CRISI MATRIMONIALE E CONTESTO TRIGENERAZIONALE

La coppia in crisi
a cura di Maurizio Andolfi, Claudio Angelo, Carmine Saccu

CRISI MATRIMONIALE E CONTESTO TRIGENERAZIONALE.
UN MODELLO SISTEMICO DI TERAPIA BREVE 1

Alfredo Canevaro, 1988

In questo articolo viene sviluppata una tecnica di intervento terapeutico per coppie disfunzionali o in corso di divorzio che prevede sempre l’inclusione virtuale o reale delle famiglie di origine nella terapia. Il fondamento teorico consiste nell’intendere i problemi della coppia come emergenti da un contesto trigenerazionale costituito dalla confluenza delle famiglie di origine con il proprio stile relazionale.
L’obiettivo terapeutico è la definizione della relazione, sia all’interno del sistema familiare nucleare (SFN) che tra questo e i sistemi familiari di origine (SFO).
La tecnica consiste in almeno cinque/sette sedute programmate che includono alternativamente ciascuno dei due sistemi familiari di origine
senza la presenza dell’altro coniuge.
Lo stile d’intervento deve molto agli apporti delle scuole sistemiche, in particolare al modello strategico di Haley e alle innovazioni del gruppo di Milano (Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata), con opportune modificazioni per il lavoro con le famiglie di origine.

Introduzione

Sebbene la letteratura su questo tema non sia molto estesa il lavoro diretto con le famiglie di origine ha alcuni pionieri. Tra questi, il più conosciuto per tale orientamento in terapia e in formazione è stato Murray Bowen, che ha enfatizzato la possibilità di riscattare aspetti essenziali del Sé, nella relazione con i genitori e le famiglie di origine e l’importanza della trasmissione attraverso le generazioni dei conflitti non risolti. Di solito egli lavorava come “allenatore” preparando i suoi pazienti ad un incontro con i familiari significativi.
In un lavoro già classico su questo tema, James Framo (1976, 1982), uno degli psicoterapeuti che più ha seguito la linea di Bowen, spiega la sua tecnica di lavoro sistematico con le famiglie di origine convocate nelle sedute. Un altro autore che si è occupato costantemente nei suoi scritti del contesto trigenerazionale è stato Ivan Boszormenyi-Nagy (Boszormenyi-Nagy e Spark 1973). Nei concetti esposti nel suo libro sull’organizzazione dei meriti (il libro mastro dei meriti) e delle lealtà invisibili, ha insistito molto sugli aspetti etici della relazione e sull’importanza di tenere, in ordine al Debito e al Credito, relazioni con le famiglie di origine.
Nella nostra esperienza personale in Argentina, già alla fine degli anni ’60, abbiamo incluso il trattamento delle famiglie di origine in un contesto multifamiliare all’interno di una comunità terapeutica ad orientamento psicodinamico (Garcia Badaracco……, Proverbio,N., Canevaro,A. 1970).
Negli ultimi anni, a partire dal 1977, le innovazioni tecniche introdotte dal gruppo di Milano hanno influenzato il mio lavoro clinico, come si vedrà in questo articolo.
Questi autori hanno realizzato un’integrazione creativa tra il loro lavoro e gli apporti teorici principalmente di Haley e Watzlawick, portando così un’estrema ricchezza clinica nei loro interventi e diminuendo notevolmente il numero delle sedute.
Questi autori strategici e sistemici hanno influenzato la metodologia di lavoro che passeremo a descrivere, anche se il suo profilo è originale.
Tale approccio consiste nell’intendere sempre la problematica coniugale come il prodotto di una disfunzionalità relazionale nel contesto trigenerazionale formato dall’articolazione di entrambe le famiglie di origine.

Articolazione tra sistemi dispersivi e sistemi coesivi. Formazione del contesto trigenerazionale

II contesto trigenerazionale formato dall’articolazione di ambedue i SFO con il SFN è una costruzione mentale dell’operatore e una divisione arbitraria entro un sistema sociale più ampio dove i sistemi familiari si incrociano con i macrosistemi comunitari. Questo contesto sara’ preso come scenario di fondo delle transazioni piu’ significative del SFN e, secondo il nostro punto di vista, deve essere sempre tenuta presente la chiara definizione della relazione tra il SFN ed entrambi i SFO per produrre un reale cambiamento terapeutico ed un’efficace prevenzione primaria.
Per il loro modo di aggrupparsi, i sistemi familiari sono stati descritti in generale come coesivi o dispersivi, a seconda che ci siano forze centripete o centrifughe al loro interno.
In una revisone della scarsa letteratura mondiale su questo tema, Kelsey-Smith e Beavers segnalano che il concetto centripeto-centrifugo e’ stato usato da antropologi come Kroeber (1925), etologi come Wilson (1975) e psicoanalisti come Erickson (1963), per descrivere un modo di funzionamento senza tenere in considerazionela salute o la malattia, Stierlin (1973) utilizza concetti similari nel parlare del distacco degli adolescenti dal gruppo familiare, e Minuchin (1974) nel parlare di famiglie “enmeshed” o “desengaged”. In generale tutti questi autori definiscono lo stile relazionale della famiglia nucleare senza tenere conto della famiglia di origine.
Il mio contributo originale su questo tema (Canevaro 1978, 1982) e’ stato quello di studiare la relazione tra le due famiglie di origine attraverso l’unione dei loro rappresentanti tramite il vincolo di alleanza, e quello di studiare il campo strutturale, reale o virtuale, formato dall’interazione tra i SFO e il SFN.
In questo articolo descrivo le tre possibili configurazioni che formano i SFO quando si uniscono tra di loro, secondo le proprie caratteristiche relazionali.

La prima configurazione si ha quando entrambi i coniugi appartengono a sistemi coesivi. Essi tendono a considerarsi simili e in generale c’e’ di fatto molta similitudine per quanto riguarda valori familiari, classe socio-economica, religione, educazione ecc.
La dipendenza dei due coniugi dalle rispettive famiglie di origine e’ molto grande e la relazione tra loro tende ad essere intesa e fragile e inversamente proporzionale alla vicinanza con la famiglia di origine.
L’intensita’ della relazione puo’ essere molto grande soprattutto per cio’ che riguarda l’espressione emozionale dei conflitti, ma il grado di solidita’ della coppia e’ basso. E’ il tipo di coppia abitualmente chiamata “immatura” e i rischi di separazione e divorzio sono maggiori (omissis)

La seconda configurazione si ha quando uno dei SFO e’ dispersivo e l’altro e’ coesivo. Essa e’ moltofrequente, la relazione di coppia tende ad essere piu’ stabile rispetto alla precedente e dipende molto dalla migliore o peggiore integrazione del coniuge del sistema dispersivo nel sistema coesivo. Questo coniuge dispersivo si e’ staccato molto presto dal suo SFO ed ha stabilito maggiori connessioni con l’esterno. Le caratteristiche personali sono caratterizzate da una maggiore distanza nelle relazioni emozionali piu’ strette e si lega ad una famiglia con caratteristiche centripete perche’ e’ cresciuto senza di esse. Egli e’ attratto da questo tipo di famiglie perche’ sono piu’ unite. Quando c’è una disfunzione evidente nella relazione coniugale e con l’altro SFO, tende a isolarsi emozionalmente e a sviluppare una patologia psichiatrica o a stabilire relazioni iper-compensatorie con l’interno del sistema, triangolando uno dei figli, o con l’esterno, lavorando eccessivamente (wor-kaddict) o coinvolgendosi .in relazioni extraconiugali.
In questo tipo di configurazione la coppia tende a un’insoddisfazione cronica, con una simmetria occulta, e “vive separandosi” anche se raramente effettua la separazione.
E’ la struttura dove i figli giocano un ruolo stabilizzatore molto evidente e in questi casi, quando la sintomatologia disfunzionale si manifesta in uno dei figli, è generalmente riferita alla struttura del SFOD (Sistema Familiare di Origine Dispersivo) come se la sintomatologia esprimesse la necessità di bilanciare aree di predominio simmetrico di ambedue i SFO. Cioè, la sintomatologia del figlio malato tende a riferirsi a figure significative del SFOD, sul piano delle identificazioni, o a patterns interattivi dello stesso. Questo vincolo ha il significato di colmare le necessità affettive del padre dispersivo, non soddisfatte nella famiglia attuale.

La terza configurazione si ha quando ambedue i coniugi appartengono a sistemi dispersivi. Essi costituiscono una coppia in cui ciascuno tende a vedere l’altro come padre-marito-fratello o madre-moglie-sorella, cercando di compensare le carenze di relazione con il sistema familiare esteso. In questa forma il vincolo si sovraccarica emozionalmente e le frustrazioni sono molto intense, anche se generalmente non si separano, data la grande necessità reciproca. Abitualmente costituiscono con i figli un sistema familiare coesivo.
Fatta questa presentazione teorica, vediamo gli aspetti tecnici.

Metodologia di lavoro

Questa tecnica è indicata specialmente per le coppie disfunzionali o in fase di divorzio, sebbene nella mia esperienza possa essere anche utilizzata efficacemente nelle famiglie in cui il paziente designato sia un bambino o un adolescente (come spiegheremo in un altro lavoro).
Si tratta in generale di coppie giovani o in età media, i cui genitori non devono essere necessariamente in vita, quindi possono essere stati sostituiti da fratelli e/o zii come rappresentanti delle loro famiglie di origine.

Prima seduta

Quando arriva la coppia si indaga il problema presentato e la costituzione delle famiglie di origine; a metà seduta si spiega la metodologia di lavoro e l’opportunità di chiamarle entrambe. Generalmente si lascia un intervallo di una settimana affinche’ riflettano sulla proposta e sondino la possibilità di portare le proprie famiglie di origine in seduta.
La semplice convocazione produce frequentemente una reazione di perplessità. A volte chiedono altre informazioni sul perché di questa richiesta e a seconda dello stile di relazione che predomina in ciascuna famiglia di origine, varierà la reazione.
Quando nelle famiglie predomina un funzionamento di tipo coesivo, i membri pensano generalmente che questa richiesta potrebbe procurare sofferenza e preoccupazione ai propri familiari, in quanto verrebbero a conoscenza di questi problemi. La risposta è che peggio sarebbe se non si desse loro la possibilità di discuterli, soprattutto se sono coinvolti in conflitti simili che si ripetono di generazione in generazione.
A volte il “castigo” diretto ai familiari di origine si compie attraverso il sistema familiare nucleare. Frequentemente una separazione coniugale ha il significato di “mostrare” alle famiglie di origine “come si definisce una situazione” (quando nella generazione precedente i genitori convivevano da separati coinvolgendo i figli nella problematica). In questo caso la punizione indiretta alla generazione precedente si produce per una sorta di “suicidio matrimoniale” di cui essa viene considerata responsabile.
Quando nel sistema predomina un funzionamento di tipo dispersivo c’è il timore di non essere accudito a causa dell’indifferenza nelle relazioni familiari e i membri pensano di “essere già adulti e di non avere nulla più a che fare con la famiglia di origine”.
Dobbiamo segnalare che generalmente non c’è un’opposizione chiara e spesso si riescono a fare le sedute programmate.

La spiegazione della metodologia di lavoro in seduta è, di per se stessa, un tremendo input in tutto il contesto familiare e provoca un polverone di messaggi, così che si succedono chiamate telefoniche e incontri tra ognuno dei coniugi e le loro famiglie di origine. Si arriva in tal modo ad una defocalizzazione del problema attraverso la quale si riesce a formare un’apertura che permette di uscire dalla sterile opposizione simmetrica tra i coniugi. S’incrementa la solidarietà coniugale (senza intervento diretto da parte del terapista in questo senso) dato che da questo momento si mette in luce la relazione di ogni coniuge con la propria famiglia di origine e si ristabilisce un meccanismo che favorisce il vincolo di alleanza tra i partner a spese del vincolo filiale. Partiamo dalla premessa che i problemi non risolti nel SFO perturbino il SFN, nella misura in cui si manifestano in quest’ultimo.
Nell’enunciare esplicitamente l’ideologia di lavoro: “Convoco ognuna delle famiglie di origine perché il mio modo di comprendere i problemi emersi in questa consultazione è in funzione della famiglia estesa ‘, il terapista si colloca tacitamente a favore dell’omeostasi. In questo modo si ottiene il diluirsi delle resistenze e delle suscettibilità e il terapista funziona più come un operatore che ha bisogno di tutti gli elementi esistenti per affrontare il problema.
Ovviamente si produce
un doppio effetto terapeutico, che è fondamentale in questa strategia: da una parte si promuove attivamente l’avvicinamento e lo scambio d’informazione con il SFO e dall’altra si provoca molto il SFN o i coniugi, che vengono scossi riguardo alla loro pretesa autonomia.
Questo doppio movimento di avvicinamento e “rimbalzo” li detriangola rapidamente e li conduce ad un distacco più adeguato dalle loro famiglie di origine che permette loro di affrontare ulteriormente, in modo più facile, le problematiche vitali.

Seconda seduta

In questa seduta si valutano tutte le retroazioni prodotte e si programmano le interviste con le famiglie di origine. C’è già molta informazione su cosa è successo tra i coniugi e su come hanno reagito di fronte alla convocazione delle famiglie di origine e questo ci permette di notare aspetti importanti del gioco relazionale della coppia.
Generalmente si nota che c’è un allentamento della tensione nei coniugi che non viene mai segnalato e le domande o le affermazioni riguardano le relazioni con il SFO e la programmazione della terza e quarta seduta (quale famiglia si chiama prima, quali potrebbero essere le possibili modificazioni ecc.).

Chi chiamare e perché. Il segreto dell’intervista

Si chiamano separatamente e in modo alternato le famiglie di origine biologiche (padre, madre, fratelli, senza parenti acquisiti) di ciascun coniuge, senza la presenza dell’altro 2 .
Questa semplice convocazione è per vari motivi un poderoso intervento.

1) Si differenzia radicalmente un coniuge dall’altro, definendolo come appartenente al gruppo della propria famiglia di origine. Ciò solleva immediatamente discussioni senza fine, rimproveri e controrimproveri riguardanti la simbiosi e provoca anche un avvicinamento al SFO “permesso” dal terapista; tutto ciò elimina la necessità di “relazioni furtive” fatte alle spalle del coniuge. Al connotarsi positivamente della alleanza con la famiglia di origine, si dissolve la coalizione 3 e questa perde il suo carattere patologico.

2) Convocando genitori e fratelli senza parenti acquisiti si da una forte connotazione di “essere in famiglia”, accentuando l’endogamia, il che facilita, “di rimbalzo”, l’ulteriore distacco dalle rispettive famiglie di origine. Permette inoltre l’espressione più libera delle opinioni, con minor necessità di “diplomazia familiare”.
Contrariamente a quanto ci si può aspettare, non esistono quasi obiezioni da parte dell’altro coniuge, che trae sollievo da questa discriminazione e collabora, all’interno della coppia, nella discussione sulla problematica relativa alla propria famiglia di origine.
Questa è la maniera migliore per capovolgere l’effetto dannoso che ha la ripetizione nella coppia della relazione inadeguata con la famiglia di origine.

3) Si suppone la presenza del terapista come variabile discriminante dal momento che si colloca ad un metalivello implicante “il controllo della relazione terapeutica” imprescindibile per un buon processo terapeutico.
A volte gli interrogativi su questa metodologia da parte dei pazienti danno la possibilità di “negoziare” il controllo della relazione terapeutica e di osservare il funzionamento del sistema coniugale.

Si garantisce il segreto di quanto detto nell’intervista. La formula è: …”Tutto quello che A (o B) non dirà di questa intervista, io non lo dirò. Sta sotto il segreto professionale e ha il senso di far restare ciò che si dice in famiglia e di parlare sulla situazione in tutta libertà”…
Questo ci permette di: a) rinforzare la differenziazione tra i due sistemi familiari di origine; b) osservare le ulteriori retroazioni e il movimento dell’informazione tra i due coniugi; c) introdurre un cuneo nel sistema familiare disfunzionale, il cui effetto è paradossale.

Procedimento delle sedute con la famìglia di origine

Fatta la presentazione con i familiari e osservata attentamente la loro disposizione spaziale, si passa a domandare ad ognuno come gli è stato trasmesso l’invito. Questa domanda che ha una risposta che sembra ovvia, è necessaria non solo per studiare la comunicazione tra i membri (a chi “si manda a dire” tramite un terzo, chi non viene invitato ecc.), ma anche per indagare il motivo della richiesta, che spiegazione hanno dato per invitare i familiari. A volte nelle prime sedute alcuni dei coniugi non esprimono chiaramente che la loro richiesta di terapia è per la salute mentale dell’altro o per una separazione che non riescono a chiedere apertamente ecc. In questi casi la risposta ci permette di chiarire tali motivi nascosti. Inoltre questa domanda fa in modo che indirettamente si esprimano credenze familiari circa la causa dei problemi (per esempio, una madre vedova molto dipendente da suo figlio, che aveva problemi coniugali, interrogata disse: “Vengo per il divorzio”, quando una parola di tal genere non era mai stata pronunciata né da suo figlio, né dal terapista).
Una volta terminato questo procedimento, si spiega la metodologia di lavoro e si garantisce il segreto di quello che viene detto nella seduta (vedi sopra). Si chiarisce anche che si fa abitualmente una sola seduta, eccezionalmente due, mai più di due.
All’inizio della discussione il tema proposto esplicitamente dal terapista è la
relazione coniugale.
Tutte le domande del terapista sono formulate su questo punto centrale e il procedimento utilizza il punto di vista triadico, come è descritto da Selvini Palazzoli e Coli. (1980), anche se non si esclude un rapporto diretto con ciascuno dei membri. Si tratta di stabilire una comunicazione empatica con la famiglia, per creare un clima di lavoro, e il terapista spinge attivamente in questa direzione. Ciascuno dei partecipanti manifesta i propri “schemi esplicativi”
4 della situazione. Il domandarsi o il confrontarsi su queste ipotesi tra i membri è sufficiente per provocare un grande scambio d’informazione. Se l’atteggiamento del gruppo è aperto e la comunicazione fluida, tutto si svolge come in una classica seduta di terapia familiare, senza però allontanarci dal compito proposto.
Quando la famiglia e’ molto resistente si suole dare una connotazione positiva di questo atteggiamento; dobbiamo chiarire che anche nelle famiglie rigidamente disfunzionali la comunicazione è abbastanza fluida, probabilmente per l’assenza dell’altro coniuge e la possibilità di spostare su di lui la problematica portata dal membro presente.
In questo caso le domande del terapista tendono a promuovere la comunicazione diretta da persona a persona, detriangolando “in assenza” l’altro coniuge e favorendo il chiarimento delle relazioni all’interno della famiglia di origine con il coniuge presente.
Inevitabilmente appare sempre (e questo è uno degli obiettivi non esplicitati del terapista) la relazione del membro presente con la sua famiglia di origine, indipendentemente dalla relazione coniugale.
Quando la problematica è molto intensa, tutta la prima seduta ruota sul chiarimento di questa situazione e si invita la famiglia ad una seconda seduta per parlare dell’argomento che ha motivato la consultazione. Come si vede, la relazione con la famiglia d’origine, che è fondamentale, può essere toccata molto facilmente, senza proporla esplicitamente e in questo senso l’atteggiamento del terapista è neutrale, sperando di vedere qual’è l’effetto psicologico.

Spostamento verso il coniuge che non è presente

Le famiglie arrivano con molto piacere alla seduta accettando il segreto dal momento che hanno l’occasione di parlare male del parente acquisito senza che questo significhi parlar male del proprio familiare che è presente. Questo permette di vedere molto chiaramente come viene spostato sul parente acquisito tutto ciò che non può essere detto del proprio familiare e inoltre ci permette di capire il rapporto di questo membro con il suo coniuge.
Come sappiamo, nelle famiglie disfunzionali la comunicazione è distorta e tende ad essere ellittica. I coniugi rimangono intrappolati in una funzione di “vai e raccogli tutto” tra la propria famiglia di origine e la coppia. Per esempio il coniuge A tratta B nel modo in cui è trattato dalla sua famiglia di origine e gli attribuisce le stesse attitudini di quest’ultima. Quando A è con la sua famiglia di origine, tende a trattarla nel modo in cui è trattato dal proprio coniuge. Nel contesto della sua famiglia di origine A è accusato per la sua tendenza al cambiamento (cioè a distaccarsi) e nel contesto della sua famiglia nucleare per la tendenza all’omeostasi con la propria famiglia di origine (spesso è descritto con le stesse qualità di quest’ultima: rigidità, mancanza di cambiamento ecc.)

Intervista di chiusura

Lasciando un certo intervallo da seduta a seduta che può variare di una, due settimane, si arriva generalmente a tale momento dopo che sono trascorse quattro o sei settimane dal primo incontro.
Durante tutto questo periodo si sono prodotti numerosi cambiamenti in tutto il contesto familiare, come conseguenza dei molteplici incontri tra i differenti sottosistemi.
A volte spontaneamente si definisce la relazione tanto della coppia che ha richiesto la consulenza come del SFO. Per esempio, in un caso di minaccia di divorzio, tra la seconda e la terza seduta, il marito abbandona il tetto coniugale, interrompendo così le sedute. In un altro caso un coniuge separato da tre mesi, durante le sedute rinuncia ad essere socio di una impresa familiare della sua famiglia di origine e ritorna a casa. Accetta di riunirsi anche economicamente con la propria moglie e mette l’appartamento a nome di entrambi, come lei richiedeva da tanto tempo. Sei mesi dopo continuano molto bene, migliorando il rapporto coniugale e con il SFO.
Dunque si può dire che la metodologia degli incontri e le tematiche su cui si è lavorato sono stati un grosso input in tutto il sistema trigenerazionale, sufficiente per provocare cambiamenti “spontanei”. Questi cambiamenti hanno luogo, quindi, in accordo con le forze in conflitto dato che l’intervento del terapista sulle decisioni fondamentali, per il principio di neutralità, non è stato mai diretto. La direttività dell’intervento consiste nella programmazione degli incontri, come principio organizzativo, e nel favorire attivamente lo svolgimento del compito, cioè definire la relazione dei coniugi tra loro e con le rispettive famiglie di origine.

A partire dalle interviste con le famiglie di origine si possono produrre diverse alternative che dipenderanno dalle retroazioni ottenute. In alcuni casi si termina entro la quinta seduta, riassumendo la problematica di ciascuno dei coniugi tra loro e con le proprie famiglie di origine. Più spesso si connota positivamente la mancanza d’intesa coniugale dicendo: “Mi ha colpito molto vedere il modo in cui vi siete impegnati per la realizzazione della missione familiare. Avete sacrificato generosamente l’intimità e la felicità coniugale per essere dei buoni figli e genitori, come i vostri genitori e i genitori dei vostri genitori vi hanno insegnato ad essere. E’ molto importante che continuiate così, perché in caso contrario…”. A questo punto si verbalizzano i conflitti specifici di ogni coniuge con la sua famiglia di origine che a giudizio del terapista sono nodali in quel sistema. Per esempio: “…perché in caso contrario mamma e papa di A dovranno rivedere dopo tanti anni la loro coppia, con il pericolo che entrambi diventino molto depressi al constatare come sia passato del tempo, e che non siano più considerati così necessari dai loro figli…”. Altro esempio: “…perché in caso contrario le sorelle di B dovranno accettare che lui non è più il loro figlio coccolato e permettere il suo matrimonio”.
Altro esempio: “…perché in caso contrario il padre di A dovrà fare lo sforzo di togliere A dalle gonne della madre e tutto ciò sarebbe dannoso per la sua salute, dovendo dedicare più tempo alla moglie…”.
In questo modo si descrivono le situazioni omeostatiche di ciascuna famiglia di origine, includendovi tutti i familiari, senza dimenticare di nominare nessuno, in modo da dare una visione globale di tutto il SFO e mettendosi a favore dell’omeostasi.
Il segreto di ciò che è stato detto nelle sedute non disturba l’intervento finale del terapista, perché egli da una sintesi personale di ciò che ha visto in questi incontri, in modo da non compromettere nessuno dei membri che sono stati presenti. Anzi? a volte nelle sedute di chiusura, sorgono definizioni della relazione mai dette prima come per esempio nel caso di una moglie che dice: “…lo sanno tutti nella famiglia che mia suocera non mi può vedere”, quando nelle sedute questo non si era mai detto né visto!
Nel momento attuale della ricerca stiamo tentando di terminare scrupolosamente con il numero di sedute accordate, lasciando aperta però la seduta finale all’alternativa terapeutica, secondo ciò che si ritiene più adatto al momento. Ciò, sia che si decida di concludere l’intervento terapeutico, sia che si decida di continuare con alcune sedute, ma con la sola coppia.
In un caso clinico stiamo organizzando un intervento finale a distanza, con entrambe le famiglie di origine in una riunione congiunta ad hoc. La coppia leggerà una lettera diretta a tutto il sistema trigenerazionale, in cui è espressa l’opinione del terapista sulla consulenza di coppia che è stata fatta.
Non c’è, quindi,
una programmazione rigida della seduta di chiusura, se non per cio’ che riguarda in ogni caso la valutazione che il terapista ha fatto in accordo con le retroazioni tra il SFN e ogni famiglia di origine.
La seduta di chiusura conclude il periodo di “ricognizione d9lle informazioni” e soltanto in questa il terapista darà la sua opinione sulla situazione che ha dato origine alla richiesta. Opinione che comprende l’analisi di quello che succede in tutto il contesto trigenerazionale, intendendo il problema come l’emergenza di uno squilibrio relazionale di tutto il sistema.

Alcune modificazioni nel processo

Nei casi di coppie che chiedono una consulenza per problemi coniugali e che hanno figli adolescenti, si fa un incontro separato con questi ultimi, come se fosse con un’altra famiglia di origine. Ciò ha una sua spiegazione sistemica: i figli avendo vissuto una situazione di conflitto in tutti questi anni o essendo, per la loro crescita, causa scatenante della problematica dei genitori, giocano un ruolo molto importante e devono essere inclusi come un sottosistema di potere. Poi, specialmente nei casi in cui il contatto con i SFO non esiste o è relativo, il sottosistema dei figli ha una posizione equivalente a quella del SFO all’interno del SFN, dal momento che la loro genitorializzazione li ha messi in una posizione “one up” nei confronti dei loro genitori.
L’intervento terapeutico con i figli varia a seconda dei casi. In generale vengono convocati e una volta che il terapista ha fatto loro delle domande, seguendo la modalità prima descritta, vengono lasciati con una connotazione positiva delle loro triangolazioni e questo riesce a farli uscire dalla loro posizione “one up”.
In un caso, due adolescenti coinvolti nei problemi interminabili di una coppia che viveva tra continue separazioni e riunioni, mettendoli permanentemente in mezzo, furono convocati e furono poi lasciati con una constatazione positiva della condotta dei loro genitori. Ci si congratulò con loro della bravura di entrambe i genitori che proteggevano i pro-pri figli, portando tutta la loro pazzia sulle spalle e lasciandoli così liberi di percorrere la loro strada verso il futuro. Questo intervento calmò l’intenso odio che i figli avevano per i genitori lasciando spazio alla tristezza e ad un cambiamento di comportamento verso di loro. I genitori, a loro volta, con meno sensi di colpa per il loro atteggiamento immaturo e ricevendo più affetto dai figli, furono in grado di affrontare la loro problematica di coppia con il terapista senza mettere i figli in mezzo.
La semplice convocazione dei figli come sottosistema separato da quello genitoriale agisce come elemento di definizione di entrambe i sottosistemi.
Ci sono dei casi nei quali i genitori dei pazienti sono separati e non accettano una riunione congiunta. In questo caso si convoca ogni co-niuge con il proprio padre e/o fratelli separatamente e ovviamente si connota positivamente la condotta di questi genitori, che sebbene non abbiano nessun dialogo tra loro riescono a mantenere tutta la famiglia unita (anche se questo significa la triangolazione dei figli con la conseguente perturbazione del SFN). In altri casi si procede nello stesso modo con i fratelli. Nel caso di una consulenza per minaccia di divorzio, uno dei coniugi era triangolato in una situazione molto complessa all’interno della propria famiglia di origine. Era l’intermediario tra i suoi genitori e un fratello, che non parlavano tra di loro. Lo si convocò in una seduta con i genitori e in un’altra con il fratello, sempre con l’obiettivo di esaminare il conflitto di coppia, motivo della richiesta di consulenza. Il fatto di programmare gli incontri separatamente e di qualificare come “missione impossibile” (in ogni incontro) il ruolo che gli era stato assegnato da tutti i suoi familiari, cioè di funzionare come loro terapista, è stato sufficiente per detriangolarlo. Il SFO, attraverso il conflitto tra i genitori e il fratello, rendeva difficile il distacco di questo figlio; ogni volta che quest’ultimo faceva un progresso nella sua professione o si avvicinava di più a sua moglie e ai suoi figli, vi era una recrudescenza omeostatica del conflitto tra i genitori e il fratello.

Invianti e intervento di altri terapisti

La presenza di altri terapisti all’interno del processo terapeutico di una famiglia costituisce un grosso problema tecnico ed è una variabile intercorrente che nei casi trattati è stata più un ostacolo che una facilitazione.
Il fatto che molte volte le consulenze siano inviate dal terapista individuale di uno dei coniugi, complica ancora di più la situazione.
Questo è un tema che figura nella letteratura sia di autori ad orientamento dinamico che ad orientamento sistemico. Non possiamo in questa sede trattare estesamente tale problematica, possiamo solo ricordare che questa presenza deve essere tenuta in considerazione per determinare quando è necessario intervenire direttamente con loro dato che rappresentano un importante elemento omeostatico del sistema familiare.
I terapisti, a causa del transfert e per il fatto di essere messi in posizione “one up”, hanno molte volte il significato equivalente di un SFO e come tali debbono essere trattati. La convocazione per un incontro con il o i terapisti (quando più di uno sono coinvolti) si fa generalmente di fronte ad un impasse terapeutico. Nel nostro ambiente, che è molto influenzato dall’orientaraento psicodinamico, è già un grosso passo avanti riuscire a fare delle riunioni d’equipe. Nonostante tutto è illusorio pensare che la situazione si modifichi per una semplice riunione, molte volte realizzata per “cortesia professionale”.
Semplicemente il trattamento è più difficile ed occorre soltanto sperare che l’evoluzione positiva della situazione coniugale e/o familiare possa da se stessa recuperare il tema delle psicoterapie parallele. La valutazione empirica dei risultati ci mostra una peggiore evoluzione nei casi dove sono coinvolti altri terapisti, però anche in questi ci sono dei cambiamenti.
La situazione con tali terapisti pone molte varianti e in ogni caso deve essere trovata una soluzione creativa, secondo le particolari caratteristiche. Ovviamente i sistemi hanno una tendenza ad inglobare i terapisti e gli invianti (come hanno studiato molto bene Selvini Palaz-zoli e Coli. 1980). Questi diventano i punti nodali omeostatici del sistema che devono essere trattati in modo speciale, come spiegano gli autori.
Quello che è chiaro è che la posizione del terapista individuale, “membro della famiglia di origine” del paziente a causa del transfert, va recuperando la sua dimensione reale nella misura in cui si ristabilisce un dialogo diretto, da persona a persona del paziente con i propri familiari significativi. Questa risoluzione del transfert, non per effetto delle interpretazioni transferali, ma per il cambiamento sistemico, è una dimensione essenziale del processo terapeutico. Però pochi terapisti tollerano la ferita narcisistica rappresentata dalla propria perdita di “potere”, dato che non hanno per la loro posizione all’interno del sistema una visione che permetta loro una metacomunicazione chiarificante.
Se tanto loro come i pazienti tollerano
un cambiamento nella relazione (diventando il terapista non già una figura transferenziale, ma “compagno di strada”, catalizzatore facilitante del processo d’individuazione e di autonomia), la relazione potrà continuare, arricchita. Una volta che si è prodotto il distacco dal suo gruppo familiare di origine, il paziente può con il suo terapista continuare a definire la sua identità per riuscire in un migliore inserimento nella società, nella sua relazione con altri macrosistemi, professionali, di lavoro ecc. In caso contrario, il trattamento si interromperà o finirà male.

Conclusioni

Abbiamo delineato una tecnica di intervento terapeutico che prende sempre in considerazione la relazione tra il SFN e il SFO.
Siamo partiti dal presupposto che l’emergenza di problemi coniugali e’ il prodotto di uno squilibrio relazionale all’interno di un contesto trigenerazionale costituito dall’articolazione di entrambe le famiglie di origine.
Sebbene utilizziamo questo modello di intervento anche nelle consulenze familiari con pazienti designati, bambini o adolescenti, lo abbiamo descritto qui solo in relazione a richieste per crisi coniugali o in procedimenti di divorzio.
Attualmente nella nostra ricerca utilizziamo sempre come minimo cinque sedute che includano ambedue le famiglie di origine per avere una visione complessiva che sia diagnostica e terapeutica. I risultati positivi di questa tecnica ci portano a continuare ad utilizzare tale modello d’intervento, per ottenere una maggiore efficacia terapeutica. Il successo di questo modo di lavorare si basa probabilmente sul fatto che la famiglia di origine è molto legata al SFN anche se non vivono vicini o qualcuno è scomparso. C’è sempre qualche rappresentante del SFO che riunisce informazioni importanti e che nei momento in cui viene incluso amplia il campo psicologico.
Questo modo sistemico di lavorare con le famiglie di origine non esclude l’analisi storica delle relazioni passate, però si centra soprattutto sul sistema reale, cioè sulle persone viventi con cui si può condividere l’esperienza della risoluzione del problema che ha portato alla richiesta, utilizzando ogni elemento psicologico ed emotivo di tutti i membri, spesso paralizzati dal fatto di non essere tenuti sufficientemente in considerazione. Includere il SFO per risolvere i problemi del SFN potrebbe essere oggi un salto concettuale e tecnico simile al passaggio dall’individuo al SFN di anni fa, che segnò il cambiamento paradigmatico della terapia familiare e fu il motivo della sua riuscita.
Seguendo la linea dei terapisti strategici e sistemici che hanno ridotto sensibilmente il numero d’interventi terapeutici, cercando di entrare direttamente nel punto nodale del sistema, questo lavoro cerca di continuare tali ricerche con l’idea di trovare una tecnica semplice e efficace non solo per la risoluzione dei problemi familiari ma anche per fare prevenzione primaria.


BIBLIOGRAFIA

BOSZORMENYI-NAGY,I., SPARK,C., Invisibles Loyalties (trad.it. Astrolabio, Roma 1988).
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Note

1 Pubblicato per la prima volta in “Divorcio y nucvas relaciones familiarcs”, Terapia familiar n.15, Ed. ACE Buenos Aires, 1986. Trad. di Patrizia Castellani.

2 Anche Framo utilizza questa tecnica, però la strategia clinica e la sua base teorica sono totalmente differenti. “Dal momento che il nucleo centrale è la relazione passata e presente di un adulto con i propri genitori e fratelli, non convoco l’altro coniuge alia seduta. La sua presenza sarebbe un invito per i genitori e i fratelli a parlare delle difficoltà della coppia e delle difficoltà parentali, il che sarebbe un metodo di triangolazione che diverge dal proposito principale” (Exploration in Maritai and Family Therapy, Springcr, New York 1972, pag.179) (il corsivo è mio).

3 Haley ha definito la coalizione come una relazione perversa tra un membro di una classe ed un altro appartenente ad una classe inferiore in termini gerarchici Uno dei membri della classe supcriore si allea con il membro della classe inferiore contro un suo pari e viceversa. L’alleanza suppone un’unione tra i membri senza l’opposizione a nessun altro.

4 Prendiamo la definizione di Valeria Ugazio: ‘Con questa espressione si fa riferimento alle percezioni interpcrsoanli, spiegazioni, interprctazioni, attribuzioni di significato e d’intenzionalità al proprio ed all’altrui comportamneto date dai soggetti coinvolti nell’interazione” in “Ipotizzacene e processo terapeutico”, Terapia familiare n.16, dicembre 1984

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