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SCELTA VOCAZIONALE E IDENTITÀ DEL TERAPEUTA DELLA FAMIGLIA

Ipotesi ed evidenze a partire dalla ricerca e dalla esperienza

Paolo Gritti – Alfredo Canevaro
Terapia Familiare N°49-Nov 1995

PAOLO GRITTI
Psichiatra, Psicoterapeuta della famiglia, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Seconda Università degli Studi (Napoli).

ALFREDO CANEVARO
Psichiatra, Psicoterapeuta della famiglia, membro della American Family Therapy Academy (Macerata).

Premessa

Questo contributo prova a descrivere il complesso intreccio che connette la identità del terapeuta della famiglia, ed il suo stile terapeutico, con la scelta vocazionale che ne è la fonte e con lo scenario familiare che ne è la radice.
Esso non avanza alcuna pretesa di completezza e di obiettività poiché è debitore, in toto, della personalità, delle esperienze e delle conoscenze degli autori. Lo scritto si compone di tre parti. Nella prima vengono passate in rassegna le conclusioni cui pervengono gli studi che abbiamo potuto reperire sul tema. Nella seconda parte sono esposte e commentate alcune ricerche svolte dagli autori. La terza parte utilizza i preziosi scritti autobiografici di tre illustri terapeuti per corroborare quanto riportato in letteratura. Infine vengono svolte alcune considerazioni riassuntive con il fine di sollecitare ulteriori ricerche su un tema tanto cruciale quanto negletto dai terapeuti della famiglia.
Le parole-chiave dello scritto, self 1, scelta vocazionale (VO), identità del terapeuta (IT), famiglia di origine (FO), famiglia attuale (FA), rete professionale, eventi di vita, vanno intese come parti di un grafo dei lemmi, una trama concettuale che può essere percorsa a partire da qualunque punto ed in qualunque direzione. Noi consideriamo queste ed altre parole-chiave, che abbiamo omesso per brevità, tutte strettamente interconnesse. Questa è la opzione che ispira tutto lo scritto.

1. Le fasi della nostra ricerca: temi di base, quesiti, ipotesi, indagini

I moventi di una scelta formativa lunga e complessa, l’intreccio fra esperienze familiari e competenze terapeutiche, le reciproche influenze fra vita privata e vita professionale: sono questi i temi di base che hanno guidato la nostra ricerca sui legami fra vocazione, identità professionale e ciclo vitale del terapeuta della famiglia. Questi temi hanno orientato le nostre letture e generato, in prima istanza, un gran numero di quesiti talora banali, talaltra bizzarri, meritevoli di risposte esaurienti.
Fra i quesiti più scontati possiamo elencare i seguenti: cosa distingue la FO del terapeuta da ogni altra famiglia? La IT camuffa una irrisolta problematica di relazione? La formazione e la pratica professionale sono surrogati di una malcelata esigenza di terapia? L’enfasi sull’hic et nunc comunicativo della famiglia cela, difensivamente, l’esigenza di non guardare nella scatola nera della propria vita interiore?
Queste, invece, le domande più intriganti che ci sono venute in mente: Quali fattori rendono il terapeuta un buon comunicatore e/o un buon conversatore, cosa lo induce ad utilizzare il non verbale come strumento terapeutico? Quali aspetti del corpus teorico-clini-co della terapia familiare catturano il suo interesse? Quale è l’immagine del “familiare” coltivata dal terapeuta? Come essa si modifica con la formazione e la pratica clinica? Quale ruolo ha giocato la FO nello sviluppo delle attitudini terapeutiche?
Fra tutti questi quesiti abbiamo selezionato solo quelli pertinenti ai temi da cui eravamo partiti. Il nostro campo di indagine si è ulteriormente definito con l’ausilio della letteratura in nostro possesso che, tuttavia, non esaurisce di certo i contributi disponibili. I quesiti, le letture e qualche esperienza di ricerca condotta da entrambi sul tema ci hanno orientato, infine, verso due ipotesi antiteti-che che possiamo sintetizzare in questo modo: il self del terapeuta della famiglia viene inteso come una protesi riparativa di eventi e rapporti problematici o, piuttosto, come una naturale risorsa che scaturisce da eventi e rapporti positivi. Due ipotesi che prenderemo in esame qui di seguito.

1.1 II self del terapeuta familiare

L’importanza della persona del terapeuta fu messa in rilievo già agli albori della psicoanalisi. Freud scriveva che nessun psicoanalista può andare oltre i suoi complessi e le sue resistenze. In questa prospettiva la scoperta e l’analisi dei fenomeni di transfert e controtransfert sono il contributo più importante della psicoanalisi. Lo studio del controtransfert ribalta lo stereotipo kraepeliniano del paziente come oggetto della osservazione diagnostica del medico poiché pone paziente ed analista in una condizione di parità esistenziale. Tuttavia una certa prassi del metodo bipersonale, vincolata alla ortodossia della analisi del transfert, nel descrivere la persona del terapeuta come uno schermo dove si depositano le proiezioni del paziente per essergli poi restituite trasformate, ha precluso ogni ulteriore osservazione del contesto interpersonale che contribuisce alla costruzione del self.
La terapia familiare, una risposta clinica ai fallimenti terapeutici del metodo bipersonale nei confronti dei pazienti più gravemente disturbati e di talune problematiche infantili e adolescenziali, ha contribuito, in modo determinante, al viraggio verso il setting multipersonale ed ha stimolato una ridefinizione della IT.
Gli studi disponibili, che indagano le competenze specifiche del terapeuta della famiglia, concordano sull’ipotesi che la mancanza di attiva partecipazione già in prima seduta sia un fattore determinante nel drop-out dei trattamenti (7). La capacità operativa del terapeuta, cioè la fiducia in sé stesso, la chiarezza, la attitudine a stimolare la interazione, a stabilire un buon joining con la famiglia sono considerati skills molto utili. La capacità relazionale, ossia l’empatia, il calore, l’integrità affettivo-comportamentale è considerata da Alexander come decisiva. Egli afferma che la differenza fra due risultati mediocri scaturisce dalla competenza operativa mentre la differenza fra un risultato buono ed uno eccellente è determinata dalla competenza relazionale (1). Quanto alla origine di queste qualità terapeutiche sembra interessante lo studio di Figler e Nelson (10). Essi, a conclusione di una inchiesta sugli skills terapeutici svolta con i direttori di training dei principali centri di formazione relazionale degli USA, concludono che solo 5 su 25 di tali competenze sono considerate oggetto di insegnamento mentre le altre sono costituite da tratti personali dell’allievo. Gli autori sostengono che i formatori sembrano considerare la persona del terapeuta forse ancor più importante delle sue competenze come terapeuta. A simili conclusioni giungono Breunlin ed altri (5) per i quali le esperienze personali dei terapeuti in formazione sono un fattore decisivo ai fini dell’esito del training.
Viene, dunque, da chiedersi quali siano i fattori che contribuiscono a definire la IT e come essi si articolano nella complessa interazione fra il suo self personale e professionale.

Fig. 1

 

Noi descriviamo il self del terapeuta come l’intreccio di diversi sistemi in interazione (fig. 1) che contribuiscono a formare una mappa-complessa in cui l’armonica connessione fra le parti è fondamentale.
II self personale viene alimentato da due fonti diverse: la FO e la FA. Ovviamente con il tempo, il peso della FO negli incidenti evolutivi cede il passo, almeno nella gran parte dei casi, al predominio della FA. Tuttavia l’impronta della FO rimane inscritta nella personalità del terapeuta e fa risentire la sua influenza nella sua vita privata e professionale.
Il self professionale è, invece, debitore, della sovrapposizione di due sistemi di relazione affini: la rete relazionale professionale e la rete relazionale dei pazienti (19).
Nella rete professionale si organizza dapprima il sistema relazionale del training, che, nei primi anni di formazione, assume un ruolo fondamentale per i suoi impliciti risvolti terapeutici, cui si aggiungono in seguito, le relazioni con i colleghi e le relazioni di filiazione con le scuole terapeutiche e le associazioni scientifiche.
La rete dei pazienti, nel nostro caso delle famiglie, campo di espressione e verifica delle proprie capacità professionali, è fonte di gratificazioni narcisistiche, consolidamento della identità e benessere economico.
L’equilibrio dinamico dei sistemi descritti nello schema sostiene la salute psicologica e somatica del terapeuta e la sua idoneità professionale. I ricercatori concordano nel sottolineare che la prevaricazione di un’area a scapito delle altre può determinare un disagio crescente nel terapeuta che può giungere a manifestarsi con condotte scorrette sul piano deontologico ed etico, stili terapeutici francamente iatrogeni e comportamenti da burn-out.
Esaminiamo ora, in maggior dettaglio, il ruolo delle relazioni familiari nella scelta voca-zionale e nella formazione della identità terapeutica.

1.1.1 La famiglia di origine

In un precedente articolo, uno di noi (6) ha scritto:

“Le difficoltà relazionali nelle FO degli stessi terapeuti, che sono, spesso, alla base della loro VO, determinano anche una reticenza ed un timore, a volte razionalizzato, di immergersi troppo profondamente nelle complessità dei sistemi familiari disfunzionali.
Al doppio messaggio della FO del terapeuta: “Istruisciti per poter curare le nostre difficoltà psicologiche, anche se con noi non potrai”, fa seguito il doppio messaggio delle famiglie dei pazienti: ‘oAlleviateci dalle nostre sofferenze, ma senza cambiarci”.
Alla sfida esistenziale del primo doppio messaggio si sovrappone la sfida tecnica del secondo. Questa affermazione implica una chiara opzione terapeutica. La funzione decisiva della persona del terapeuta consiste, in accordo con la posizione costruttivista, nel profondo impegno del self nella co-creazione della realtà terapeutica. Il motore vocazionale che conduce al lavoro terapeutico con le famiglie scaturisce da questo coinvolgimento.
Se si concorda con la tradizione della psicoterapia psicodinamica secondo la quale le problematiche personali sono considerate come un ostacolo da conoscere e superare perché possano essere sfruttate a vantaggio della terapia, si può concludere che la VO del terapeuta familiare è una fonte di conoscenza e di competenza che, lungi dall’essere negata o spostata, può essere messa al servizio di un processo di cambiamento.
In questo scenario il paziente designato, “terapeuta fallito” della sua famiglia, si incontra con il terapeuta, a sua volta “terapeuta designato e fallito” della propria. Da questo incontro speculare e isomorfico nasce la trasformazione di un sistema che consente al paziente, ora sostenuto, di essere accompagnato nel suo intento di aiutare la propria famiglia.”

Goldlank (12), nel presentare uno studio di confronto sul ruolo della FO nella VO del terapeuta, afferma che l’idea che tale scelta sia necessariamente in relazione con una FO disfunzionale appartiene al folklore ed alla mitologia della terapia familiare piuttosto che ad attendibili riscontri di ricerca. Tuttavia, nel commentare i propri risultati, conclude a favore della ipotesi che il terapeuta abbia svolto funzioni di mediazione e di legame nella FO.
In una recente monografia, Guy (15), fornisce una ampia ed aggiornata rassegna sugli studi relativi ai fattori motivazionali che sono alla base della scelta professionale della psicoterapia ed alle conseguenze psicologiche di tale scelta.
Pur se centrato sulla figura del terapeuta individuale, il libro di Guy è fonte di suggestivi spunti di riflessione anche per i terapeuti della famiglia.
Ad esempio, lo scenario della FO del terapeuta viene descritto come invariabilmente problematico. A giudizio dei più accreditati ricercatori, esperienze di isolamento affettivo, di emarginazione socioeconomica, religiosa o culturale, di separazione sperimentate nell’infanzia sarebbero antecedenti biografici molto frequenti nei terapeuti. Molti terapeuti sarebbero partecipi, con la propria scelta professionale, di un processo di emancipazione sociale della FO.
Le madri ed i padri dei terapeuti sono descritti, spesso a fosche tinte, come un’area relazionale problematica precoce. Le madri, di volta in volta dominanti, aggressive, narcisiste ed insicure, sarebbero inclini a stabilire una solida e tacita alleanza con il futuro terapeuta. Sharaf, citato da Guy, ritiene che la strategia prevalente di controllo delle madri dei terapeuti consista nell’attribuirgli il ruolo di confidente e consigliere. I padri sono descritti come figure passive, assenti, autoritarie, spesso meno colti ed affermati dei loro figli terapeuti. La relazione fra i genitori, peraltro spesso insoddisfacente per entrambi, si gioverebbe della funzione ammortizzatrice dei conflitti precocemente assunta dal figlio che poi diverrà terapeuta. Egli assumerebbe funzioni polivalenti di paciere, negoziatore, messaggero, custode della unità familiare (18). Le conseguenze psicologiche di tale posizione chiave in famiglia consisterebbero nella ricerca di un guadagno secondario e nel perseguimento di un ruolo neutrale, super partes, anche se a prezzo di un certo isolamento affettivo. Se la attendibilità’ di tali studi, peraltro eterogenei e confusi sul piano metodologico, venisse confermata, non resterebbe che concludere a favore della ipotesi “patogena” della FO del terapeuta e della motivazione riparatoria della sua scelta professionale.

1.1.2 La famiglia attuale

La FA sostituisce, nel tempo, la FO e diviene un fattore di equilibrio a fronte di un eccessivo impegno nell’area del self professionale. Guy sottolinea le aspettative positive che i terapeuti ripongono nella FA: “Dopo aver trascorso ore ed ore aiutando gli altri a raggiungere un’armonia familiare, sperano di riuscire ad ottenere il medesimo successo anche per se stessi”.
Egli aggiunge: “Considerato il fatto che gran parte di loro si è anche occupata di terapia familiare, studiandola e praticandola, e dedicando molto tempo al tentativo di migliorare la situazione matrimoniale dei pazienti, pare ragionevole aspettarsi che i loro rapporti coniugali risultino più soddisfacenti di quanto non accada di solito-.”
Tuttavia questa ottimistica previsione spesso non è destinata ad avverarsi.
L’isolamento, l’introversione, l’atteggiamento interpretativo, “un’esperienza inebriante cui non è semplice rinunciare”, renderebbero il terapeuta un osservatore del proprio matrimonio, con nefaste conseguenze per la relazione coniugale. I suoi sentimenti di onnipotenza, onniscienza, autorevolezza costituirebbero una barriera emotiva spesso invalicabile per il partner. Inoltre la disponibilità di tempo per coltivare gli affetti personali sarebbe sempre molto ridotta. Nel fallimento matrimoniale che ne potrebbe conseguire il terapeuta sarebbe del tutto inadeguato a fronteggiare la crisi ed avverso ad un intervento specifico. A riprova di questo, Guy cita uno studio personale secondo il quale meno del 15% dei terapeuti con probemi coniugali hanno effettuato una propria terapia di coppia.
Se i coniugi sono entrambi terapeuti, fenomeno sempre più frequente (15), rischi e vantaggi del matrimonio si incrementano anche se i diretti interessati sembrano valorizzare maggiormente gli aspetti positivi di questa scelta.
Tuttavia, malgrado sarebbe logico supporre che la FA dei terapeuti “sia più felice della media” numerose ricerche suggeriscono il contrario. La causa di questi fallimenti familiari andrebbe ricercata proprio nell’effetto pernicioso della professione. “Secondo alcuni – nota Guy – parecchi fattori collegati all’esercizio della psicoterapia ostacolano o danneggiano l’assetto matrimoniale”.
Fra questi fattori segnaliamo il rischio della coincidenza fra rete personale e rete professionale. Talvolta i confini fra questi due sistemi si frammentano, configurando rischiose sovrapposizioni che generano acting out reciproci e ripercussioni negative per entrambi i sistemi.
Uno di noi (Canevaro) può menzionare il seguente esempio.
Un terapeuta viene consultato da una famiglia in crisi di divorzio, dopo il ricovero in clinica della madre, sofferente di una forte crisi depressiva. I due figli, giovani adulti, vengono a sapere che, da un anno, la loro terapeuta è l’amante del padre. Il consulente deve affrontare la grave crisi aggravata dal naturale rancore dei figli verso la terapeuta e verso il padre, il quale insiste nel presentarla come sua compagna. Egli deve, inoltre, segnalare alla famiglia la grave scorrettezza deontologica commessa, attribuendo, tuttavia, una connotazione positiva all’eccesso di zelo della collega. Ella avrebbe preso il posto della madre depressa, in un contro acting-out, avendo avvertito nella famiglia la sofferenza connessa alla perdita del ruolo di madre e di moglie. Dopo alcuni mesi di terapia finalizzata al reinserimento della paziente in famiglia, il terapeuta lavora con i due sottosistemi formati dal padre con i figli e la madre con i figli. Dopo la separazione della coppia genitoriale, chiariti con la ex-terapeuta i moventi degli errori terapeutici, i figli possono accettare con maggiore distanza affettiva la nuova compagna del padre. Un esempio molto evidente della commistione fra rete personale e rete professionale e delle implicazioni emotive ed esperienziali di una terapia come questa per il self del terapeuta.

1.2.1 La rete relazionale professionale<br>
In un articolo sugli orientamenti emergenti in terapia familiare, Hardy e Keller (16) segnalano che la diffusione e l’ampio credito acquisito da questa disciplina hanno concorso a ridefinire gli obiettivi della formazione relazionale. Se prima ci si limitava a sollecitare il terapeuta ad includere la terapia familiare nel proprio bagaglio clinico, ora si formano terapeuti della famiglia come professionisti autonomi. Questi autori indicano un altro orientamento significativo che riguarda la terapia per gli allievi in formazione. Al messaggio subliminale: “Utilizza la terapia relazionale ma per te stesso preferisci una terapia individuale” si sostituisce ora, in molti centri di formazione, un costante lavoro con la FO dell’allievo come sostituto della terapia individuale. Di certo anche questo approccio solleva spinosi problemi come la confusione fra i ruoli di formatore, supervisore e terapeuta. Al proposito, Watson (20) ritiene che il problema della “dual relationship” dovrebbe essere riconsiderato poiché il fuoco del training relazionale si orienta sempre più sulla persona del terapeuta. In tal senso va intesa la posizione della Commission on Accreditation della American Association for Marriage and Family Therapy: “La supervisione deve essere chiaramente distinguibile dalla psicoterapia o dalle attività didattiche e di training”. Tanta enfasi va ricondotta ad un problema particolarmente avvertito fra gli psicoterapeuti americani. Infatti le “dual relationships” e le violazioni della confidenzialità sono le accuse più frequenti nelle cause intentate contro psicoterapeuti (8).
Durante gli anni di formazione, il sistema formato dalla rete relazionale professionale acquisisce, a causa di inevitabili momenti di regressione, una fondamentale importanza per la crescita emozionale degli allievi. La capacità di contenimento del gruppo, insieme con il ruolo genitoriale dei conduttori, formano una nuova “famiglia sostitutiva”, talvolta affine ad un gruppo primario, dove si ripropongono taluni vincoli e invisibili lealtà che, se non adeguatamente elaborati, possono ostacolare la individuazione ed il distacco “da casa”. (13)
In seguito questi legami si consolidano nell’intreccio di relazioni interprofessionali, appartenenza a scuole terapeutiche ed associazioni scientifiche.

1.2.2 Gli eventi di vita

Va, infine, menzionato il ruolo degli eventi di vita che scandiscono la vicenda umana e professionale del terapeuta poiché tali eventi concorrono a definire la sua identità, la sua progettualità esistenziale ed il suo destino.
Baltes, Reese e Lippsitt ( 3 ), organizzano gli eventi vitali significativi in tre categorie: eventi normativi determinati dall’età, eventi normativi determinati dalla storia, eventi esistenziali non normativi.
Nel progredire dell’età adulta gli eventi determinati dalla storia diminuiscono di importanza mentre aumenta il valore degli eventi non normativi, anche se imprevedibili. La perdita di parenti significativi, il matrimonio, la parentalità, eventuali divorzi e nuove relazioni affettive stabili costituiscono fattori abbastanza prevedibili nella vita di un terapeuta. Al contrario il peggioramento, il suicidio o la morte, anche se accidentale, di uno o più pazienti possono configurarsi come eventi imprevedibili di drammatica significatività, causa, talora, di gravi disturbi del terapeuta.
La gran parte dei ricercatori concorda nel concludere che una vita familiare armonica e soddisfacente, al riparo dalle intrusioni delle relazioni professionali, lo sviluppo di ulteriori risorse ed interessi personali, come inclinazioni artistiche, hobbies ed una vita sociale stimolante, sono fattori decisivi nel garantire l’equilibrio psicologico del terapeuta.

2. Le nostre indagini

II nostro interesse verso i temi inerenti la VO e la identità del terapeuta familiare ci ha condotto, in anni recenti, a svolgere alcune ricerche personali sostenute dalla aspettativa che esse ci avrebbero aiutato a descrivere meglio la complessità del problema piuttosto che fornirci esaurienti risposte. Per di più anche noi, come Galdo e Sacchini (11), ci siamo trovati coinvolti in una indagine su un paziente al di sopra di ogni sospetto, nei confronti del quale non siamo certi di aver potuto mantenere la indispensabile neutralità poiché inquirente ed indagato si assomigliavano. Tale familiare affinità, che sortiva su di noi transitori quanto evidenti effetti perturbanti, ci impone di riferire con prudenza sui risultati delle nostre indagini preliminari.
Canevaro, nel corso di un ciclo di seminari, ha condotto una inchiesta molto semplice su 120 colleghi terapeuti della famiglia. Ognuno di essi era chiamato a rispondere a due domande. La prima era: “Che cosa vorresti essere se non fossi psicoterapeuta?”; la seconda era: “Che ruolo svolgevi nella tua FO, paciere o pecora nera?”. Agli intervistati il paciere veniva descritto non solo come mediatore dei conflitti familiari, ma anche come “parental child” che consiglia, media, prende il posto di uno dei genitori, prendendosi cura della famiglia come pseudo-coniuge o come governatore super partes che svolge funzioni esecutive. Il suo ruolo complementare, quello della pecora nera, era da intendere come colui che, ugualmente sensibile alle tacite richieste della famiglia, si incarica di deviare i conflitti assumendo su di sé la disistima di tutti. A differenza del paciere egli non svolge funzioni esecutive.
In tutti i seminari le risposte degli psicoterapeuti risultarono uniformi quanto alla distribuzione delle risposte al secondo quesito:il 66% di essi riferì di aver svolto funzioni di paciere, mentre il rimanente 34% ricordava di essere stato una pecora nera. Quanto alle risposte alla prima domanda, il 37.5% degli intervistati indicò, in alternativa alla propria professione, inclinazioni artistiche: musicista, cantante lirico, danzatrice, poeta, scrittore, scultore, regista, pittore, attore.
Il 31.6% indicò le libere professioni: architetto, archeologo, antropologo, ingegnere, veterinario, pediatra, agronomo, notaio.
E’ rimarchevole che almeno la metà delle risposte alla prima domanda avesse a che fare con l’espressione artistica e che la figura dell’artigiano raccogliesse il 10% delle scelte. Si osservò, inoltre, una suggestiva concordanza fra le risposte alle due domande. Infatti la figura dell’architetto-paciere raccolse il 10% del totale delle scelte.
Questa ricerca suggerisce l’ipotesi che il terapeuta della famiglia coltiva una percezione positiva del self, caratterizzata da creatività e polivalenza funzionale e che, verosimilmente,considera il proprio retaggio familiare come una risorsa piuttosto che come un vincolo.
In un secondo studio, condotto presso un istituto di formazione, Gritti (14) ha raccolto, con un questionario costruito ad hoc, alcuni dati pertinenti alla storia familiare, alla VO ed alle aspettative professionali di 73 allievi. Questa indagine ha suggerito alcune ipotesi sullo scenario relazionale della loro FO e sulle sue implicazioni nella richiesta di formazione.
Abbiamo scritto allora: “Ci sembra che il rapporto fra la VO del terapeuta e la sua esperienza familiare sia materia complessa per descrivere la quale falliscono interpretazioni lineari e riduttive”. Ci riferivamo ad ambedue le ipotesi parziali che ci sembrava di cogliere nei terapeuti in merito alle “connessioni esplicative” fra FO e VO. Secondo la prima ipotesi, della “risorsa negata” taluni terapeuti rifiutano di riconoscere che le proprie attitudini e competenze sono maturate proprio nella FO, un contesto che non hanno mai osato indagare. Nella seconda ipotesi, del “determinismo patogeno”, tutte le famiglie disfunzionali, e solo esse, sfornano competenti terapeuti della famiglia.
Sulla scorta di queste premesse il nostro studio ha provato ad evidenziare “il pattern che connette” storie familiari di terapeuti, pure così eterogenee fra loro.
Nel questionario erano raccolte informazioni verificabili sul ciclo di vita della FO, sugli eventi cruciali di esso, alla ricerca di una trama di eventi e relazioni che potessero suggerire possibili significati e vissuti sui quali era poi germinata la VO. Abbiamo preferito scartare il metodo dell’intervista approfondita con un numero limitato di terapeuti o di allievi nella convinzione che la maggior parte di essi siano o del tutto ciechi delle connessioni di cui eravamo in cerca o gravati di stereotipi e di esperienze che ne influenzano fatalmente le opinioni. D’altronde, poiché eravamo consapevoli che un questionario è, comunque, debitore della soggettività degli autori, abbiamo tentato di mitigare i nostri errori discutendo sui dati raccolti con terapeuti esperti che non avevano partecipato alla ricerca.
Il nostro studio si è concluso con queste considerazioni. Sembra emergere un profilo della FO caratterizzato da solidi vincoli transgenerazionali e da frequenti avversità di vita affrontate con successo. Ci è sembrato che la storia di queste famiglie si distingue per la capacità di governare la complessità ed il cambiamento. Il futuro terapeuta ha svolto la funzione di garante del retaggio familiare e, nel contempo, di promotore delle trasformazioni evolutive in virtù di due condizioni: una posizione nell’ordine di genitura strategica rispetto al ciclo vitale ed una spiccata determinazione alla emancipazione personale. Abbiamo descritto il terapeuta come un “nocchiero” divenuto esperto nel pilotare la FO dal passato al presente verso il futuro, salvaguardando la identità familiare nel corso delle generazioni.
Le nostre modeste indagini, che abbiamo qui sintetizzato, sembrano sostenere l’idea che la FO del terapeuta sia la fucina delle sue competenze di osservazione ed intervento nei sistemi relazionali piuttosto che il crogiuolo delle sue sofferenze da riscattare nella professione.
Viene, dunque, da chiedersi se lo stridente contrasto fra queste osservazioni empiriche e la più accreditata letteratura sia frutto del nostro pregiudizio positivo o se il terapeuta della famiglia sia una felice e singolare eccezione nella costellazione relazionale invariabilmente problematica degli psicoterapeuti.
Inoltre le nostre esperienze didattiche ci segnalano una costante miscellanea di problemi e di risorse negli allievi a riprova della tesi che IT e VO sono frutto di un irriducibile e variegato intreccio fra dimensione individuale e relazionale.

3. Tre illustri testimoni

Confusi dalle contraddizioni che la nostra indagine suscitava abbiamo deciso di ricorrere alla preziosa testimonianza di tre pionieri della terapia familiare, i quali hanno coraggiosamente narrato la storia della propria FO ed offerto, con i loro scritti, un materiale biografico ineguagliato.
In epoche diverse e con diversi intenti Murray Bowen, Cari A. Whitaker e Salvador Minuchin hanno, infatti, utilizzato materiale autobiografico per esprimere il proprio pensiero sulle famiglie e sulla terapia della famiglia. Con ogni evidenza essi hanno considerato la narrazione del ciclo vitale della FO indispensabile per una esauriente comprensione del proprio stile terapeutico. Confidavamo, dunque, che lo studio di questi testi ci avrebbe consentito di dirimere i nostri dubbi ed indicato le risposte ai quesiti dai quali eravamo partiti.

3.1 Murray Bowen

“Dal momento che molti mi chiedono quali possono essere le motivazioni che inducono una persona a lavorare con la propria famiglia, comincerò con alcuni orientamenti che si sono presentati molto precocemente nella mia vita”. Così inizia il racconto degli episodi salienti della storia familiare di Bowen. Fra le attitudini personali egli menziona “una insolita abilità a risolvere difficili rompicapo e a trovare soluzioni pratiche a problemi apparentemente insolubili e una buona abilità manuale”.
La storia della FO è narrata in uno scritto del 1972 considerato, a ragione, un caposaldo della letteratura sistemico-relazionale (4). In esso Bowen ripercorre le tappe del processo di differenziazione dalla FO e ne segnala la funzione decisiva per la propria formazione come terapeuta. Tuttavia, nel racconto è anche possibile rintracciare alcuni fattori ed eventi che hanno influenzato la VO di Bowen.
Egli nasce, primogenito di cinque figli, in una cittadina dove la famiglia ha vissuto da più generazioni. Durante la adolescenza avverte “eguale inclinazione” verso la giurisprudenza e la medicina. Si orienta poi verso quest’ultima in seguito ad un episodio decisivo: la morte di una coetanea cui presta, invano, soccorso. Il ricordo dei medici “perplessi, insicuri ed impacciati” lo sprona a -trovare risposte migliori nel campo della medicina”. Nel corso degli studi universitari si cimenta dapprima nella chirurgia ma, “dopo una serie di morti chirurgiche”, si accorge di aver sviluppato “una specie d’artificiale durezza d’animo”. La osservazione di gravi disordini psichici durante il servizio militare lo spinge prima verso la psichiatria e, in seguito, verso le tematiche familiari. La analisi personale viene descritta come un momento decisivo della formazione personale. Tuttavia, “il risultato ultimo di questa esperienza fu un irrigidimento dei modelli transazionali precedenti”. Bowen ricorda la propria convinzione di allora: “I miei genitori avevano i loro problemi, io avevo i miei. Loro non sarebbero mai cambiati e non si poteva fare niente di più”.
Un ulteriore fattore motivazionale fu la precoce ed acuta percezione dell’isomorfismo fra sistema familiare e sistemi istituzionali. Nel corso della frequenza presso una cllnica psichiatrica Bowen si accorge che “il sistema emotivo della ‘famiglia’ dei medici e degli altri dipendenti era identico al sistema emotivo di qualsiasi famiglia” e ne conclude che “i modelli emotivi sono gli stessi sia che si tratti di sistemi familiari, sistemi di lavoro o sistemi sociali”.
In sintesi, le frustrazioni come medico, l’interesse verso la psichiatria, la esperienza analitica e la attenzione verso i sistemi istituzionali sembrano essere stati i principali fattori motivazionali personali in Bowen.
La gran parte delle vicende familiari ruota intorno alle fasi di sviluppo, di crisi e di ripresa della azienda di famiglia. Contesto nel quale si definiscono i rapporti, si consolidano le alleanze, si designano i capri espiatori. Vicissitudini affettive ed economiche si intrecciano in una saga familiare che coinvolge le generazioni.
Il padre di Bowen, figlio unico, orfano di padre dall’infanzia, ha conosciuto l’esperienza della famiglia ricostituita con le seconde nozze della madre. Anche la madre di Murray, primogenita ed orfana di madre ad un anno di età,.è poi vissuta in una famiglia ricostituita. Alla morte del nonno materno il padre e lo zio materno diventano soci in affari. Bowen trascorre l’infanzia con i genitori, i fratelli, la nonna paterna e lo zio. Egli commenta il suo ruolo in famiglia con queste parole: “i figli maggiori fanno del matrimonio una società funzionante senza scosse”. Con l’età adulta Bowen ed il secondo fratello abbandonano la famiglia, unici fra i fratelli a non rimanere legati all’azienda. Infatti il terzogenito diverrà capo del clan familiare e dell’azienda dopo una lunga guerriglia con lo zio. Questi, cedute le proprie quote, si ritira con la designazione di “pecora nera”. Le ultime due sorelle sono sposate con dipendenti dell’azienda.
Le vicende familiari seguono la dinamica dello “yo-yo”, secondo una felice metafora di Carmine Saccu: una precoce emancipazione ed il successivo “ritorno a casa”. Il clan familiare si separa, con movimento centrifugo, prima del conflitto per poi ricostituirsi al termine della guerra. Il ritorno a casa dei figli è dettato, almeno in apparenza, dalla necessità di sostenere la ripresa dell’azienda familiare. Questa fase del ciclo vitale della famiglia non è priva di tensioni. Esse sfociano in un aperto conflitto fra i fratelli di cui Bowen è il promotore secondo una precisa strategia: “suscitare una tempesta in un bicchier d’acqua”. Al termine di questo lunga vicenda Bowen ritiene di aver raggiunto un duplice obiettivo: perfezionare la propria differenziazione dalla famiglia e promuovere eguale processo nei congiunti.
Quali i fattori familiari che hanno influenzato le scelte professionali e la personalità terapeutica di Bowen? Oltre quelli già menzionati sembra di individuare dinamiche di coesione ed invischiamento che si riproducono nelle generazioni. Sono segni visibili di esse la triangolazioni e gli accenni alla funzione regolatrice del pettegolezzo e del segreto familiare. La leadership ed il potere sembrano il movente del conflitto la cui soluzione coincide con la designazione del capro espiatorio.
Della relazione con i genitori Bowen valorizza i momenti di intimità: le malattie ed i viaggi. Questi ultimi, in particolare, catalizzano un ritorno alle origini con la ricerca delle più remote radici familiari.

3.2 Cari A. Whitaker

Whitaker (21) nasce in una fattoria dello stato di New York e vi trascorre tutta l’infanzia in una condizione di relativo isolamento cultura le, a contatto solo con i familiari, gli animali e gli ospiti che giungevano alla fattoria, “una via di mezzo fra una casa e un ospizio”. Sembra di comprendere che lo spirito caritatevole che animava la famiglia, per la “profonda influenza religiosa” della madre, sollecitasse in tutti un atteggiamento compassionevole verso la sofferenza. Cari ricorda alcuni eventi che hanno contribuito alla crescita del suo “albero della conoscenza”. Innanzitutto le relazioni di cambiamento, gli “investimenti emotivi” precoci che hanno posto le basi della sua identità: un cagnolino, ricevuto in regalo in tenera età; il nonno paterno e la nonna materna; il figlio adottivo di un vicino; un insegnante di ginnastica. In seguito, sono le figure professionali di riferimento che esercitano su di lui una particolare influenza: un primario di ginecologia, il responsabile del settore medico della Fondazione Rockfeller, due importanti psicoanalisti, il direttore di un reparto universitario di medicina interna, due direttori di reparti di psichiatria. Tutti questi incontri significativi avvengono in strutture pubbliche e accademiche, sicché si può ragionevolmente concludere che Whitaker abbia avuto modo di coltivare a lungo la attitudine a stabilire relazioni duali durevoli e fruttuose, esercitandosi nel duplice ruolo di discente e docente.
Nel racconto di Whitaker questi “fattori naturali di cambiamento”, che includono molte altre fugaci ma intense esperienze affettive, sembrano bilanciare una sofferenza personale che si esprime ora in una “schizofrenia adolescenziale”, ora in una patologia psicosomatica che compare durante gli anni dell’università, si eclissa e ricompare anni dopo.
Ambedue queste esperienze lasciano una traccia evidente nel Whitaker terapeuta.
In primo luogo egli annette grande valore alle connessioni fra soma e psiche giungendo alla conclusione che il corpo conosce cose che la mente ignora. Ne è esempio la accurata descrizione dei propri vissuti successivi ad una narcosi chirurgica con le considerazioni sulla integrazione psicosomatica del self.
In più egli è consapevole di quanto le relazioni significative abbiano emendato “il senso di isolamento”, “una specie di assurdo, catatonico spazio vuoto”, avvertito in gioventù e combattuto con la ricerca attiva di esperienze comunitarie e di gruppo. Egli cita, ad esempio, “un terzetto” durante gli studi universitari, un ospedale psichiatrico privato, la base militare di Oak Ridge durante gli anni del conflitto mondiale, il “gruppo di Atlanta” che, intorno a lui, conduce una intensa esperienza di ricerca clinica e ne condivide la pratica professionale privata. Tuttavia Whitaker sottolinea anche il ruolo centrale che le relazioni di coppia hanno avuto sulla genesi della terapia simbolico-esperienziale.
Racconta del rapporto con la moglie, compagna di vita e di terapia, con accenti appassionati. La presenza di lei segna in modo inequivocabile il suo stile terapeutico. Egli scrive che la competenza clinica della moglie nasce dalle esperienze di vita piuttosto che dalla formazione. Poter contare sull’affetto duraturo ed i suggerimenti di Muriel conduce Whitaker a sostenere con enfasi la opportunità di un setting di coterapia, marito-moglie-, del tutto particolare. Ma la sua rete di sostegno emotivo non si esaurisce qui. Nel corso della sua vita professionale egli si lega prima con John Warkentin e poi con Tom Malone, testimoni privilegiati della evoluzione del suo stile terapeutico ma, anche, occulti suggeritori di ipotesi teoriche e di strategie cliniche.
Questi “tre rapporti paritari” costituiscono uno snodo cruciale nella vita di Whitaker, “esperienze uniche e profondamente diverse fra loro, avevano in comune la libertà di unirsi e separarsi, di individuarsi ed appartenere”.
Gli studi di medicina e le transitorie esperienze come ginecologo gli consentono di sperimentare l’impotenza terapeutica. In seguito, la morte di una paziente cui aveva praticato una isterectomia lo induce ad abbandonare per sempre la medicina per dedicarsi alla psichiatria. “Mi sono chiesto spesso se quella tragedia non sia stata la causa della mia perdita di interesse in quel campo”. Questo ed altri episodi avvicinano Whitaker alla tematica della morte che, fin da piccolo, aveva conosciuto: “Ero a continuo contatto con la vita e la morte… la morte mi fece compagnia durante tutta l’infanzia”.
La carriera di Whitaker come psichiatra inizia con l’approccio alla psicopatologia infantile ed alla psicosi: tutte esperienze condotte senza una adeguata formazione. Nel suo ricordo sembra quasi che l’improvvisazione sia stato il tratto distintivo di queste pratiche clini-che. I lunghi anni di insegnamento universitario, quelli trascorsi nella base segreta di Oak Ridge ed il tempo dedicato alla professione presso strutture private cimentano Whitaker nelle strategie di cambiamento dei sistemi istituzionali. Le “battaglie amministrative”, concluse con la consapevolezza di non poter contemperare l’identità del clinico e del burocrate, se pure lo inclinano definitivamente verso il setting psicoterapico influenzano la sua scelta di lavorare sui sistemi di relazione.
Infine, l’intreccio fra vicende personali e professionali si caratterizza in Whitaker per il modulo del “doppio cimento”, cioè la concomitanza di eventi significativi di cambiamento e di crescita sia nelle relazioni private sia in quelle pubbliche.
Nel racconto di Whitaker è riconosciuta la funzione svolta dai solidi legami familiari, un sistema-tampone stabile e flessibile che gli consente di privilegiare rischiose scelte evolutive nell’area del self professionale. Tuttavia egli attribuisce medesimo valore ai sistemi di relazione professionale come famiglie sostitutive. In tal senso vanno intesi i cenni alla “nuova famiglia” presso l’università di Louisville, ai “matrimoni professionali” con Warkentin e MaIone, ai “quattro gruppi di genitori”.
In merito ai moventi della sua VO Whitaker suggerisce una risposta che merita ogni considerazione. Nel rievocare gli incontri di studio con Bateson e Jackson osserva: “Ci era ormai chiaro che il motivo che spingeva le persone a lavorare con gli schizofrenici era il desiderio di incontrare la propria parte psicotica, la parte non analitica, olistica della nostra corteccia cerebrale”. Inoltre abbiamo già evidenziato che nella sua biografia ricorre la constatazione della funzione di orientamento professionale svolta dalla sofferenza psicologica.
Tuttavia questo fattore motivazionale potrebbe ben applicarsi ad ogni terapeuta. Al contrario, per ciò che concerne i fattori di pertinenza familiare, la biografia di Whitaker suggerisce che la ampiezza e la varietà della rete relazionale; la stabilità degli affetti familiari e, di contrappunto, la mutevolezza delle relazioni professionali; la formazione sul campo, nutrita di conoscenze multidisciplinari siano state determinanti nella costruzione del modello whitakeriano di terapia familiare.
Il fervido intreccio fra disagio personale e benefiche esperienze di relazione sembrano aver rappresentato il retroterra motivazionale della carriera di Cari Whitaker.

3-3 Salvador Minuchin

Le “radici familiari” di Minuchin, descritte nel suo recente libro (17), sono in una piccola enclave di ebrei russi, lo shtetl, di un villaggio agricolo in Argentina, San Salvador nella provincia di Entre Rios.
La famiglia abita in una grande casa sulla via principale della cittadina. L’emporio del padre, commerciante di granaglie, è al pian terreno della casa. “Eravamo una famiglia importante in paese”, osserva Minuchin. Un clan, possiamo aggiungere noi, poiché nello spazio di sei isolati attorno alla casa paterna abitavano i nonni paterni, sei zii, due prozii e numerosi cugini. “Era come se io e tutta la mia famiglia vivessimo in uno shtetl russo adattato, modificato e migliorato dalla cultura argentina”.
Minuchin nasce ebreo in una cultura razzista e cresce argentino: ricorda il suo orgoglio ed il senso dell’onore nel difendere il buon nome della famiglia come qualcosa di autenticamente ispanico. Nel contempo si organizza in lui “una scissione della personalta’”: disprezza e difende, al tempo stesso, il suo retaggio ebraico.
Salvador è un primogenito, ha una sorella più giovane di due anni ed un fratello nato otto anni dopo. In casa la madre organizza i riti ed i ritmi quotidiani, proteggendo il meritato riposo del padre, un accanito lavoratore, “leale, onesto e giusto”. Egli osserva che la complementarietà dei ruoli e funzioni nella coppia genitoriale, un padre affettuoso ma distante ed una madre protettiva ed onnipresente, si è rapidamente consolidata nel corso della sua infanzia. Non è certo un’immagine veritiera e completa “ma le famiglie sono organismi che tendono all’auto-conservazione”. Esse privilegiano schemi e percorsi interattivi semplici e ripetitivi, -strade obbligate dalle quali può essere molto difficile uscire”.
La descrizione del rapporto con il padre è, al riguardo, assai significativa.
Minuchin ricorda la severa regola educativa paterna, connotata da inquietante freddezza: “Lui mi picchiava con metodo, in modo ragionato e calmo… mi spiegava per filo e per segno perché dovevo essere punito, si sfilava la cintura, mi ordinava di stendermi sulle sue ginocchia e mi colpiva”. Minuchin deve essere certamente cresciuto elaborando una versione esasperata della autorità paterna e simmetrica del rapporto padre-figlio: “Ero un bambino testardo e, chiaramente, mio padre era un uomo testardo”.
Un episodio, in particolare, sembra aver influito sullo scenario familiare internalizzato nel corso dell’infanzia. Una grossolana contraffazione di un voto scolastico, nove al posto di sette in storia, conduce la famiglia ad una escalation nel corso della quale mentre il padre lo picchia invano perché confessi la bugia, la madre, la zia e la sorella implorano il padre di perdonarlo. “Sia io che mio padre eravamo in trappola”, osserva Minuchin. Noi possiamo aggiungere che tutta la famiglia era intrappolata in una certa cultura patriarcale. Tuttavia, anche questi episodi cementano in lui un solido legame affettivo con il padre che governa la crescita psicologica del figlio. A cinque anni gli regala un pony, in seguito gli chiede di seguirlo sui luoghi di lavoro e discute di affari con lui.
La crisi della Grande Depressione colpisce anche la famiglia di Minuchin e, allora, il padre diviene mandriano. La sua figura di gaucho “raggiunge addirittura una dimensione mistica” per il figlio.
In realtà, il patriarcato dei Minuchin include tre generazioni. “L’autorità assoluta di mio nonno non fu mai messa in discussione… nella mia famiglia sarebbe stato impensabile che mio padre tenesse testa a suo padre, nemmeno per difendere la propria moglie”. La madre “si vedeva in una posizione di totale dipendenza da mio padre e per lei era naturale che così fosse”.
La loro vita familiare è scandita dai ritmi quotidiani: “II pranzo era un vero e proprio evento per la famiglia, era il pasto principale ed il momento in cui ci riunivamo. Era tempo da trascorrere insieme, parlavamo, discutevamo della scuola oppure ascoltavamo i genitori parlare delle faccende dei grandi”.
In questo sistema familiare organizzato e protetto si scorge una traccia problematica: “Mia madre era spesso triste”, la morte di un nipote “la addolorò talmente che pianse per un anno intero”, alla morte del marito “rimase depressa per due anni”. D’altronde questa donna, secondo i costumi del luogo, con il matrimonio scioglie ogni legame con la propria FO, viene “completamente integrata” nella famiglia del marito in un “rango subalterno”. Poiché era inconcepibile che una donna potesse non aver trovato la piena realizzazione personale nel matrimonio, la sua tristezza ed il dolore vennero sempre intesi, in famiglia, come estrema sensibilità Minuchin cresce con il senso dell’autonomia e della responsabilità, ricevendo il “trattamento completo del primogenito”. Così accade anche alla sorella, la “cocca di mamma”, ed al fratello, il “brutto anatroccolo”. I tre fratelli diventano adulti, lasciano la casa paterna, formano una famiglia ma -le etichette appiccicate in famiglia” rimangono come stereotipi delle identità pubbliche, “il modo in cui noi preferiamo presentarci”.
Minuchin chiarisce in poche battute quale sia il riflesso della FO sul self. “Noi esseri umani siamo come le chiocciole; portiamo sempre con noi il nostro guscio pieno di ricordi, noi stessi siamo i nostri ricordi”. E, più oltre: “II senso della gerarchia e dell’interdipendenza hanno avuto un ruolo fondamentale nel mio processo di crescita”. La lealtà verso la famiglia ed il sentimento di appartenenza alla comunità sostengono in lui “un senso di interdipendenza degli esseri umani e di forte identificazione con le cause giuste”.
Minuchin è ben conscio del rapporto fra FO e VO. “Certi modi di pensare propri del mio shtetl sono diventati una dimensione fondamentale del mio stile terapeutico”. Nelle esperienze familiari egli riconosce gli “strumenti atti a far sì che certe persone che si vivono come individui isolati scoprano di avere molte più possibilità di quante immaginano in quanto membri di una famiglia o di qualsiasi altro gruppo sociale significativo”.
Tutte le sue scelte successive sembrano guidate da queste motivazioni.
Minuchin si iscrive alla facoltà medica per occuparsi di delinquenza minorile, influenzato dall’insegnante di psicologia delle scuole superiori che lo educa alla difesa dei deboli. Negli anni del peronismo partecipa attivamente alle lotte studentesche, viene arrestato e rimane in carcere per tre mesi. Ne esce con la designazione di prigioniero politico e di leader del movimento studentesco. Dopo la laurea svolge un tirocinio in pediatria che lo induce a progettare una attività privata in questa branca della medicina ma, con il conflitto arabo-israeliano del 1948, avverte l’imperioso richiamo delle origini e, con altri volontari, giunge in Israele come medico militare.
Nel 1950 torna negli Stati Uniti, avendo maturato la decisione di studiare psichiatria infantile. Si stabilisce a New York dove lavora con bambini psicotici sotto la guida di Laureila Bender. Legge con entusiasmo le opere di Freud ma, talune idee della psicoanalisi gli sembrano applicabili “più all’idraulica che a dei bambini”. Dopo il matrimonio torna in Israele per dirigere cinque comunità terapeutiche per bambini europei orfani dell’olocausto e bambini soli delle più disparate culture. Condivide con altri operatori lo studio delle dinamiche nei piccoli gruppi. Studia il rapporto fra psicopatologia, etnìa e cultura. Torna ancora negli USA per completare la formazione analitica, “attratto delle idee di Sullivan, Fromm e della psicoanalisi culturale. Inizia il lavoro con le famiglie dei giovani delinquenti alla Wiltwyck School for Boys.
Nel lavoro con questi adolescenti Minuchin matura la definitiva convinzione della inefficacia del setting individuale. Con un gruppo di altri colleghi organizza uno spazio attrezzato: “Ci autoproclamammo terapisti familiari… non avevamo modelli, né esisteva letteratura in grado di fornirci orientamenti, avevamo soltanto ipolesi di lavoro”.
Nel 1965 si trasferisce a Filadelfia con la famiglia, cumulando responsabilità cliniche e di ricerca come Direttore della Child Guidance Clinic, primario di psichiatria infantile e professore di psichiatria infantile presso la locale facoltà medica. Critico verso ogni dogmatismo, entra in conflitto con i colleghi che avversano le sue idee ma questa esperienza gli consente di comprendere le tortuose dinamiche dei sistemi istituzionali. Scopre la dimensione psicosomatica delle relazioni interperso-nali incontrando famiglie di diabetici, di asmatici e di anoressiche.
Nel corso degli anni sessanta e settanta lavora intensamente, insegna terapia familiare, trascorre periodi di studio in Europa ed amplia le sue conoscenze sugli isomortismi fra sistemi familiari e sistemi sociali.
Anche per Minuchin il matrimonio costituisce una garanzia di equilibrio e di arricchimento personale. Nelle pagine dedicale alla moglie e ai figli egli sottolinea come la FA abbia influito positivamente sulla sua identità terapeutica e gli abbia consentito di rivisitare ruoli e funzioni svolti nella FO.
Ci sembra di cogliere un nesso esplicativo evidente fra le vicende familiari, gli eventi di vita, la VO ed il modello strutturale di Salvador Minuchin. La FO è un imprinting emotivo e culturale potente che lo motiva alla scelta di una professione di aiuto. La sua visione della terapia è sostenuta da un’etica solidaristica e dalla esigenza di riprodurre una buona forma del familiare; di perseguire, innanzitutto, la restitutio ad integrum dell’organismo familiare.
Se nessun uomo è un’isola, per Minuchin la famiglia rassomiglia ad un arcipelago governato da un monarca illuminato, al centro delle rotte culturali che collegano il nuovo mondo con il vecchio continente.

3.4 Un commento

Nel ripercorrere sinteticamente le vicende umane e professionali di tre fondatori della terapia familiare non avevamo intenti agiografici né, tantomeno, curiosità patobiografiche. Piuttosto eravamo in cerca di informazioni significative sui rapporti fra esperienze significative di relazione, segnatamente le esperienze nella FO, ed una scelta professionale difficile ed usurante. Al riguardo le biografie di Bowen, Whitaker e Minuchin rivelano talune intriganti analogie e molte differenze. Le prime possono essere attribuite al contesto socio-culturale ed ai tempi nei quali essi sono vissuti. Una certa America della crisi dei valori e del convulso sviluppo tecnologico; della migrazione, del nomadismo e del crogiuolo razziale, della illusoria alternativa fra l’anonimato delle metropoli e l’isolamento degli sterminati orizzonti naturali; del contrasto fra la monarchia della famiglia patriarcale e la democrazia della comunità; del sogno americano di una società giusta e flessibile al cambiamento.
Le differenze, indicative dei percorsi voca-zionali che rendono questi tre terapeuti eguali solo a sé stessi, sono, ancora una volta, più utili alla nostra indagine. Siamo, infatti, persuasi che, come è accaduto a noi, lo studio delle biografie di questi terapeuti solleciteranno il lettore a ricercare i nessi esplicativi che diano conto della originalità di pensiero e di innovazioni terapeutiche che hanno contraddistinto la professione e gli scritti di Bowen, Whitaker e Minuchin. Proprio in virtù di questa considerazione queste tre storie non possono essere, di certo, considerate paradigmatiche della genesi e dello sviluppo della vocazione alla terapia familiare né di una identità terapeutica. Molti altri terapeuti, che pure hanno raggiunto eguale notorietà e successo professionale, hanno biografie del tutto diverse (9).

4. Conclusioni

La nostra indagine si chiude, al momento, senza univoche risposte ai tanti quesiti sollecitati dal tema che ci era stato proposto.
Le affascinanti biografìe di Bowen, Whitaker e Minuchin hanno contribuito, in modo decisivo, a convincerci della fallacia e della inutilità del tentativo di descrivere un profilo motivazionale, inclusivo delle dinamiche della FO, e i tratti della identità del terapeuta della famiglia. In base al variegato ed incompleto materiale che abbiamo qui riportato. Ogni generalizzazione sembra non solo erronea ma anche ingiusta nel disconoscere la singolarità della storia, delle esperienze, delle competenze di ciascuno di noi.
Tuttavia non vogliamo sottrarci all’impegno che avevamo assunto con la redazione della rivista nella preparazione di questo articolo. Le percezioni sperimentate, più che le informazioni raccolte, ci dettano alcune ardite e provvisorie conclusioni sulla identità e la vocazione del terapeuta della famiglia.
Egli ha sperimentato precocemente la complessità e la ambiguità del vivere e ne ha acquisito una qualche dolorosa consapevolezza con il tramite delle proprie relazioni familiari.
Nella propria FO egli ha coltivato l’illusione del cambiamento nella continuità e verificato le resistenze ad esso, nutrite di invisibili lealtà, vincoli transgenerazionali, dinamiche di potere e giochi comunicativi.
Ha perseguito e, talvolta, fallito una frettolosa emancipazione e tale esperienza lo ha condotto ad interrogarsi sulla versione internalizzata delle sue vicende familiari. Ha solo desiderato, talvolta condotto, ma non sempre accettato, una terapia personale giovandosi, in tal caso, della percezione dei limiti del setting individuale. Si è cimentato nella sfida ai sistemi istituzionali cogliendone gli isomorfismi con la famiglia ed ha, prudentemente, scelto il campo familiare senza abbandonare la speranza che il cambiamento nei contesti interpersonali possa promuovere una trasformazione della società.
Ha esposto con coraggio sé stesso alle sollecitazioni affettive delle relazioni umane, confidando nella propria capacità di stabilire relazioni armoniche con il prossimo. Talvolta ha assaporato il fallimento di questa ingenua aspettativa. Ha costruito una propria famiglia come un porto sicuro, al riparo dalle intrusioni della vita professionale, oppure come una palestra dove affinare le proprie strategie tera-peutiche, oppure ancora come una protesi riparatoria di fratture emotive mai sanate. Ingannato dalla perturbante immagine riflessa della propria famiglia interna ha, talvolta, confuso fra il self personale e quello professionale. Il terapeuta della famiglia ha una percezione positiva di se stesso. Si considera una persona attiva, loquace, socievole, ottimista ed estroversa. Ama parlare del proprio lavoro, descrive con accenti appassionati le formidabili difficoltà del lavoro terapeutico con le famiglie problematiche. Tuttavia mantiene uno stretto riserbo su talune delle proprie vicende familiari che non collimano pienamente con l’immagine idealizzata della famiglia che, da sempre, coltiva nello spazio privato del self.

RIASSUNTO

Viene descritto il complesso intreccio fra famiglia di origine, famiglia attuale, esperienze formative e professionali, scelta voca-zionale e identità del terapeuta della famiglia. Viene riassunta la letteratura disponibi le, sono riportate alcune ricerche svolte dagli autori e commentati gli scritti autobiografici di Murray Bowen, Cari Whitaker e Salvador Minuchin. Un profilo possibile di alcuni aspetti della identità del terapeuta della famiglia viene proposto nelle considerazioni finali.

SUMMARY

The influence of interpersonal context (i.e. family of origin, affective bonds in the life cycle, training experiences and professional network) on the therapist’s vocational choice as well as on bis identity is discussed. The liteature is reviewed, two italian studies are reported and thè biographies of Murrav Bowen, Cari Whitaker and Salvador Minuchin are summarized and commented. A sketch of the therapist’s identity is proposed.

BIBLIOGRAFIA

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21. Whitaker C.A., Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Roma, Astrolabio, 1990.

Note

1 La nozione di self, ubiquitaria nella cultura e nella ricerca psicologica, è oggetto di accese controversie. Nel nostro contributo questo concetto compare nella versione che è debitrice delle posizioni espresse da Bowen e da Bateson, senza tuttavia rinnegarne il retaggio psicodinamico. Ci sembra, infatti, che intendere il self come esito di processi di differenziazione nella matrice familiare e,altresì, come parte di una totalità meta-individuale sia coerente con il modello sistemi-co-relazionale ed utile alla comprensione olistica del rapporto fra soggettività e relazioni interpersonali.

dicembre 7, 2017

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