Luigi Onnis / Walther Galluzzo
La terapia relazionale e i suoi contesti
Prefazione di Luigi Cancrini
La Nuova Italia Scientifica, 1994

La terapia familiare trigenerazionale*
*Capitolo scritto da Alfredo Canevaro.

On ne peut vaincre la nature qu'en se sommettant à ses lois.
F. Bacon, citato da C. Lévi-Strauss



14.1 Premessa

Tra le varie linee che hanno formato scuole in terapia familiare, se ne distacca una, in particolare poco diffusa, ma di grande rilievo terapeutico e che è l'oggetto del presente articolo: quella trigenerazionale. A mio avviso la sua relativamente scarsa diffusione è dovuta a cause concettuali, tecniche e legate alla formazione degli operatori psicosociali. Tra le prime di queste cause va, innanzitutto, sottolineato che il fatto di ampliare l'unità di diagnosi e intervento conferisce a questa scuola una caratteristica propria, che rende difficile la sua classificazione tradizionale.
Tra l'altro, il fatto che questa scuola annoveri tra i suoi pionieri terapeuti familiari ad orientamento psicodinamico come Bowen, Withaker, Boszormenyi-Nagy e Framo, per citare i più conosciuti internazionalmente, ha motivato un certo rifiuto tra i cosiddetti "puristi" sistemici che intendono sottovalutare la nozione di storia o di passato. E qui bisogna subito dire che un errore frequente è quello di credere che il fatto di lavorare con i sistemi familiari di origine significhi lavorare con le relazioni del passato storico, alla maniera degli oggetti introiettati nell'inconscio che sono privilegiati dalla psicanalisi tradizionale. In realtà non è così, giacché si interviene nella relazione attuale con figure significative della vita dei membri della famiglia nucleare: questo colloca dunque l'intervento nell'hic et nunc. Questa lettura relazionale differenzia, inoltre, radicalmente questo modello da quello dei terapeuti ad orientamento psicodinamico che lavorano con i familiari, in funzione del paziente individuale o dell'inconscio familiare.
Tra le cause di natura tecnica che giustificano la scarsa diffusione di questo modello è molto importante sottolineare che tra i pionieri prima menzionati c'era una caratteristica comune, uno stesso contesto cli-nico di apprendimento: i pazienti psicotici t i loro familiari.L'insoddisfazione di questi clinici per i risultati terapeutici ottenuti con l'approccio psicoterapeutico duale li condusse ad ampliare il contesto terapeutico. La grande dipendenza emozionale, psicologica e pratica di questi pazienti dai propri familiari significativi portò all'inclusione di questi familiari nei trattamenti, quindi, ampliando ulteriormente il contesto, al coinvolgimento costante dei sistemi familiari di origine. Se si aggiungono un maggiore impegno emozionale e la necessità di lavorare in équipe e in co-terapia, si comprende come, obiettivamente, questi trattamenti siano pili complessi. Tra le ragioni legate alla formazione di terapeuti non c'è solo il fatto della scarsità di docenti cinicamente esperti in questa linea, ma anche l'esistenza di un elemento soggettivo di notevole importanza. Le difficoltà relazionali nelle famiglie d'origine degli stessi terapeuti, che sono, spesso, alla base della loro scelta vocazionale, fanno sì che ci sia anche una reticenza e un timore, a volte razionalizzato, di immergersi troppo profondamente nelle complessità dei sistemi familiari disfunzionali.
Al doppio messaggio della famiglia d'origine del terapeuta: "istruisciti per poter curare le nostre difficoltà psicologiche, anche se con noi non potrai", il doppio messaggio delle famiglie dei pazienti: "alleviateci dalle nostre sofferenze, ma senza cambiarci". Alla sfida esistenziale del primo doppio messaggio si sovrappone la sfida tecnica del secondo.


14.2 Fondamenti terapeutici

II paradigma essenziale della terapia familiare, che l'ha differenziata da altre discipline, era che per poter curare il paziente sintomatico bisognava modificare il suo contesto familiare. Inoltre, quando abbiamo una visione globale del sistema familiare disfunzionale, vediamo che i segni patologici si percepiscono in tre aree diverse: mente, corpo e relazione con la società.
Pertanto un sistema disfunzionale "soffrirà", attraverso i suoi membri, in diverse aree di espressione sintomatologica individuale. Avrà così lo stesso valore simbolico, dal punto di vista sistemico, un problema psicopatologico, psicosomatico o sociopatico.
Trattando un gruppo familiare nel suo complesso, dovrebbero migliorare i sintomi in tutte queste aree e non solo nel paziente designato. Questo richiede che sia compreso nel trattamento tutto il sistema familiare.
È qui che si riscontrano certe difficoltà tecniche, provenienti dalla cultura circostante. Qual è il contesto che bisogna cambiare, affinchè la famiglia nucleare possa migliorare la sua funzionalità? Si lavora per modificare non solo la dinamica intrafamiliare, ma anche la sua relazione con i macrosistemi sociali, che tentano di compensare le carenze della famiglia nucleare contemporanea.
Il cambiamento della struttura tradizionale della famiglia (convivenza insita o nelle vicinanze delle tre generazioni), insieme alla mitizzazione imperante dell'individualismo, ha fatto perdere le funzioni di "solidarietà" che questa famiglia tradizionale compiva, e che ancora non sono previste dalla società attuale (cfr. Boszormenyi-Nagy, 1978; Zwerling, 1987).
Tuttavia rimangono nella società attuale formazioni storico-culturali residuali che agiscono come pace-maker del sistema familiare nucleare, esercitando una notevole influenza nella risoluzione delle disfunzioni familiari.
Così allora, convocare i sistemi familiari di origine è necessario non solo per ricostruire una realtà condivisa, come i pezzi di un puzzle, che dia senso alla storia comune e che contribuisca ad una migliore prevenzione primaria, ma anche per rinvigorire vincoli di solidarietà con alto potere emozionale, che canalizzati terapeuticamente, possono essere di enorme aiuto.
Qui il terapeuta deve essere l'enzima catalitico che attiva elementi autoterapeutici sempre presenti in tutti i sistemi familiari, e, al tempo stesso, fulcro integratore degli assi diacronici e sincronici di questi sistemi.
Così come dice Boszormenyi-Nagy: "II tentativo congiunto di superare i problemi di ristagno relazionali (relazioni interrotte, negate, abbandonate, fissate in forma rigida ecc.) può offrire una strategia più efficace che quella di attivare le risorse psicologiche non sviluppate dell'individuo".
In sostanza, il lavoro terapeutico con i sistemi familiari di origine contiene un elemento altamente paradossale: "ritornare per partire meglio". La ricerca di una migliore differenziazione si ottiene nutrendosi fino a raggiungere la maturità, come un frutto quando si distacca dall'albero al momento giusto e non, per continuare con la metafora, come quando lo si taglia ancora verde per conservarlo meglio nel frigorifero: "fare un passo indietro per farne due avanti" significa prendere forza da quella energia usata male per tentare di neutralizzare le disfunzioni dei legami relazionali e utilizzarla per un'interazione creativa nella società.
L'elemento centrale di una simbiosi è una profonda disfunzione di legame, una mancanza di incontro emozionale. La frustrazione del passaggio da una generazione all'altra di elementi affettivi, psicologici e funzionali, che caratterizzano reciprocamente la conferma dell'identità dell'altro, è ciò che contribuisce al blocco transgenerazionale, fonte di numerosi conflitti. Questo blocco è ciò che toglie funzionalità ad un sistema, impedendogli di avanzare nel processo della vita. Nell'armonia intergenerazionale, nella quale ognuno compie il ruolo assegnato dal suo momento evolutivo, sta il segreto della funzionalità di un sistema familiare. La trasmissione generazionale dei valori affettivi e culturali garantisce la sopravvivenza delle persone oltre la morte fisica. Come tutte le persone in età avanzata in questa scala generazionale hanno diritto a questa sorta di "trascendenza", così anche tutti coloro che seguono hanno diritto a sentirsi nutriti da quella forza che proviene dalle proprie radici.


14.3 Creazione del contesto terapeutico trigenerazionale

Nell'indagine clinica e nella terapia si usano costantemente modelli per pensare e agire meglio in funzione della soluzione dei problemi posti. Rappresentano delle ipotesi parziali che debbono essere verificate nei fatti e, allo stesso tempo, essere corrette in rapporto a questi. Il pericolo dei modelli è dimenticarsi che sono sempre semplificazioni di una realtà più complessa e come tale in permanente modificazione dialettica.
Ciò nonostante, sono validi se posseggono fertilità euristica, possono cioè avere una indiscutibile ricchezza come fonte di esperienze, ipotesi o nuove concettualizzazioni.
Un modello concretizza un paradigma, è una metafora di quello stesso paradigma per una lettura della realtà. La metodologia terapeutica è strategia e disegna il progetto del trattamento. La tattica è che cosa fare per realizzarlo e in che momento, e la tecnica è come farlo. Le prime due sono scienza e le ultime due arte.
Un modello per essere efficace in terapia familiare dovrebbe rendere conto di determinate condizioni ':
a) deve esporre una teoria delle relazioni familiari;
b) deve applicare un metodo invariante d'intervento che sia allo stesso tempo diagnostico e terapeutico;
c) deve applicare un insieme di tecniche terapeutiche;
d) deve possedere una filosofia terapeutica, ossia esplicitare una teoria di cambiamento applicata a obiettivi terapeutici, etici e possibili.


14.3.1. Teoria delle relazioni familiari

Quando un uomo ed una donna formano una coppia, in realtà uniscono i due sistemi familiari di appartenenza, i quali interagiscono attraverso questo vincolo, lo influenzano e lo modificano in un patto sancito dalla società.Questo vincolo di alleanza ha un valore antropologico culturale, ed è diverso dal vincolo di filiazione che unisce i coniugi con i propri genitori e con i figli che insieme a loro formeranno una famiglia. Questi due vincoli sono essenzialmente differenti, antitetici e allo stesso tempo complementari fra loro. Uno è biologico ed endogamico, l'altro è culturale ed exogamico. Tutti e due esistono in una relazione inversamente proporzionale, cioè più il vincolo di alleanza si consolida creando una serie di regole proprie, transazionali in un certo clima di complicità propria di quella coppia, più tendono a indebolirsi i legami che uniscono i due coniugi ai rispettivi sistemi familiari di origine e la complicità sviluppata con questi attraverso tanti anni di convivenza.Con la nascita dei figli si estende il vincolo di filiazione in un asse diacronico che consente il passaggio transgenerazionale di quel filo conduttore biologico e culturale che permette la sopravvivenza della specie. La tensione dinamica che esiste tra questi due assi, in una complementarità degli opposti, costituisce il punto nodale del sistema trigenerazionale (FIG. 14.1).

FIGURA 14.1

Intersezione degli assi di alleanza e di filiazione. Punto nodale del sistema trigenerazionale


14.4 L'interazione tra i sistemi familiari coesivi e dispersivi.
Caratteristiche dei sistemi familiari di origine


II modo di organizzarsi dei diversi membri di un gruppo familiare e lo stile di relazione che li caratterizza è sempre stato motivo di interesse di diversi ricercatori dei sistemi familiari. Molti di loro sono stati terapeuti familiari che, mentre sviluppavano le loro concezioni circa le disfunzioni familiari e il loro specifico trattamento, delineavano più o meno esplicitamente modelli sottostanti di normalità: concetti come divorzio emozionale e fusione emozionale di Bowen (1960), famiglie invischiate o disimpegnate di Minuchin (1977) e forze centripete e centrifughe di Stierlin (1974) sono ormai classici. Più recentemente sono stati creati modelli più sofisticati di valuta-zione familiare tra i quali il modello di competenza familiare Beavers (1981), il modello circonflesso di adattabilità familiare di Olson, Sprenkle, Russel (1979,1985). Questi modelli studiano e distinguono vari tipi di organizzazione familiare che variano tra funzionalità e disfunzionalità.
In un esaustivo lavoro di ricerca sul tema, Olson, Sprenkle, Russel (1985) espongono circa quaranta concetti di sei differenti campi delle scienze sociali, relativi alla coesione familiare. La loro definizione coesione Familiare ha due componenti:

[...] il legame che i membri hanno reciprocamente e il grado di autonomia individuale che una persona sperimenta nel sistema familiare. All'estremo dell'alta coesione familiare, l'invischiamento, c'è una iperidentificazione con la famiglia che si esprime con un legame coesivo e limita l'autonomia individuale. L'estremo limite inferiore, disimpegno, è caratterizzato da un basso legame e da una alta autonomia dalla famiglia. [...] Questa analisi concettuale della letteratura derivante da differenti campi dimostra che l'elemento coesione è un'importante dimensione sia per i gruppi familiari che per quelli secondari (non familiari). 11 rapporto con differenti scienze e discipline sociali tornisce un tipo di valutazione incrociata (cross- valulation) di grande importanza e significato.
c Olson, Sprenkle e Russel enumerano diversi concetti teorici in relazione con la dimensione di coesione familiare e menzionano autori come Bowen, Lidi, Minuchin, Reiss, Stierlin, Beavers e Wynne.
Tutti questi autori definiscono lo stile della famiglia nucleare senza prendere in considerazione le famiglie d'origine. Beavers tuttavia lo fa in un articolo Scritto nel 1981 quando dice: "Da un punto di vista sistemico tutte le famiglie iniziano con il comportamento e le abitudini di almeno una famiglia di origine e abitualmente due. La famiglia di origine è il modello conscio e inconscio di ciò che ci si aspetta dalla vita familiare".
Ho enfatizzato "almeno una famiglia d'origine e abitualmente due" per mettere in evidenza la differenza con il mio approccio, come ora vedremo. Il mio contributo originale su questo tema (Canevaro, 1978) è stato quello di studiare la relazione tra le due famiglie d'origine attraverso l'unione dei loro rappresentanti tramite il vincolo di alleanze, e quello di studiare il campo strutturale, reale o virtuale, sempre presente, formato dall'interazione tra i sistemi familiari di origine e il sistema familiare nucleare. In un articolo sulla scheda clinica familiare, affermavo2:

II quadro che risulta dalla combinazione tra due persone che attraverso il vincolo di alleanza interscambiano e trasmettono il bagaglio genetico e culturale dei loro gruppi familiari d'origine e ovviamente multiforme e sarà codeterminato dall'influenza diretta di questi stessi gruppi familiari. Nonostante ciò, la conoscenza che la psicanalisi ci ha dato delle relazioni oggettuali intrapsichiche, o famiglia interna, ci permette di affermare che, anche quando i gruppi familiari non stiano in contatto permanentemente, saranno ricreati fantasticamente nella relazione, sia attraverso il transfert tra i coniugi sia con le persone significative che convivono con loro.Per il loro modo di raggrupparsi, potremmo differenziare empiricamente due tipi di gruppi: \ifamiglia coesiva centripeta e lèi famiglia dispersivo-centrifit-ga. La combinazione di questi due gruppi familiari di origine, attraverso il vincolo di alleanza, crea un nuovo campo psicologico. La presenza o assenza, fisica o nel discorso, di persone significative di quei gruppi familiari, condiziona un campo familiare reale e virtuale che, come un fenomeno di figura-sfondo, deve essere permanentemente presente nel terapeuta.

Come si vede entrambe le famiglie sono considerate come aventi lo stesso livello di influenza sebbene apparentemente una di loro, come dice Beavers, imporrà il suo stile transazionale sull'altra.
Insistevo su questo aspetto in un articolo sul contesto trigenerazionale in terapia familiare (Canevaro, 1982):

l'unione tra due famiglie di origine sarà lo scenario di fondo nel quale una nuova famiglia si evolverà delineando il suo stile, sia normale che patologico. Queste due famiglie di origine esisteranno sempre nella configurazione e anche quando ci sia un solo rappresentante, si avrà questo campo virtuale che bisogna indagare.


14.5 La strutturazione delle tre configurazioni possibili.
Creazione del contesto terapeutico trigenerazionale


Quando vediamo una coppia o una famiglia nucleare con un membro sintomatico, costruiamo il contesto trigenerazionale in base a due strumenti: il self-report di entrambi i coniugi e la verifica diretta dell'inazione quando i sistemi familiari di origine sono presenti. Non considererò qui la validità di questi due parametri nella valutazione clinica, lasciando aperta la possibilità per l'utilizzazione dei numerosi strumenti di valutazione familiare che sono già degli standard nel nostro campo. Cercherò semplicemente di enumerare brevemente i differenti campi relazionali creati per l'interazione di entrambi i sistemi, definendo in primo luogo le loro caratteristiche:
a) i sistemi familiari coesivi sono più orientati verso l'interno, l'esterno è più minaccioso. I confini tra gli individui non sono netti. Si enfatizzano i valori di vicinanza e di espressione degli affetti, i figli si staccano relativamente tardi dal nucleo familiare;
b] i sistemi familiari dispersivi sono più indirizzati verso l'esterno. I valori non sono riferiti tanto alla famiglia quanto al mondo sociale. I limiti tra gli individui sono netti e c'è più distanza interpersonale; c'è maggior rifiuto della vicinanza fisica e resistenza all'espressione degli affetti. I figli si staccano relativamente presto dal nucleo familiare,
1. La prima configurazione (sc+sc) si ha quando entrambi i coniugi appartengono a sistemi coesivi (FIG. 14.2). Essi tendono a considerarsi simili ed in generale c'è di fatto molta similitudine per quanto riguarda i valori familiari, la classe socio-economica, la religione, l'educazione ecc.
La dipendenza dei due coniugi dalle rispettive famiglie d'origine è molto grande e la relazione tra loro tende ad essere intensa, fragile e inversamente proporzionale alla vicinanza con la famiglia di origine.
L'intensità della relazione può essere molto grande soprattutto per quanto riguarda l'espressione emozionale dei conflitti, ma il grado di solidarietà della coppia è basso. E il tipo di coppia abitualmente chiamata "immatura" e i rischi di separazione e di divorzio sono maggiori che nelle altre configurazioni. La simmetria della coppia è esplicita e ognuno affronta il coniuge con l'appoggio della propria famiglia di origine. L'invischiamento tra questa e la giovane coppia è costante e circolare.
2. La seconda configurazione (SC+SD) si ha quando uno dei sistemi familiari è coesivo e l'altro dispersivo (FIG. 14.3).
Essa è molto frequente, la relazione di coppia tende ad essere più stabile rispetto alla precedente e dipende molto dalla migliore o peggiore integrazione del Coniuge del sistema dispersivo nel sistema coesivo. Questo coniuge dispersivo si è staccato molto prèsto dal suo SFO ed ha stabilito maggiori connessioni con l'esterno. Le caratteristiche personali


Figura 14.2

Prima configurazione: entrambi i coniugi appartengono ai sistemi coesivi


Figura 14.3
Seconda configurazione: uno dei due coniugi appartiene ad un sistema coesivo e l'altro ad uno dispersivo


lo inducono ad una maggiore distanza nelle relazioni oggettuali e a una apparente maggiore autonomia nelle relazioni sociali e rami-Ilari. Dico apparente perché implicitamente egli aspira a relazioni emozionali più strette e si lega ad una famiglia con caratteristiche centripete perché è cresciuto senza di esse. Egli è attratto da questo tipo di famiglie perché sono più "unite". Quando c'è una disfunzione evidente nella relazione coniugale e con l'altro SFO, tende ad isolarsi emozionalmente e a sviluppare una patologia psichica o a stabilire relazioni iper-compensatorie con l'interno del sistema, triangolando uno dei figli, o con l'esterno lavorando eccessivamente (work-addict) o coinvolgendosi in relazioni extraconiugali. In questo tipo di configurazioni la coppia tende ad una insoddisfazione cronica, con una simmetria occulta, e "vive separandosi" anche se raramente effettua la separazione.
E la struttura dove i figli giocano un ruolo stabilizzatore molto evidente e in questi casi, quando la sintomatologia disfunzionale si manifesta in uno dei figli, è generalmente riferita alla struttura dello SFOD (Sistema familiare di origine dispersivo), come se la sintomatologia esprimesse la necessità di bilanciare aree di predominio simmetrico di ambedue gli SFO. Cioè, la sintomatologia del figlio malato tende a riferirsi a figure significative dello SFOD, sul piano delle identificazioni, o a patterns interattivi dello stesso. Questo vincolo ha il significato di colmare le necessità affettive del padre dispersivo, non soddisfatte nella famiglia attuale.
3. La terza configurazione (SD+SD) si ha quando ambedue i coniugi appartengono a sistemi dispersivi (FIG. 14.4). Essi costituiscono una coppia in cui ciascuno tende a vedere l'altro come padre-marito-fratello o madre-moglie-sorella, cercando di compensare le carenze di relazione con il sistema familiare esteso. In questa formula il vincolo si sovraccarica emozionalmente e le frustrazioni sono molto intense, anche se generalmente i coniugi non si separano, data la grande necessità reciproca. Abitualmente stabiliscono con i figli un sistema familiare coesivo.

Terza configurazione: ambedue i coniugi appartengono a sistemi dispersivi


14.6 II metodo invariante

II metodo invariante, utilizzato da molti anni e scoperto attraverso la cllnica in maniera empirico-intuitiva, fu poi utilizzato sistematicamente e concettualizzato nel 1985 in un articolo sul trattamento di crisi di coppia (Canevaro, 1986).
Consiste nel vedere all'inizio della consultazione (ciò presenta delle differenze importanti con Framo, il quale utilizza un metodo simile ma con un concetto completamente diverso, tanto nella strategia quanto nelle premesse) ogni famiglia di origine separatamente senza la presenza dell'altro coniuge.
Dopo la prima seduta, per conoscere il problema presentato, si effettuano queste riunioni con le FO per completare le informazioni e per chiedere la solidarietà delle famiglie per risolvere il problema, approfittando del momento della crisi e della aspettativa che si crea nell'effettuare una consultazione.
Questo metodo diagnostico, che mobilita molto, è perciò anche terapeutico ed ha il vantaggio di utilizzare il periodo di grazia creato da queste aspettative. A volte è sufficiente per produrre delle modifiche fondamentali che risolvono il problema: l'obiettivo terapeutico è quello di definire la relazione tra i due SFO e il SFN e pertanto dentro il SFN.
Altre volte, dopo questo primo momento, segue la terapia con la sola coppia, in un'altra dimensione, di crescita, già più distaccati da ambedue gli SFO o continuando con il SFN quando si tratta di una consultazione per un figlio sintomatico.
All'effetto "serra" della prima tappa, segue la tappa di crescita e di differenziazione dei "germogli". Questo metodo invariante ha il vantaggio di introdurre una formula fissa di intervento e vedere come il sistema si organizza intorno a quel punto fisso. Attraverso questa informazione possiamo conoscere le caratteristiche del sistema trigenera-zionale ed elaborare le strategie più adeguate per modificarlo.
Come dice De Giacomo (1990, p. 194), parlando del suo modello pragmatico-elementare:

In altri termini, introducendo una perturbazione standardizzata nel sistema l'obblighiamo a modificarsi; la maniera con la quale si modifica è il sensore della sua organizzazione e de! suo funzionamento; è una via per conoscerlo e pertanto modificarlo, una chiave che apre "scatole nere" e strutture complesse.

Le reazioni che questa modalità di trattamento provoca nei componenti di ogni famiglia e le retroazioni osservate sono già un elemento importante di prevedibilità dell'intervento terapeutico. Quando si effettuano le sedute, si dispiega sotto i nostri occhi, quando sappiamo esplorarlo, tutto un gioco interazionale di ogni SFO in generale occulto, che è implicito nella patologia della coppia nel SFN e che ci permette di conoscerlo da un punto di vista privilegiato, giacché il terapeuta si colloca in una posizione che gli permette di conoscere più variabili in gioco. Il fatto d'introdurre il segreto su ciò che si è detto in ogni seduta permette di comprendere molte cose che a volte richiedono un lungo trattamento prima che si esplicitino e che spesso non si rivelano mai. Uno dei partner di una coppia in crisi mi diceva: "In questa maniera non si può ingannare". La formula è che "ciò che Giovanni non racconta a Maria (o viceversa) di quello che è stato detto in questa seduta, io non lo dirò. È una riunione protetta dal segreto professionale ed ha il senso di preservare l'intimità di questa famiglia"3.
Selvini Palazzoli e Prata nel 1981 hanno introdotto il concetto di prescrizione invariante, riferito alla prescrizione delle "sparizioni" della coppia. "Inevitabilmente, questa serie di prescrizioni invarianti produce reazioni differenti nelle differenti famiglie e in differenti membri di ogni famiglia" (Selvini Palazzoli, 1988). Lo sforzo di Selvini Palazzoli e la sua équipe per superare la situazione di "stallo" della coppia, considerata come la disfunzione più difficile da modificare, può vedersi rafforzato da questa tecnica che, secondo la mia esperienza, modifica alcune situazioni apparentemente senza soluzioni.


14-7 Tecniche terapeutiche

Le tecniche (dal greco téchne = arte) sono l'insieme di provvedimenti con i quali il terapeuta s'include nel campo psicologico della famiglia, contribuendo a creare il clima emozionale adeguato che favorisca un processo di cambiamento di cui possano beneficiare tutti. Le tecniche ovviamente stanno al servizio di una filosofia terapeutica e pertanto "la meta è trascendere la tecnica" come dice Minuchin (1977) per facilitate il processo di cambiamento, come vedremo più avanti.
L'importanza della persona del terapeuta sta nel fatto che nella co-creazione di realtà, come insegna il costruttivismo, l'uso del sé implica un impegno profondo del terapeuta. E in questo impegno profondo risalta il motore vocazionale che lo porta ad impegnarsi in questo lavoro.
Generalmente sono state considerate come una difficoltà nel lavoro le problematiche personali del terapeuta che formano parte del suo mondo interno e che devono essere conosciute e modificate perché possano essere utilizzate a vantaggio della terapia. Il motore vocazionale del terapeuta è pertanto una forza molto importante, che invece di essere negata o spostata, deve essere messa a favore di un processo di cambiamento.
Il paziente designato, "terapeuta fallito" della sua famiglia, s'incontra con il terapeuta, a sua volta "terapeuta designato e fallito" della propria. Da questo incontro speculare e isomorfico nasce la modificazione di un sistema che consente a questo paziente, ora sostenuto, di essere accompagnato nel suo intento di aiutare la propria famiglia.
Quando questo intento sarà avvenuto, il paziente designato dovrà affrontare il terapeuta, ora rivale, il quale ha ottenuto ciò che lui non ha potuto: poi si staccherà e potrà recuperare la sua identità, ora arricchita.
In questo modello di approccio delle disfunzionalità familiari le tecniche si succedono in fasi diverse e ovviamente sono condizionate dallo stile interattivo della famiglia e del terapeuta e ciò nonostante possiamo dividerle in due grandi momenti.
Il progetto del metodo è altamente strategico e paradossale, le tecniche di approccio della famiglia sono ristrutturanti ed esperenziali, privilegiando l'incontro emozionale. Il fatto di coinvolgere entrambe le FO separatamente è già un elemento discriminante delle simbiosi della coppia, perché ridefinisce ognuno dei suoi componenti come membri di ogni FO. Cerca di dissolvere le coalizioni occulte, prescrivendo esplicitamente l'alleanza con ogni FO, ed è allo stesso tempo un fattore altamente provocatorio, perché presuppone che ognuno dei membri non sia ancora maturo ed abbia bisogno di "tornare alle origini". In generale questo produce un meccanismo di rimbalzo che permette di restaurare nella coppia una dimensione co-terapeutica (qui sarebbe necessario introdurre concetti di cui parlerò altrove per definire le due dimensioni centrali della coppia: l'amore romantico e l'amore co-terapeutico). Tutti questi cambiamenti si producono per l'effetto amplificatore del metodo di trattamento e non compromettono il margine di manovra del terapeuta. Il terapeuta quindi, è altamente direttivo nella organizzazione del setting terapeutico e nelle manovre strutturali ed esperenziali, e assolutamente neutrale circa i cambiamenti che si producono e che dipendono dai vettori psicologici ed emozionali in gioco, "perturbati" da quell'intervento contestuale.
È da sottolineare l'importanza di valorizzare risorse terapeutiche che contribuiscano, insieme alle tecniche di riflessione, a stimolare la creazione di un campo emozionale di alta intensità, che permettano il confronto e l'incontro, da persona a persona, tra i familiari. Mi riferisco alle tecniche di azione terapeutica specifiche a questi fini (cambiamento di posto per favorire l'incontro tra determinate diadi che si vogliano esplorare, spostare le sedie, prendersi le mani e guardarsi negli occhi ecc.). Tecniche che impediscono l'evasione, la razionalizzazione e la triangolazione del terapeuta o altri e che obbligano a rompere stereotipi interazionali, a volte veri rituali creati per impedire l'incontro chiarificatore, antidoto delle simbiosi.
Quando si ha successo, sovviene una vera catarsi emozionale e il clima (sussurri, lacrime, abbracci ecc.) è simile a quello dei funerali. I lutti congelati cominciano ad elaborarsi e "le lacrime diventano dolci" come diceva una paziente.
Quando si ottiene questa dimensione è più facile la ristrutturazione dei subsistemi e la differenziazione intergenerazionale, abitualmente distorte nelle famiglie disfunzionali. Quando questo non è possibile o nelle prime tappe di un processo terapeutico, è necessario utilizzare tecniche indirette di mobilitazione, come le tecniche paradossali, tra le quali emerge la connotazione positiva creata dal gruppo di Milano (Selvini Palazzoli, Boscolo e Cecchin, Prata), che continua ad essere una eccellente risorsa terapeutica quando è ben utilizzata.


14-8 Filosofìa terapeutica

Tutto questo uso di tecniche ha un senso, come abbiamo detto prima, quando è finalizzato a raggiungere gli obiettivi terapeutici, tracciati insieme alla famiglia.
Nonostante ciò, sia parlare di tecniche che di obiettivi terapeutici utilizza concetti un po' troppo deboli, che non riflettono tutta la complessità che si simbolizza meglio con il termine filosofia terapeutica. Con questo termine voglio indicare una concezione che non solo racchiude la epistemologia teorica del terapeuta e l'insieme di tecniche sviluppate per raggiungere obiettivi terapeutici etici e possibili, ma è anche l'amalgama di questo sistema cognitivo del terapeuta, con la sua propria storia vitale e i suoi sistemi di credenze e valori. I suoi sentimenti sono l'ordito affettivo che funziona da sostegno e intreccia tutti quei concetti e serve da risonanza emozionale di fronte al lavoro.
L'orientamento del terapeuta, che come abbiamo già detto è stato al servizio di una disfunzionalità del proprio sistema di appartenenza, dopo aver superato la frustrazione originaria, si è convertito in motore vocazionale del proprio mestiere.
Come mi diceva una vecchia paziente dell'ospedale: "dal più sporco sterco può germogliare la più fresca lattuga". Questa forza del terapeuta è quella che gli viene dai suoi ideali, e la sua arte sarà quella di metterla al servizio degli ideali dei pazienti, per costruire un crogiolo comune che li unisca. Dice l'aforisma: "Chi lavora con le mani è un operaio. Se al lavoro manuale si unisce l'intelligenza, è un artigiano. Se a tutto questo si unisce il cuore, è un artista".
L'ultima parte di questo paragrafo intende raggruppare i fondamenti terapeutici di questo modello. A questo scopo vorrei enfatizzare che il punto nodale del sistema trigenerazionale, ossia la confluenza era gli assi vincolati di alleanza e filiazione, è ovviamente la coppia, sulla quale il più delle volte ricade il peso delle tensioni, ma anche lo sforzo terapeutico che permetterà di ristrutturare il sistema.
Dicevamo che il vincolo di alleanza è inversamente proporzionale al vincolo di filiazione. E cioè che la coppia, nello stabilire questo vincolo di alleanza e stringerlo ogni volta di più, va marcando una maggior distanza prima con ambedue le famiglie di origine e poi con i propri figli. Questo è quello che segna la differenziazione intergenerazionale, che, come tutti sappiamo, quando è perturbata, provoca quei sintomi disfunzionali per i quali siamo consultati.
La chiave del nostro lavoro è capire come questo asse di vincolo regoli il fluire del tempo e la crescita sia dei sistemi come delle persone che lo compongono.
Il rafforzamento di questo vincolo di alleanza è fondamentale per la differenziazione dei sistemi intergenerazionali nella linea del vincolo di filiazione, tanto con una generazione come con l'altra. Quando questo sistema è inverso, si producono le coalizioni intergenerazionali, espressione di un appiattimento o di una scissione di questo asse primario descritto, e l'emergenza di sintomi in una qualsiasi delle tre generazioni, secondo il problema predominante.
La mancanza di armonia tra le generazioni e la presenza di certi blocchi evolutivi impediscono il vissuto del fluire del tempo e la trasmissione di sistemi di valori attraverso le persone stesse in questo divenire.
Quando siamo capaci di favorire lo sblocco e la fluidificazione di questo asse, i sintomi scompaiono, poiché sono l'espressione della perturbazione del flusso della vita stessa e della conseguente difficoltà dell'inserimento creativo degli individui nella cultura circostante, lavoro essenziale della famiglia.
Per questi motivi ritengo che l'obiettivo terapeutico dell'armonia intergenerazionale del sistemi osservati sia anche etico, dato che una terapia deve essere anche un beneficio per tutti e non per alcuni a discapito di altri. Per questo è necessario l'incontro emozionale che dia calore e forza al processo di differenziazione, giacché le simbiosi occultano una profonda mancanza di incontro. Dice un vecchio proverbio cinese che "si può distaccare solo ciò che è stato precedentemente unito". Questo è l'obiettivo terapeutico: permettere di ritornare per poter partire meglio.


Riferimenti bibliografici

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Note

1. Come stimolo per questa descrizione mi sono stati utili i concetti sulla psicoterapia scritti da Piero De Giacomo (1990, pp. 192-4).
2. Per ragioni di praticità ho trascritto alcuni brani di un mio articolo Alle radici della coppia, in "Ecologia della Mente", dicembre 1988.
3. Per maggiori referenze su questa tecnica, cfr. Canevaro, 1985, 1988.