di origine dell’allievo nella configurazione
del genogramma e nella supervisione diretta e indiretta.
Poca enfasi si pone nella comprensione che la storia narrata dall’allievo è sempre una lettura intrapsichica
delle sue vicissitudini. Solo nei primi scritti di M.Bowen si fa menzione a un lavoro diretto con i familiari degli
allievi in formazione, quando egli seguiva, contemporaneamente alla formazione, le loro famiglie nucleari
(Bowen,1978) .

In Italia, la scuola di Andolfi e coll. riporta un’ esperienza di convocazione della famiglia di un allievo in
formazione, come esempio di “famiglia normale” (Cardinali e Guidi,2003 ). Affermazione lontana dalla realtà,
poiché non è infrequente che molte famiglie dei nostri allievi abbiano problematiche che spesso sono alla base
della scelta vocazionale del futuro psicoterapeuta.
“Le difficoltà nelle famiglie d’origine degli stessi terapeuti, che sono, spesso, alla base della loro scelta
vocazionale, fanno sì che ci sia anche una reticenza e un timore, a volte razionalizzato, di immergersi troppo
profondamente nelle complessità dei sistemi familiari disfunzionali. Al doppio messaggio della famiglia del
terapeuta: ”istruisciti per poter curare le nostre difficoltà psicologiche, anche se con noi non potrai”, il doppio
messaggio delle famiglie dei pazienti: ”alleviateci dalle nostre sofferenze, ma senza cambiarci”. Alla sfida
esistenziale del primo doppio messaggio si sovrappone la sfida tecnica del secondo.” (Canevaro,1994, pag. 258)
Quando gli specializzandi scelgono di fare un processo psicoterapeutico individuale contemporaneamente
alla loro formazione si collocano in una posizione particolare. Infatti, mentre fanno la loro terapia imparano “di
nascosto” vivendo in prima persona situazioni che poi gli serviranno come apprendimento per gestire i loro
pazienti. Così come gli allievi in formazione si curano “di nascosto” con i loro formatori. Rivivere nell’assetto ella vita degli psicoterapeuti, collocando i formatori in posizioni scomode dato che tante volte si verificano
degli acting-out che poco hanno a che vedere con l’esperienza formativa in senso stretto. Inoltre capita che gli
allievi chiedano ai formatori, aiuto per affrontare le urgenze psichiatriche che coinvolgano alcuni membri della
loro famiglia, ovviamente depositandovi la propria fiducia.
Tutte queste vicissitudini molto di rado si esplicitano e fanno parte del non detto delle scuole di formazione.
Con la prescrizione di formule etiche, come per esempio quella della American Association of Marital and
Family Therapy in cui viene bandita la sovrapposizione del ruolo di formatore e supervisore con quello di
psicoterapeuta, si evita semplicemente di affrontare il problema.
Essendo convinti che queste dinamiche sono parte fondamentale del processo formativo, abbiamo cercato
di tagliare il nodo gordiano della formazione evitando di rinchiderci una posizione “politically correct” che non
tenga conto delle esigenze emergenti. Per questo stiamo conducendo una ricerca con i responsabili della scuola
Mara Selvini Palazzoli seguendo il senso etico di andare a fondo nella rilevazione dei nessi e delle analogie fra i
nostri allievi e i nostri pazienti, partendo dalla semplice base che né gli uni né gli altri possono dare una versione
completa di un fenomeno che stanno vivendo e di cui sono parte costitutiva. Gli eventi significativi della vita
familiare di un allievo, nella versione Rashomon, possono arricchire enormemente la sua capacità di
comprensione, nel contempo lo sciogliersi delle ansie a seguito di un incontro con la propria famiglia può
permettergli di capire meglio i pazienti.
Questa ricerca è nata dalla collaborazione con la scuola Mara Selvini Palazzoli dal 1999 ad oggi. Da allora ho
tenuto alcuni seminari ed effettuato supervisioni, ma soprattutto conduco psicoterapie per alcuni allievi in
formazione che ne fanno richiesta.
Dopo due anni di questa attività, i direttori della scuola videro che i miei pazienti erano più competenti nel
convocare le famiglie e si chiesero perché. Confrontando la mia prassi terapeutica con gli altri 7-8 terapeuti a cui
mandavano gli allievi, videro che io ero l’unico a convocare direttamente in seduta persone significative delle
loro famiglie di origine per agevolare il processo terapeutico.
Durante il 1° Convegno Interno della scuola a Salice Terme, novembre 2002, molti allievi si lamentarono
che si formavano per diventare terapeuti di famiglia e finivano per vedere individui e non famiglie. Al che Matteo
Selvini, raccogliendo un mio suggerimento, lancia l’idea di convocare tutte le famiglie di uno dei gruppi in
formazione per organizzare una giornata di lavoro insieme.
I mesi seguenti furono abbastanza turbolenti nella Scuola per gli allievi del 3°anno, giacché la paura si
mischiava con il desiderio e la curiosità di fare questa nuova esperienza.
Siamo arrivati così ad ottobre 2003 in cui facemmo un’intera giornata dalle 10 alle 17, con le 13 famiglie di
un terzo anno in formazione. Il formato è stato di un grande gruppo multifamiliare; tutta la mattina con circa 40-
45 persone tra cui genitori, fratelli e alcuni partner degli allievi. Io conducevo l’incontro e i tre direttori D.ssa
Sorrentino, Dr. Selvini e Dr. Cirillo come co-conduttori.
Dopo il pranzo condiviso con tutti, dividemmo il gruppo in 4 microgruppi, ciascuno con un coordinatore,
per elaborare meglio quanto successo nella mattinata.
L’obiettivo dell’incontro era cercare di capire il nesso tra la motivazione a diventare terapeuti di famiglia e i
conflitti vissuti dentro la propria famiglia d’origine3.
Aggiungo qui alcuni brani di una valutazione fatta dagli stessi allievi protagonisti dell’incontro e presentata
nel 2° Convegno Interno della scuola a Salice nel novembre 2004.
Il gruppo O (relazione fatta da Corradini,E,Romanello I,Guizzetti A e Mitola,E) che ha partecipato alla
giornata multifamiliare ha risposto ad un questionario da cui emerge quanto segue:
“Tutto il gruppo ha risposto all’intervista.
La proposta dell’incontro allargato alle famiglie è stata accettata da tutti tranne 1. I vissuti rispetto alla
proposta, da parte di coloro che l’hanno accettata, sono stati: in 5 curiosità, entusiasmo, sorpresa, un obbligo

formativo importante; in altri 5 preoccupazione, obbligo, perplessità, ansia, paura; 2 non hanno commentato. La
proposta è stata ritenuta interessante da 10 persone, 2 hanno ribadito la loro perplessità, 1 non l’ha considerata.
Dopo il confronto con i colleghi e i docenti: 3 hanno cambiato idea (il confronto ne ha neutralizzato le
perplessità ed ha aumentato curiosità e fiducia nel gruppo e nei docenti, è stato anche visto come una ulteriore
sfida con se stessi). 10 non hanno cambiato idea e per qualcuno di loro il confronto ha aumentato le paure o
complessificato la situazione.
Rispetto a chi includere nell’invito: 9 hanno convocato la famiglia di origine e la famiglia nucleare; 4 hanno
selezionato (perché troppo faticoso e complicato invitare tutti, perché c’erano anziani, per la paura di un rifiuto,
per la lontananza geografica). Per le modalità d’invito: 7 hanno spiegato a voce e dopo hanno consegnato la
lettera; 3 hanno solo spiegata a voce; 3 hanno sia spiegato che consegnato la lettera. I tempi di consegna sono
stati i seguenti: 3 subito, 5 dopo un po’, 2 intorno al periodo di scadenza. Inoltre, 10 hanno consegnato la lettere
o ne hanno parlato a tutti i familiari nello stesso periodo; 3 ne hanno parlato in tempi diversi.
I familiari di 8 si sono mostrati favorevoli e curiosi, 5 hanno espresso perplessità, indifferenza o scarsa
considerazione.
Tutti hanno riscontrato debolezze organizzative, tranne 1: nei piccoli gruppi riguardavano il conduttore che
non conosceva il genogramma, 4; la poca struttura di contenimento, 1; la restituzione poco incisiva, 1. Nelle
plenarie: restituzioni non adeguate per poca incisività, 2; interventi forzati dei conduttori, 1; organizzazione non
centrata rispetto al tema della giornata 2; gruppo troppo numeroso, 3; troppa espressione emotiva non
adeguatamente contenuta,2; conclusione della plenaria poco restituiva e povera, 1.
I vissuti della giornata sono stati: 8 molto tesi al mattino e più sollevati alla fine, 5 tesi dall’inizio alla fine per
preoccupazioni residue, tensioni, arrabbiature, spiacevoli sorprese, delusioni.
L’esperienza a livello personale ha dato: senso di appartenenza ai propri familiari con rinforzo di alcuni
legami a 2, consapevolezza maggiore delle proprie relazioni familiari rispetto a prima, 7, senso di condivisione coi
familiari, 1, maggior senso di autonomia, 2. Ad una sola persona questa esperienza non ha data nulla né a livello
personale, né a livello professionale, ad un’altra persona ha dato poco.
A livello professionale l’esperienza ha offerto la possibilità di identificarsi meglio con i pazienti al momento
della consultazione familiare a 6, una maggiore consapevolezza di quanto i familiari possano essere una risorsa a
5. Due persone non hanno tratto benefici a livello professionale.
Secondo gli allievi questa esperienza ha dato ai loro familiari la possibilità di avvicinarsi ad un mondo
sconosciuto ,è stata una esperienza di vicinanza, di apertura emotiva, un arricchimento per 8 persone,è stata
faticosa emotivamente per 1,”diversa”per 2. Solo per 1 i suoi familiari ne han tratto pochi vantaggi,un’altra non
ha risposto.
L’esperienza è ripetibile per 8 allievi, seppure con dei ritocchi in relazione alle debolezze strutturali
riscontrate per 6. La motivazione a non ripeterla adotta dai restanti 5 è giustificata dal “troppi costi e pochi
vantaggi”.
Questo è stato il riassunto di un tipo di esperienza. Intanto i direttori della scuola continuavano le loro
ricerche in diversi formati di allargamento del genogramma a diversi membri della famiglia, a scelta degli allievi: o
l’intera famiglia d’origine :genitori e fratelli, o partner, o entrambi, cercando di convocare un testimone dei
cambiamenti avvenuti negli allievi durante la loro formazione.
Qui aggiungo un’altra valutazione fatta da un gruppo di allievi su questo formato di ricerca .
“Il gruppo M(relazione fatta da Bartollomeo, A Rittà, M e Primo, I) ha raccontato l’esperienza del genogramma
con il coinvolgimento diretto dei loro familiari, le risposte al questionario sottoposto a tutti i partecipanti, sono
le seguenti:
Portare i familiari è stata per te una bella esperienza? Se sì, perché; se no, perché.
La maggior parte risponde di si e indica le seguenti ragioni:
– esperienza di condivisione tra il luogo familiare e il luogo della scuola.
– possibilità di crescita personale e familiare.
– testimonianza di chi è vicino.
– maggiore vicinanza emotiva con i familiari e con il gruppo.
Alcuni invece hanno indicato la difficoltà di portare i familiari:
– esperienza difficile.
– sfida
-decisione combattuta.
Dopo la giornata di genogramma che cosa hai provato.?
– soddisfazione
– completezza
– vicinanza e intensità emotiva sia con la famiglia coinvolta che con il gruppo dei colleghi della Scuola.
-maggiore comprensione della propria storia.
– importanza di convocare i familiari in terapia.
– il pensiero che si potevano portare anche gli altri familiari
– rabbia e delusione verso chi nel gruppo non si è messo in gioco.
I familiari che sono venuti con te, come hanno commentato la giornata, come si sono sentiti?
– Piacevolezza
– Intensità emotiva
– Strumento di chiarimento
– Ambiente accogliente
– Esperienza difficile
– Imbarazzo e fatica soprattutto iniziali nell’ascoltare le storie e le sofferenze degli altri.
Pensi che sia cambiato qualcosa dopo quella giornata?
La maggior parte non indica particolari cambiamenti, tranne la possibilità che un cambiamento già in corso abbia
potuto usufruire anche dello spazio del genogramma.
I cambiamenti indicati sono:
– relativi al gruppo: poter capire meglio gli altri attraverso i loro familiari;
– maggiore conoscenza dei colleghi;
– cambiamenti a livello personale, nel senso di una maggiore conoscenza e comprensione di Se.
A distanza di tempo ne avete ancora parlato, cosa dicono ora i tuoi familiari di quella giornata?
Globalmente è stata considerata come un’occasione per successivi confronti e rimane un ricordo di un’esperienza
di conoscenza, emotivamente coinvolgente e intensa.
I principali commenti fatti a distanza di tempo hanno indicato le seguenti proposte:
– fare il genogramma con i parenti prima della conclusione della scuola, in modo da avere più tempo
per ripensarci.
– fare questo tipo di genogramma più volte
– poterlo commentare insieme ai docenti, anche in insieme ai familiari
– lavorare con il gruppo per preparare meglio il coinvolgimento dei familiari”
Queste sono le conclusioni di un gruppo con una esperienza diversa dal primo ma comunque molto interessante
riguardo al vissuto dei partecipanti. La ricerca continua.
I direttori della scuola sperimentano diversi formati di allargamento del genogramma alle famiglie d’origine. Per il
prossimo anno condurremo con M. Selvini un gruppo multifamiliare con allievi che hanno recentemente
concluso la formazione e che non avendo avuto nel loro percorso occasione di sperimentarsi direttamente con le
loro famiglie, vogliono farlo adesso. Saranno 6 incontri, con un formato ad hoc, per valutare la scelta vocazionale
e l’influenza familiare, la struttura familiare, gli affetti e l’organizzazione futura della famiglia. Tutto nel tentativo
di valutare la reciproca influenza famiglia e membro psicoterapeuta come risorsa per un miglior funzionamento
di entrambi.
L’andamento futuro della formazione terrà ovviamente conto dell’allargamento alle diverse famiglie come una
risorsa in più per agevolare la formazione dell’allievo. Per un terapeuta familiare è ovviamente se stesso e la sua
relazione con la sua famiglia d’origine e con la famiglia attuale la miglior fonte di esperienza per consolidare un
Sé personale valido per confrontarsi con i suoi pazienti in una interazione dialettica con il Sé professionale.
Questa interazione arricchisce le sue competenze innanzitutto come essere umano, giacché ci si cura più per
quello che si è che per quello che si fa.

 

Note.

1 Psichiatra-psicoterapeuta. Socio Ordinario della SIPPR e membro della American Family Therapy Academy. Indirizzo elettronico:
alcanev@libero.it

2 E’ in atto una ricerca su 82 pazienti individuali, trattati negli ultimi 5 anni con il coinvolgimento diretto dei loro familiari significativi. La
valutazione dei risultati e la descrizione della tecnica saranno fatti conoscere durante il prossimo anno

3 M.Bowen, illustre pioniere della ricerca multigenerazionale in occasione del primo incontro della National Family Conference negli
USA , nel marzo 1967, facendo la relazione presenta, a sorpresa, la sua personale ricerca sulla propria famiglia d’origine, poi pubblicata col
nome di Anonimous. Alla fine di quel mese comincia a usare con gli allievi la tecnica di mandarli a trovare le loro famiglie d’origine,con il
compito di parlarle dalla ”I position” per detriangolarsi dalle loro problematiche e favorire la propria differenziazione. Dopodiché osserva
che costoro erano più competenti nel risolvere i problemi nelle loro famiglie nucleari (senza una terapia familiare) che altri allievi
facevano con lo stesso Bowen. Inoltre erano più competenti relazionalmente e nel convocare le famiglie. Dice Bowen: ”nel 1971 lavorare
con le proprie F.O è stata una delle parti piu importanti dei programmi di postlaurea…” no single development in almost 25 years in family
research and family therapy has changed me and my approach as that one” (Intoduction“Family therapy in Clinical Practice”Jason
Aronson.New york 1978)
M.Selvini nel suo recente libro “Reinventare la psicoterapia”(Raffaello Cortina Editore.Milano 2004) a proposito della formazione
personale del terapeuta(pag.233), scrive :[Stiamo provando a portare direttamente in questi gruppi il punto di vista degli stessi familiari
superando un limite di fondo dell’attuale formazione relazionale:quello di chiedere ai pazienti ciò che noi stessi non abbiamo mai
sperimentato. L’idea non e certo nuova, basti pensare che gia nel 1969 ,Mara Selvini parlava di “preparare i futuri terapeuti della famiglia
con un’analisi condotta nel contesto del loro intero gruppo familiare[prefazione al libro “Psicoterapia intensiva della famiglia”di
Boszormenyi-Nagy, I e Framo,J (a cura di) Boringhieri. Torino 1969,pag.15]

 

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dicembre 7, 2017

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